Interviews mit Alessio/Interviste

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 21. Mär 2015 09:30

Alessio Boni: oggi c’è bisogno di parlare di noi stessi
n questi giorni sta andando in scena, al Politeama Rossetti di Trieste, la pièce teatrale “Il Visitatore” di Éric-Emmanuel Schmitt, con la regia di Valerio Binasco.
In una società dai ritmi frenetici, tendente all’uniformità e alla superficialità, quasi priva di ogni tipo di rapporto con il prossimo e con se stessi, questo spettacolo vuole far riflettere e pensare, portando gli spettatori a meditare non solo su ciò che stanno guardando, ma anche sull’io interiore.
Lo spettacolo si svolge nel 1938, quando l’Austria viene annessa al Terzo Reich. Un ormai vecchio professor Freud (Alessandro Haber) si ritrova a dover decidere se accettare di lasciare la sua terra natia o se rischiare e rimanere. La figlia Anna (Nicoletta Robello Bracciforti) cerca di convincerlo che la scelta migliore sia quella di lasciare Vienna; purtroppo, Anna viene portata via da un ufficiale della Gestapo (Alessandro Tedeschi) per essere interrogata. Il professor Freud rimane da solo; all’improvviso riceve una visita davvero insolita: quella del Visitatore (Alessio Boni), un uomo particolare, folle, che può essere Dio, ma anche un matto. Freud si ritrova così a dover far i conti con se stesso, a riflettere, a pensare ed è proprio grazie a questo misterioso incontro che qualcosa cambia in lui.
Alessio Boni con il suo monologo, con una certa profondità di pensiero, riesce perfettamente ad entrare nell’animo delle persone, trasportandole in una dimensione superiore.
l Visitatore – come ha ricordato lo stesso Boni durante l’incontro con il pubblico, sabato 14 marzo, al Caffè San Marco di Trieste – è un fool, un saggio, che a volte ride a volte si arrabbia, che però sta bene accanto al pianeta Freud; è una specie di satellite che gira attorno a questo grande uomo pieno di certezze, di conoscenze. Il mio personaggio, alla fine, riesce almeno a creare il dubbio del mistero in Freud.
Io mi diverto ancora adesso, dopo due anni, ad interpretare questo personaggio. Il testo è molto interessante ha una sua profondità, crea delle emozioni che sono dei sentimenti che vengono creati da una cultura. L’emozione è una cosa istintiva, animalesca; ognuno di noi ha una reazione all’emozione – qualsiasi essa sia – e non sa il perché, mentre il sentimento è qualcosa che viene creato dalla cultura che si segue, dall’insegnamento che si ha avuto, dai miti che ci sono stati raccontati a scuola, dall’educazione dei genitori. Quindi, in questo spettacolo, vengono messi a confronto due codici, gli alterego di due massimi: il massimo dell’ateo, che è Freud e Dio, che è il massimo della fede.
Noi abbiamo dei sentimenti, perché abbiamo dei codici, perché tramite la nostra cultura e la nostra educazione, ci hanno educati a capire che cosa sia l’amore, l’odio, la saggezza, il dubbio, il mistero, l’indifferenza; sono codici su cui basiamo la nostra vita.
Alessio Boni ha poi continuato dicendo: Éric-Emmanuel Schmitt (l’autore de “Il Visitatore” n.d.s) è stato un grande studioso di teologia, nonché filosofo, e grande amante della musica classica, che ha cercato il modo di creare in scena il sentimento, l’emozione. Che non deve essere per forza tragico-drammatica, può essere anche ilare, sorprendentemente leggera, però dicendo cose profonde – come in questo spettacolo.

Infine, Boni, collegandosi a quanto aveva detto il regista Luca Ronconi qualche tempo fa, ovvero che si sta ritornando al teatro di parola, ha dichiarato: Vent’anni fa c’era una maggiore attenzione alla spettacolarizzazione della scena, che alla parola. Credo che l’uomo sia saturo di sentire idiozie, di sentire parlare delle stesse cose, dalla mattina alla sera; si è stancato. Oggi c’è bisogno di parlare di noi stessi, e per farlo ci si avvale di testi come il nostro. In questo spettacolo la scenografia è dichiarata: da una parte fari a vista, sbarre, una scenografia finta, come se fossimo in uno studio cinematografico, e dall’altra tutto nero, l’inconscio. Dichiaratamente è la parola che si scontra in scena, e incredibilmente quella parola fa spettacolo.
CentoParole Magazine ha avuto il piacere di incontrare Alessio Boni per un’intervista, che qui sotto riportiamo.

Lei ha lavorato con registi teatrali importanti come Ronconi e Strehler. Com’era il loro modo di lavorare?

Con Luca Ronconi ho fatto “Peer Gynt”; ero appena uscito dall’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e quindi in me c’era ancora un po’ di immaturità. Mi ricordo una strepitosa analisi del testo di questo maestro straordinario, fuori dal comune: il modo in cui analizzava Ibsen in quel frangente, mi rimase impresso. Lasciava cogliere agli attori le cose, faceva leggere a ciascuno le parti e poi dava indicazioni per cercare di forgiare quel personaggio.
Con Giorgio Strehler, invece, l’analisi del testo durava tre giorni e faceva tutto lui, tutti i personaggi; lui era strabiliante, estremo, istrionico, e anche quello mi colpì. Il quarto giorno ci fece salire sul palcoscenico, pur non sapendo niente; c’era un anziano suggeritore, che suggeriva tutte le parti e noi dovevamo già avere le scarpe di scena: lui voleva il portamento – in questo caso si trattava de “L’avaro” di Molière – la camminata del Seicento, anche se eravamo in tuta; i costumi arrivavano dopo.
Era un modo di procedere d’impatto, è come se uno ti insegnasse a secco, a sei anni, come devi muovere le mani per nuotare, magari su una tavola in palestra – questo è Ronconi. La sua straordinaria analisi del testo durava anche una quindicina di giorni e dopo tu, con queste nozioni, ti buttavi in acqua e cominciavi a capire come si faceva a nuotare. Strehler, invece, ti dava un calcio e ti buttava in piscina e tu nuotavi come potevi, poi pian piano imparavi e lui, da bordo piscina, ti diceva come muoverti. La metafora è questa. Due straordinari maestri che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia carriera.
mergeva la triestinità di Strehler?

Sì, emergeva; emergeva questa follia straordinaria, questo vento dell’est. Mi piaceva, era molto istrionico, non stava mai fermo, aveva una personalità coinvolgente al massimo. Strehler io l’ho adorato.

Quale emozione le suscita Trieste?

Mi piace questa città, mi piace perché mi dà un senso di libertà e di non paludamento. Sento che la frontiera è vicina e che dalla frontiera può arrivare qualsiasi cosa e di fronte c’è il mare; quindi possono arrivare continue novità, mentre, magari in una città del centro Italia, ti senti un po’ contornato dall’italianità, qui questo non accade. A Trieste puoi incontrare persone di tutte le nazionalità: bosniaci, curdi, serbi, abanesi, sloveni; tutto è inglobato nella città. Qui c’è un pensiero più aperto, credo, culturalmente, e sento questo grande forte retrogusto di storia, lo avverto nel dolore di certe persone, di come rispettano certe materie e la Seconda Guerra Mondiale: qui c’è stato un campo di sterminio spaventoso. Quindi c’è questa dicotomia: c’è un senso di sana libertà diretta, precisa, che mi ricorda Conrad, le barche che vanno, viaggiano, il mare, la frontiera, i capitani di ventura che prendono di petto la situazione; ma nello stesso tempo c’è questo retaggio di dolore sotterraneo che le persone anziane se lo sfruguliano e che esce fuori molto potente, forte – ciò era molto presente anche in Strehler.
Quando vengo a Trieste è questo che sento e mi piace sempre venirci. Mi trovo bene qui; probabilmente è una delle poche città in cui anche vivrei. Noto che c’è un’attenzione alla cultura e allo studio.
Sì, qualcosa c’è, peccato che molti giovani dimostrino poco interesse per le cose culturali. Forse manca la voglia di fare…

La cultura non è darsi da fare, ma ampliare la conoscenza dell’uomo, conoscersi. Spetta a noi cittadini volerlo fare. Ad esempio, venire a teatro è un impegno abbastanza limitato: non ti porta via tanto tempo. Più persone ci sono a teatro, più la cultura continuerà ad esserci. Questo vale, naturalmente, anche per la scultura, per la pittura, per ogni forma d’arte.

Non so come siano le cose nelle altre città, ma qui a Trieste è difficile trovare persone giovani che vadano a teatro o a vedere le mostre. Manca in loro vitalità, interesse…

A Trieste mi sembra che ci sia una certa attenzione per la cultura, mentre in alcune città viene vista come una cosa di poca importanza. Non credo perciò che si tratti di un problema di Trieste, bensì è un problema culturale e storico dei giovani d’oggi, che hanno un po’ tutto. Io penso che la generazione passata – da un certo punto di vista – sia stata più fortunata di noi, perché c’era in loro una forte speranza: la speranza che finisse la guerra.
Avevano una voglia di ricostruire tutto, perché, a causa della guerra, c’era stata una distruzione terrificante, estrema; la guerra sacrifica vite e beni per un fine assolutamente inutile – a mio avviso. Quindi, avevano questo afflato, non vedevano l’ora di ripartire, di mettere su famiglia, di cercare un lavoro. C’era l’opportunità di fare tutto, la speranza in tutto e per tutto. Oggi, invece, si ha tutto e non si ha più questo entusiasmo.
Ora siamo contornati da iPad, computer, e mille altre cose che prima non c’erano. Se vogliamo vedere una mostra che c’è a Parigi, possiamo vederla direttamente dai nostri telefonini, senza doverci muovere; ma non è la stessa cosa vedere dei quadri su di uno schermo.
Forse siamo diventati più pigri…

Sì, c’è questa sorta di pigrizia che è sempre stagnante dentro ad un essere umano. È lì, e appena la lasci andare ti prende, ti contagia. È una specie di virus, una specie di malattia che, prima diventa quasi una cosa “trendy” e poi contagia tutti. Perciò, bisognerebbe scalfire tutto quanto, pensare con il proprio cervello, fare voli pindarici: per coloro che amano l’arte, trovare la voglia di andare a Mantova perché c’è la mostra del libro, o ad Alba perché c’è quella di Casorati; ma la stessa cosa vale per qualsiasi altro interesse. Manca questa voglia di mettersi in gioco che c’era una volta…
E manca anche la curiosità…

Sì, perché prima c’era grande curiosità. Non c’era il telefonino, non c’era nulla, quindi se volevi vedere un quadro dovevi per forza andarlo a vedere.

Probabilmente, una volta, si ascoltava e si osservava, mentre oggi si sente e si vede…

Questo, perché è il secolo dell’immagine e si tende ad ascoltare pochissimo.
Cosa si ricorda della miniserie televisiva “Rebecca la prima moglie”, che è stata girata anche a Trieste, dove lei interpretava Maxim de Winter?

A Trieste ho fatto due film, uno con Margarethe von Trotta sulla violenza sulle donne, che si chiama “La fuga di Teresa” e “Rebecca la prima moglie” con la regia di Riccardo Milani, dove c’era la grande e straordinaria Mariangela Melato e anche Omero Antonutti.
Una meraviglia, quel periodo, si stava bene, non c’era quel malcontento che c’è ora, c’era uno spirito di libertà. In più c’era la grande Melato che ti aiutava in tante cose; anche Omero era straordinario.
In quel periodo, ho potuto conoscere meglio la Melato perché stavamo nello stesso hotel e quindi si andava a cena insieme, mentre Antonutti l’ho frequentato di meno perché, alla sera, ritornava a casa sua – è di Trieste.
Mariangela Melato era un persona con la quale non è stato solo un onore lavorarci assieme, ma anche averla accanto come donna. A mio avviso, era una grande donna, prima che una grande attrice. Aveva un forte senso dell’ironia, aveva una curiosità istrionica, un’incredibile professionalità; a volte sembrava ancora una bambina, perché aveva quella curiosità di scoprire, di vedere, che hanno i bambini. La curiosità del voler conoscere le cose, mi ha sempre intrigato, come la curiosità di scoprire l’altro, di scoprire l’estero, il non italico.
A proposito di estero, è curioso vedere come noi occidentali siamo alla continua ricerca di certezze, mentre per gli orientali l’unica certezza è l’incertezza. Cosa mi dice a riguardo?

Forse una bella via di mezzo non sarebbe male (ride), però questo pensiero degli orientali un po’ mi piace, perché in Occidente, fin da quando sei bambino, ti chiedono cosa farai da grande. Padre David Maria Turoldo – che insegnava teologia – diceva: “In cinquant’anni che ho insegnato, nessuno mai mi ha risposto che vuole diventare un uomo”, tutti vogliono diventare architetti, giornalisti, attori. In questa nostra società, fin da piccolo, devi sapere qual è il tuo ruolo, dove ti devi barcamenare, ed è una sorta di spada di Damocle spaventosa.
L’anno sabbatico – che nacque nel Medio Oriente – era un anno di interruzione dal lavoro; al settimo anno, di regola, ti fermavi per un anno, per vedere se avevi ancora voglia di fare lo stesso mestiere o se invece preferivi fare qualcos’altro. In quell’anno contemplavi la vita, leggevi, studiavi, viaggiavi, poi ritornavi e decidevi cosa fare. Oggi, da noi, è impossibile prospettare persino il mese sabbatico, però questi troppi impegni ci stanno un po’ dilaniando, ci stiamo dimenticando un po’ di noi stessi.
Qui mi collego a “Il Visitatore”, lo spettacolo che stiamo portando adesso in scena, la cui valenza ha avuto forza e presa sul pubblico, perché, per un’ora e quaranta, ti fa pensare a te stesso. È una sorta di terapia di gruppo. Difficilmente le persone parlano di cose così profonde – a meno che non vadano in analisi o siano dei teologi, o dei filosofi – mentre la gente che viene a vedere questo spettacolo ne viene rapita. In tutte le città abbiamo riscontrato una grande attenzione da parte del pubblico e tanti applausi finali. Tutto ciò mi ha fatto molto piacere, perché alla genesi della scelta di un testo, non sai mai come andrà a finire.
Ne “Il Visitatore”, com’è interpretare il ruolo di questo suo particolare e misterioso personaggio?

Mi diverte, perché è tutto e niente. È partito da un’assurdità, da una luce, da un’entità, da un non tangibile, ed è arrivato ad un clochard, un folle, un poetico, un saggio, un fanciullo, un papà, un fool che pungola il suo Re Lear. È diventato interessante, ha preso piede grazie alla vostra energia; ci siamo immersi insieme nella fantasia dei bambini, che mi ha permesso di fare qualsiasi movenza, anche perché il personaggio che interpreto potrebbe essere un pazzo, un Dio, qualsiasi cosa, tranne quando parla e s’arrabbia, e allora lì riporta tutti a terra, fa pensare. Interessante questo personaggio.
Mi descriva con qualche aggettivo il teatro e il cinema.

Teatro: macromimica, cinema: micromimica. Il teatro è dell’attore, il cinema è del regista.
Il teatro è energia tramandata, un filo rosso che si tramanda tra palcoscenico e pubblico, quindi carne viva, gente viva; il cinema è tra un attore e una macchina da presa, costruita dall’uomo, però pur sempre una macchina.
E cosa preferisce?

È una domanda che mi pongono spesso. Io adoro fare cinema come adoro fare teatro, come adoro fare radiodrammi e letture; penso che bisogna esercitarsi in tutto. In teatro c’è una difficoltà superiore rispetto al cinema. Questo non vuol dire che il cinema lo fai con facilità: anche nel cinema devi impegnarti al cento per cento, come in teatro. Nel cinema la macchina da presa fa la radiografia dei tuoi sentimenti e se non ci sei dentro appieno, si sente che fingi. Quindi io parlo del lavoro dell’attore come un’evoluzione dei grandi trapezisti al circo: se tu sbagli di appena due centimetri la presa, cadi; quindi devi essere concentratissimo, devi essere ‘atleticissimamente’ preparato e devi essere pronto per fare quella presa, per fare quell’evoluzione. La differenza è che in teatro, se cadi, non c’è la rete, mentre nel cinema c’è, quindi ogni cosa la puoi rifare. Il cinema ti lascia un po’ più di serenità, mentre in teatro devi avere più completezza, più coscienza di te stesso, più serenità interiore; devi avere la comprensione di quest’arte, devi avere la potenzialità di poterlo fare dall’inizio alla fine. In cinema puoi fare anche una scena di trenta secondi, o di un minuto, o al massimo, quando è lunga lunga, di tre minuti e poi tutto finisce. Rarissimamente si gira una scena di tre minuti e quindi la concentrazione è a pezzetti; è difficile perché tutto è segmentato. Ecco, per certi versi, è più difficile il cinema che il teatro. A teatro nel momento in cui parti, vada come vada, arrivi alla fine.
A teatro c’è un filo logico…

C’è un filo logico-drammaturgico, quindi se devi piangere, come faccio io nel mio monologo, ti viene quasi spontaneo, non devi sforzarti. Nel cinema magari quel monologo là, è la prima cosa che fai, e la partenza è l’ultima che giri, per via della location, perciò non arrivi con tutto il bagaglio necessario.
Quando feci “La meglio gioventù”, mi ricordo che la prima settimana girai la morte, mi buttai dal balcone. Quindi, in quei quattro giorni, dovevo sapere tutto quello che avevo fatto precedentemente; se fossi arrivato lì dopo sei mesi di girato, con tutto il bagaglio bello preparato, sarebbe stato diverso. Invece devi essere pronto, lo devi fare subito. Il cinema è così, il teatro è un’altra cosa. Il teatro ha questo filo logico che ti aiuta drammaturgicamente, il cinema no.
Quanto è importante per lei mettersi in gioco?

È sempre importantissimo, fondamentale, anche se delle volte vorrei fermarmi, riposarmi un po’. Poi, alla fine, vince quella voglia di mettersi in gioco, che non è ambizione, o meglio può essere anche ambizione, ma è un’ambizione sana – come lo è qualsiasi forma di velleità, se è sana, se non straborda. Io detesto tutto ciò che è estremismo, da qualsiasi punto di vista: politico, religioso, qualsiasi.
Un giusto equilibrio sarebbe perfetto…

Sì, però una sana voglia di scoprirsi, di mettersi in gioco, di buttarsi è interessante. Mi piace chi ci prova, chi tenta, e se anche alla fine non raggiunge ciò che vuole, pazienza, almeno ci ha provato; non ha nulla da rimproverarsi. Mi piace che ci si butti.
Un consiglio che dà ai giovani?

Rubo sempre una frase di Einstein che è interessante: “Cercate di diventare persone di valore nel campo che scegliete – qualsiasi esso sia – e non per forza di successo”. Quando diventi una persona di valore, cambia il mondo e tutti avranno stima di te. È più importante avere la stima, che il successo. Se fai bene il tuo lavoro e le persone hanno stima di te, allora hai fatto centro – indipendentemente dal lavoro che fai.

Ringrazio Alessio Boni per la stimolante ed interessante chiacchierata.

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 21. Mär 2015 20:00

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 22. Mär 2015 09:37

Legal Café
Una chiacchierata con Alessio Boni: dall’interpretazione di Pascoli nella Valle del Serchio alla natìa Sarnico – Un anno ricco di impegni (e di soddisfazioni)

Il sottile filo di lana che separa il lirismo di una recitazione en plein air da un copione recitato davanti a una macchina da presa, si ammanta di un fascino ulteriore d’estate, quando splendide location marittime o montane assolvono alla funzione di scenario dell’opera recitata.
Le sfumature generate dalla luce, la rimembranza del luogo che fu del Poeta che viene rievocato dal vaticinio delle parole recitate, gli odori e i sapori che si colgono nell’aria danno l’impronta unica dell’evento.
E, ne siamo sicuri, l’Attore è ebbro del confronto con il suo pubblico e nel raffronto entrambi si conducono alla passione senza che questa comporti le sofferenze della seduzione d’amore.
Così è per il teatro in primis, che dispiega luce sul talento dell’Artista e sulla simbiosi che lui costruisce prima con l’opera e poi in una triade indissolubile tra lui, il testo e il pubblico blandito.
Così è per il Nostro che dal teatro proviene ed al teatro ritorna (nella stagione 2013-2014 e ancora nella prossima con “Il Visitatore” insieme ad Alessandro Haber).
Nell’intermezzo di opere cinematografiche e televisive mai scontate (può permetterselo) inanella anche qualche lettura di poesia di autori per il vasto pubblico “minori”: Alda Merini nella stagione invernale precedente al teatro Parenti di Milano (titolo “Canto degli esclusi” insieme al co-recitatore Marcello Prayer) .
Di lì a poco, nella notte di San Lorenzo, nella splendida cornice della Valle del Serchio (Lu), – con la regia di Alessandro Bertolucci – ha interpretato con profonda intensità versi di Giovanni Pascoli, molti dei quali scritti dal Poeta proprio nella casa di Barga.
Un anno, il prossimo, che si prospetta ricco di impegni con cinema, fiction e teatro per Alessio Boni, attore bergamasco che di scontato non ha nulla, forse perché si è costruito e guadagnato tutto da solo senza ottenere sconti da nessuno, vivendo quotidianamente il suo impegno per l’arte.
Ciò che di conseguenza ha oggi si riassume in poche parole: disarmante bravura e credibilità artistica.
Divenuto per molti famoso con il film “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, ha in realtà ora alle spalle precedenti e successive interpretazioni altrettanto convincenti, che lo pongono a pieno titolo nell’alveo dei migliori e più apprezzati attori italiani.
Da fine giugno impegnato nella nuova serie “La Catturandi” – realizzata da Rodeo Drive per Rai Fiction – Alessio Boni, interpreta il ruolo di un «misterioso imprenditore» che intraprende una serie di affari in Sicilia.
Nel cast della serie, Leo Gullotta, Massimo Ghini, Anita Caprioli, Vincenzo Amato, Raniero Monaco di Lapio. Questa fiction affronterà il tema della lotta tra lo Stato e la mafia ma dalla visuale degli agenti della nota squadra d’élite della polizia, nata dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992 e deputata all’arresto dei grandi latitanti.
A partire dal mese di novembre 2014 ripartirà il tour teatrale (dal 6 novembre a Ferrara al 15 marzo a Trieste) sempre al fianco di Alessandro Haber, Alessandro Tedeschi e Nicoletta Robello Bracciforti per la magistrale regia di Valerio Binasco, de “Il Visitatore”.

L’esilarante e brillante pièce di Éric-Emmanuel Schmitt propone, nella cornice storica della tragedia del nazismo, una conversazione sui massimi sistemi e grandi interrogativi tra Dio (Alessio Boni), un misterioso e inquietante visitatore che si introduce nella casa di Freud (Haber) invecchiato e tormentato dal cancro alla gola di cui presto morirà. Un duello di opinioni, di pensieri, di concetti, che sollevano dubbi, riflessioni, ripensamenti, che trascinano lo spettatore in curve emozionali tra fede religiosa e sapere scientifico, dall’esistenza di Dio, ai concetti di Bene e Male, al senso della vita.
Nella primavera del 2015 ritroveremo Alessio Boni nei luoghi dei suoi natali sul Lago d’Iseo nel ruolo di protagonista in «Respiri», un thriller psicologico per la regia di Alfredo Fiorillo.
Dalla ieraticità del palcoscenico teatrale al puzzle e illusione del cinema, dall’Ora di Barga ….alla maratona di emozioni con il “Visitatore” …. ritorniamo dove son quelli ch’amano ed amo (Pascoli).

Ma quali emozioni prova un attore così amato ed apprezzato a tornare nei luoghi della sua infanzia per recitare nel ruolo di protagonista di un film d’autore?

Sicuramente – sostiene Alessio Boni- sarò accolto dai miei con un abbraccio totale ed un affetto tale che rischiano di crollare le strutture e le barriere che spesso creiamo attorno a noi. Non so cosa proverò esattamente. Sono lontano dai miei luoghi natii ormai da più di 29 anni e in questo arco temporale sono tornato solo per brevi soggiorni, per periodi non più lunghi di dieci giorni. Non mi sono mai fermato nella casa paterna per un mese e mezzo. Trascorrere sei settimane con i miei familiari, i miei concittadini, con un lavoro a Sarnico sarà veramente un’esperienza fuori dal comune. Sul set ci saranno tutti, la gente del luogo, attori locali, essendo previste anche selezioni di attori bergamaschi e di Sarnico, nonché parenti ed amici. Il calore e l’affetto non mancheranno ma per me sarà il luogo di lavoro ove esprimere la professionalità, la puntualità e la competenza. Sono curioso di vedere l’intreccio di questi sentimenti e lo sviluppo di questa avventura. Credo sarà positivo.

In passato hai interpretato, tra gli altri, personaggi storici realmente esistiti come Caravaggio e Puccini; in teatro, in opere di autori che vanno da Eschilo a Ibsen, ruoli impegnati e spesso drammatici. Il copione di “Respiri” ti assegna nuovamente il ruolo di un ragazzo complesso alle prese con una profonda trasformazione interiore. È una scelta quella di recitare sempre ruoli singolari e difficili?

Mi affascina sempre ciò che è dicotomico in un personaggio. Rispetto la Commedia ed è un genere che mi diverte e per il quale ho anche interpretato parti sia al cinema, con “Tutti pazzi per Amore”, che in teatro, da Marivoux, Molière, Queneau e Yasmina Reza; però quando mi propongono personaggi come quello di Fiorillo in ‘Respiri’ mi entusiasmo. Mi affascinano molto questi ruoli, mi piace molto la psicologia di questi personaggi: controversa, travagliata, border line. Se non avessi fatto l’attore probabilmente avrei studiato psicologia. Mi seduce tutto ciò che è nevralgico, introspettivo, nodale, che è mal di vivere, dramma interiore. La pace dei sensi e la bella famiglia con ‘vissero tutti felici e contenti’ non mi attrae molto, non mi dà il pugno nella pancia. Di solito scelgo i copioni a seconda del “cazzotto” che mi arriva nello stomaco sia che si tratti di un soggetto malavitoso o un pazzo geniale come il Caravaggio o ancora un folle amante come Heathcliff in ‘Cime Tempestose’, che diritto come una freccia va alla sua perdizione fino alla morte pur di amare una donna. Mi intrigano più i casi esasperati ed estremi che non quelli più blandi e leggiadri.

Il 6 Novembre ripartirà da Ferrara il tour teatrale de “Il Visitatore” al fianco di Alessandro Haber, che vi vedrà impegnati quotidianamente in molte città italiane e che terminerà il 15 Marzo a Trieste. Un infaticabile stacanovista?

Beh, vengo da Bergamo, siamo abituati! Mi piace il mio lavoro, mi appassiona e mi coinvolge completamente. Dopo il 15 marzo sarò sicuramente stanco e dovrò riprendere le forze perché il teatro mi assorbe molte energie, ma l’importante è riuscire a mantenere l’equilibrio anche attraverso lo yoga, il training interiore, la cultura, la natura, le passeggiate. Tutto ciò aiuta non solo ad essere pronto per andare in scena il giorno seguente ma anche per affrontare un tour serenamente. A me piace lavorare, questo lavoro è avvincente. Quando mi chiedono dove vai in vacanza?… be’ il mio lavoro attraverso l’Italia è già una vacanza: hai la giornata libera e vai a vedere un bel film, le sagre, gli eventi. Tutto ciò mi intriga, mi entusiasma e mi offre l’opportunità di conoscere ed approfondire: se vai a Udine vai a visitare una cantina di prosciutto, se sei in Toscana vai ad esempio alla cantina dell’Ornellaia. La fortuna della tournee teatrale è che ti permette anche di conoscere l’Italia in modo capillare non solo attraverso i suoi monumenti storici. Fermarsi anche solo per una settimana a Perugia ti permette di conoscere il perugino, se soggiorni a Parma conosci meglio il parmigiano, scopri nuovi luoghi, nuove culture e tradizioni, anche la trattoria migliore:insomma un’Italia più vera, la mia Italia che del resto è uno dei Paesi più belli al mondo.

Molti critici sottolineano come nella forma artistica musicale negli anni ’60 abbiamo avuto la Beatlemania, nei ’70 la psichedelia dei Pink Floyd o Genesis, negli ’80 la power music edonistica di Michael Jackson o Survivor, Toto, Journey, nel ’90 il nichilismo distruttivo del Grunge di Kurt Cobain e del movimento di Seattle (Pearl Jam, Sound Garden); ora viviamo in un tempo “culturalmente sospeso”. È così anche nel cinema?

Be’, penso sia invece un periodo artistico molto fertile considerando che questo è un momento di crisi economica. Crisi economica che è solo la punta dell’iceberg di una crisi etica iniziata anni fa e che solo ora sta producendo i suoi frutti. La crisi c’era già negli scorsi anni semplicemente ora è associata al denaro. Tuttavia se pensiamo a epoche peggiori come ad esempio il “dopoguerra” ci rendiamo conto che proprio in quei frangenti bui sono nate considerevoli idee e grandi letterati. Nell’attuale periodo di crisi, di sbando, di implosione, il nostro cinema sembra avere una gran voglia di rivalutarsi. Abbiamo eccezionali giovani autori come Paolo Sorrentino che ha solo 44 anni ed è bravissimo; Autori teatrali come Giorgio Villa, Emma Dante, Elio Rampina, Saverio La Ruina, Arturo Cirillo, Fausto Paravidino, lo stesso Gigi Lo Cascio con il suo “Otello” oppure Fabrizio Gifuni conGadda e ancora Filippo Timi, tutti quanti straordinari. Mi sembra che ci sia un riscatto culturale, una voglia di nuovo, di esplodere in ricerche diverse rispetto a 8 – 10 anni fa. L’unico bastone tra i piedi è il continuo taglio dei fondi, questo sì. Purtroppo, per il cinema servono 2-3 milioni di euro e senza quelli non si può fare. Non bastano100 mila euro: con tale cifra non puoi neppure partire. Se tagli il 50% del Fondo unico per lo spettacolo (FUS), meccanismo utilizzato dal governo italiano per regolare l’intervento pubblico nei settori del mondo dello spettacolo, non riesci a dare lavoro a tutti gli addetti compresi non solo gli attori, non solo i registi, non solo gli sceneggiatori ma anche gli scenografi, i tecnici, gli elettricisti. C’è una implosione economica: negli anni ’60-’70 si facevano 350 film e giocoforza ce n’erano 30-40 fatti bene e 10 capolavori. Ecco allora emergere Visconti, Petri, Fellini, Pasolini e quant’altro. Oggi si fanno 40 film, e se ne escono 3 bellissimi è grasso che cola. Ma è normale: è nelle leggi della statistica, quindi credo che sia un momento di ricerca di nuove esperienze interiori, di uno scavo nella coscienza di qualcosa di più profondo. L’altro lato della medaglia è che non essendoci denari non puoi andare da nessuna parte. Per il teatro il discorso è differente perché in teatro si può stare con una calzamaglia nera, quattro luci e senza scenografia basta che ci siano un buon autore, un gran attore ed un buon regista: la gente rimane lì. Col cinema no. Col cinema non puoi, ci vogliono fondi e se non ci sono soldi ci sono anche poche possibilità per gli autori e lo spazio per i giovani è più levigato. Io sento il fermento e c’é anche un grande ardore e una gran voglia di fare nei giovani autori e quando Sydney Sibilia che ha 33 anni fa un botto con “Smetto quando voglio” c’è una speranza. Ma questo vale anche per Stefano Sollima che con Gomorra – la serie ha destato l’interesse dei principali mercati televisivi internazionali e, ad oggi, è già stata venduta in quasi 40 Paesi, tra cui gli Stati Uniti. Le possibilità le abbiamo: sento che c’è un grande indirizzo positivo nei nostri giovani e veramente bravi autori. Purtroppo non abbiamo la possibilità di fare 250–300 film come in Inghilterra, in Francia o in Germania ma ne produciamo pochissimi proprio perché non abbiamo fondi.

Gli imprenditori bergamaschi e bresciani, non appena hanno saputo che il thriller ‘Respiri’ sarebbe stato girato sulle sponde del Lago d’Iseo e con un protagonista non solo nativo di Sarnico ma tanto apprezzato e benvoluto, si sono adoperati per sostenere anche economicamente questo film?

Abbiamo riscontrato un’adesione immediata anche da parte di imprenditori locali che intendono sostenere questo progetto per promuovere la cultura, il cinema, il territorio e le sue bellezze. Non posso che ringraziarli per questo.



Miriam Polini

http://www.thelegaljournal.eu/legal-caf ... isfazioni/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 27. Mär 2015 11:49

Alessio Boni «Voglio diventare un uomo. e interpretare una drag queen». (English version) di paola de carolis Si siede davanti allo specchio, cita il caso di un personaggio che a chi lo intervistava ha detto «guardi che le domande se le deve conquistare». È una battuta. La truccatrice gli chiede se può fargli una maschera al viso. «Sono un po’ stressato» ammette, e opta per un massaggio alle mani. Si è alzato all’alba, si ferma a Londra poche ore, in Italia lo aspettano a teatro. La compagna Francesca gli porta una ciotola di muesli con frutta e yogurt. «Mangia qualcosa» gli dice.

Bergamasco di Sarnico, classe 1966, dal 30 marzo, per sei settimane su RaiUno, nella serie Catturandi Alessio Boni sarà Tito Vergani, imprenditore e banchiere che, per affari, si ritrova a Palermo dove viene tenuto sotto osservazione dai poliziotti per i suoi possibili contatti con la criminalità organizzata. Il suo nome fa pensare a La meglio gioventù (di Marco Tullio Giordana, 2003); a Caravaggio (Angelo Longon , 2006), a Puccini (Giorgio Capitani, 2008), a Walter Chiari (Enzo Monteleone, 2011), a Ulisse (Il ritorno di Ulisse di Stèphane Giusti, 2014), al titolo di attore più bello del piccolo schermo. È bravissimo e bellissimo si dice di lui, ma il suo rapporto con la bellezza non è scontato. Se lavora tanto è anche perché il desiderio di «crescita interiore» è vivo, quasi a dimostrazione che l’aspetto estetico non sia che un terno al lotto genetico.

È fastidiosa l’etichetta di bello?
All’inizio ti fa arrabbiare parecchio, poi varchi la soglia e non ci pensi più. Al mio aspetto fisico fanno più attenzione gli altri. È una cosa di cui non ho merito, devo ringraziare solo i miei genitori. Ho notato però che l’Italia è un Paese strano. Appena ci troviamo di fronte una persona con molti pregi – non che sia il mio caso – la sviliamo. Forse c’è un po’ di invidia. Per la gente l’attore bello è stato scelto proprio perchè è bello, quello un po’ bruttino perché è bravo.

Qual è la qualità più importante in una persona?
C’è una frase di Jim Morrison che mi piace tanto. «Siamo tutti nati angeli, con le ali sulla schiena, ma solo chi sa sognare e immaginare impara a volare». Non vuol dire non essere pragmatici, ma l’uomo oggi è veramente puntato sull’economia, sulla politica, anche i discorsi che si fanno al bar: le tasse, l’Iva… Siamo in crisi perché abbiamo bisogno di altro. Ecco, la poesia, ma non solo quella scritta: anche un fiore può essere una poesia, un papavero. Invece ci prefiggiamo di essere seri, camminare, lavorare.

Lavora molto a teatro, cosa le piace in particolare?
È una sorta di terapia di gruppo, una psicanalisi collettiva. Senti il termometro del pubblico, senti dove ride, dove sta zitto, dove si emoziona. E poi c’è un filo conduttore con ci collega a tre mila anni fa, quello di attore è uno dei lavori più antichi al mondo. Abbiamo ancora bisogno di raccontarci storie e commuoverci insieme, soprattutto in un mondo che sembra così cinico, così velocizzato. Mi viene in mente Roberto Benigni ne I dieci comandamenti: «L’anima arranca, sta indietro, dice fermati un attimo, fammi riprendere fiato». Qual è la professione che oggi ti permette di pensare otto volte al giorno, di parlare dei sentimenti umani? O insegni Filosofia o vai in analisi o fai l’attore.

Cosa prova quando si guarda indietro?
Quando fai l’attore più vai avanti più migliori. Il ballerino, il calciatore, lo sciatore invecchiano, a livello fisico peggiorano, l’attore no. È una professione longeva. Quando guardo indietro rifarei tutto diversamente, perché ora sono diverso, ma è un bene che non si possa. Prendiamo Matteo Carati, ne La meglio gioventù: sarei troppo maturo, non andrebbe bene. Il mio è un mestiere che mi ha dato tanto. L’obiettivo è lavorare su se stessi: invece di comparire, scomparire, trovare la verità, le intenzioni, la forza, l’energia di un personaggio.

Lei non ha trovato subito la sua strada. Prima di diventare attore ha fatto il piastrellista, il poliziotto, il cameriere. È un bene?
Per un verso sì. C’è una bella frase di padre David Maria Turoldo. Poco prima che morisse gli è stato chiesto quale fosse il più grande rammarico della sua vita. Lui ha risposto che aveva insegnato a ragazzi di tutte le età: entrava nelle classi, faceva le stesse domande, come ti chiami? Dove abiti? Cosa vuoli fare da grande? Gli rispondevano voglio fare il pompiere, il giornalista, il medico, l’attore, la ballerina. In 50 anni, purtroppo, nessuno gli ha mai detto voglio diventare un uomo.

Cosa le sarebbe piaciuto fare? Psicologia. Mi interessa molto la testa degli altri, più di quello che penso io.

C’è un personaggio che le piacerebbe interpretare? Quando l’ho detto credo che sia stata presa come una battuta. Mi piacerebbe interpretare una drag queen, entrare nel mondo dei transgender, capire come mai non si accetta il proprio corpo, dove porta, a che fine? Mi interessa. Mi piacciono i ruoli estremi, mi piacerebbe entrare nella follia di un criminale, come Lucky Luciano. Tutto ciò che è distante da me, lontano anni luce, mi attira.

Ho avuto una bella infanzia, con una dimensione spirituale che l’ha fatta crescere? Spirituale non so. Mio padre era un piastrellista bergamasco, un grande lavoratore. I valori però c’erano. I miei genitori erano forti, onesti e sinceri. Litigavano per noi, per cose di lavoro, ma si amavano molto. Ho avuto una madre eccezionale; per me la famiglia gira tanto sul perno femminile. Da bambino ascolti certi discorsi e impari. Mia mamma aveva un negozio, vendeva le piastrelle. Ogni tanto li sentivo parlare, lui chiedeva: «Ma quelli hanno pagato?». E lei rispondeva «Ignazio, si sono appena sposati non hanno i soldi. Aspetta».

Ha tempo per leggere? Leggo parecchio per lavoro e tanta poesia: Pablo Neruda, Emily Dickinson. Mi piacciono anche i libri scritti per i bambini, come Il piccolo principe.

Qual è il difetto peggiore? Il mio? Sono poco tollerante, poco paziente. Non reggo e sbotto (Francesca è d’accordo: «Sotto, il carattere longobardo c’è», ndr).

Si calma subito? No. E a volte ascolto poco. Quando fai questo mestiere sei così concentrato su te stesso. Ti avviti, ti chiudi. Non puoi pensare tanto agli altri. Quando c’è un personaggio da preparare, non ascolto tanto. Sto imparando, però, che anche dagli altri può arrivare tanta roba.

E negli altri, qual è il difetto che non sopporta? L’insolenza dei potenti. In tutte le forme.
di paola de carolis27 marzo 2015
http://style.corriere.it/moda/alessio-b ... rag-queen/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 27. Mär 2015 13:31

http://style.corriere.it/moda/alessio-boni/

Hier gibt es eine gute englische Version des obigen Interviews. Also entweder ist es schon älter, was ich vermute, oder er ist wieder zusammen mit Francesca. ?????
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 17. Apr 2015 06:21

Legal Café
Una chiacchierata con Alessio Boni: dall’interpretazione di Pascoli nella Valle del Serchio alla natìa Sarnico – Un anno ricco di impegni (e di soddisfazioni)

Il sottile filo di lana che separa il lirismo di una recitazione en plein air da un copione recitato davanti a una macchina da presa, si ammanta di un fascino ulteriore d’estate, quando splendide location marittime o montane assolvono alla funzione di scenario dell’opera recitata.
Le sfumature generate dalla luce, la rimembranza del luogo che fu del Poeta che viene rievocato dal vaticinio delle parole recitate, gli odori e i sapori che si colgono nell’aria danno l’impronta unica dell’evento.
E, ne siamo sicuri, l’Attore è ebbro del confronto con il suo pubblico e nel raffronto entrambi si conducono alla passione senza che questa comporti le sofferenze della seduzione d’amore.
Così è per il teatro in primis, che dispiega luce sul talento dell’Artista e sulla simbiosi che lui costruisce prima con l’opera e poi in una triade indissolubile tra lui, il testo e il pubblico blandito.
Così è per il Nostro che dal teatro proviene ed al teatro ritorna (nella stagione 2013-2014 e ancora nella prossima con “Il Visitatore” insieme ad Alessandro Haber).
Nell’intermezzo di opere cinematografiche e televisive mai scontate (può permetterselo) inanella anche qualche lettura di poesia di autori per il vasto pubblico “minori”: Alda Merini nella stagione invernale precedente al teatro Parenti di Milano (titolo “Canto degli esclusi” insieme al co-recitatore Marcello Prayer) .
Di lì a poco, nella notte di San Lorenzo, nella splendida cornice della Valle del Serchio (Lu), – con la regia di Alessandro Bertolucci – ha interpretato con profonda intensità versi di Giovanni Pascoli, molti dei quali scritti dal Poeta proprio nella casa di Barga.
Un anno, il prossimo, che si prospetta ricco di impegni con cinema, fiction e teatro per Alessio Boni, attore bergamasco che di scontato non ha nulla, forse perché si è costruito e guadagnato tutto da solo senza ottenere sconti da nessuno, vivendo quotidianamente il suo impegno per l’arte.
Ciò che di conseguenza ha oggi si riassume in poche parole: disarmante bravura e credibilità artistica.
Divenuto per molti famoso con il film “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, ha in realtà ora alle spalle precedenti e successive interpretazioni altrettanto convincenti, che lo pongono a pieno titolo nell’alveo dei migliori e più apprezzati attori italiani.
Da fine giugno impegnato nella nuova serie “La Catturandi” – realizzata da Rodeo Drive per Rai Fiction – Alessio Boni, interpreta il ruolo di un «misterioso imprenditore» che intraprende una serie di affari in Sicilia.
Nel cast della serie, Leo Gullotta, Massimo Ghini, Anita Caprioli, Vincenzo Amato, Raniero Monaco di Lapio. Questa fiction affronterà il tema della lotta tra lo Stato e la mafia ma dalla visuale degli agenti della nota squadra d’élite della polizia, nata dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992 e deputata all’arresto dei grandi latitanti.
A partire dal mese di novembre 2014 ripartirà il tour teatrale (dal 6 novembre a Ferrara al 15 marzo a Trieste) sempre al fianco di Alessandro Haber, Alessandro Tedeschi e Nicoletta Robello Bracciforti per la magistrale regia di Valerio Binasco, de “Il Visitatore”.

L’esilarante e brillante pièce di Éric-Emmanuel Schmitt propone, nella cornice storica della tragedia del nazismo, una conversazione sui massimi sistemi e grandi interrogativi tra Dio (Alessio Boni), un misterioso e inquietante visitatore che si introduce nella casa di Freud (Haber) invecchiato e tormentato dal cancro alla gola di cui presto morirà. Un duello di opinioni, di pensieri, di concetti, che sollevano dubbi, riflessioni, ripensamenti, che trascinano lo spettatore in curve emozionali tra fede religiosa e sapere scientifico, dall’esistenza di Dio, ai concetti di Bene e Male, al senso della vita.
Nella primavera del 2015 ritroveremo Alessio Boni nei luoghi dei suoi natali sul Lago d’Iseo nel ruolo di protagonista in «Respiri», un thriller psicologico per la regia di Alfredo Fiorillo.
Dalla ieraticità del palcoscenico teatrale al puzzle e illusione del cinema, dall’Ora di Barga ….alla maratona di emozioni con il “Visitatore” …. ritorniamo dove son quelli ch’amano ed amo (Pascoli).

Ma quali emozioni prova un attore così amato ed apprezzato a tornare nei luoghi della sua infanzia per recitare nel ruolo di protagonista di un film d’autore?

Sicuramente – sostiene Alessio Boni- sarò accolto dai miei con un abbraccio totale ed un affetto tale che rischiano di crollare le strutture e le barriere che spesso creiamo attorno a noi. Non so cosa proverò esattamente. Sono lontano dai miei luoghi natii ormai da più di 29 anni e in questo arco temporale sono tornato solo per brevi soggiorni, per periodi non più lunghi di dieci giorni. Non mi sono mai fermato nella casa paterna per un mese e mezzo. Trascorrere sei settimane con i miei familiari, i miei concittadini, con un lavoro a Sarnico sarà veramente un’esperienza fuori dal comune. Sul set ci saranno tutti, la gente del luogo, attori locali, essendo previste anche selezioni di attori bergamaschi e di Sarnico, nonché parenti ed amici. Il calore e l’affetto non mancheranno ma per me sarà il luogo di lavoro ove esprimere la professionalità, la puntualità e la competenza. Sono curioso di vedere l’intreccio di questi sentimenti e lo sviluppo di questa avventura. Credo sarà positivo.

In passato hai interpretato, tra gli altri, personaggi storici realmente esistiti come Caravaggio e Puccini; in teatro, in opere di autori che vanno da Eschilo a Ibsen, ruoli impegnati e spesso drammatici. Il copione di “Respiri” ti assegna nuovamente il ruolo di un ragazzo complesso alle prese con una profonda trasformazione interiore. È una scelta quella di recitare sempre ruoli singolari e difficili?

Mi affascina sempre ciò che è dicotomico in un personaggio. Rispetto la Commedia ed è un genere che mi diverte e per il quale ho anche interpretato parti sia al cinema, con “Tutti pazzi per Amore”, che in teatro, da Marivoux, Molière, Queneau e Yasmina Reza; però quando mi propongono personaggi come quello di Fiorillo in ‘Respiri’ mi entusiasmo. Mi affascinano molto questi ruoli, mi piace molto la psicologia di questi personaggi: controversa, travagliata, border line. Se non avessi fatto l’attore probabilmente avrei studiato psicologia. Mi seduce tutto ciò che è nevralgico, introspettivo, nodale, che è mal di vivere, dramma interiore. La pace dei sensi e la bella famiglia con ‘vissero tutti felici e contenti’ non mi attrae molto, non mi dà il pugno nella pancia. Di solito scelgo i copioni a seconda del “cazzotto” che mi arriva nello stomaco sia che si tratti di un soggetto malavitoso o un pazzo geniale come il Caravaggio o ancora un folle amante come Heathcliff in ‘Cime Tempestose’, che diritto come una freccia va alla sua perdizione fino alla morte pur di amare una donna. Mi intrigano più i casi esasperati ed estremi che non quelli più blandi e leggiadri.

Il 6 Novembre ripartirà da Ferrara il tour teatrale de “Il Visitatore” al fianco di Alessandro Haber, che vi vedrà impegnati quotidianamente in molte città italiane e che terminerà il 15 Marzo a Trieste. Un infaticabile stacanovista?

Beh, vengo da Bergamo, siamo abituati! Mi piace il mio lavoro, mi appassiona e mi coinvolge completamente. Dopo il 15 marzo sarò sicuramente stanco e dovrò riprendere le forze perché il teatro mi assorbe molte energie, ma l’importante è riuscire a mantenere l’equilibrio anche attraverso lo yoga, il training interiore, la cultura, la natura, le passeggiate. Tutto ciò aiuta non solo ad essere pronto per andare in scena il giorno seguente ma anche per affrontare un tour serenamente. A me piace lavorare, questo lavoro è avvincente. Quando mi chiedono dove vai in vacanza?… be’ il mio lavoro attraverso l’Italia è già una vacanza: hai la giornata libera e vai a vedere un bel film, le sagre, gli eventi. Tutto ciò mi intriga, mi entusiasma e mi offre l’opportunità di conoscere ed approfondire: se vai a Udine vai a visitare una cantina di prosciutto, se sei in Toscana vai ad esempio alla cantina dell’Ornellaia. La fortuna della tournee teatrale è che ti permette anche di conoscere l’Italia in modo capillare non solo attraverso i suoi monumenti storici. Fermarsi anche solo per una settimana a Perugia ti permette di conoscere il perugino, se soggiorni a Parma conosci meglio il parmigiano, scopri nuovi luoghi, nuove culture e tradizioni, anche la trattoria migliore:insomma un’Italia più vera, la mia Italia che del resto è uno dei Paesi più belli al mondo.

Molti critici sottolineano come nella forma artistica musicale negli anni ’60 abbiamo avuto la Beatlemania, nei ’70 la psichedelia dei Pink Floyd o Genesis, negli ’80 la power music edonistica di Michael Jackson o Survivor, Toto, Journey, nel ’90 il nichilismo distruttivo del Grunge di Kurt Cobain e del movimento di Seattle (Pearl Jam, Sound Garden); ora viviamo in un tempo “culturalmente sospeso”. È così anche nel cinema?

Be’, penso sia invece un periodo artistico molto fertile considerando che questo è un momento di crisi economica. Crisi economica che è solo la punta dell’iceberg di una crisi etica iniziata anni fa e che solo ora sta producendo i suoi frutti. La crisi c’era già negli scorsi anni semplicemente ora è associata al denaro. Tuttavia se pensiamo a epoche peggiori come ad esempio il “dopoguerra” ci rendiamo conto che proprio in quei frangenti bui sono nate considerevoli idee e grandi letterati. Nell’attuale periodo di crisi, di sbando, di implosione, il nostro cinema sembra avere una gran voglia di rivalutarsi. Abbiamo eccezionali giovani autori come Paolo Sorrentino che ha solo 44 anni ed è bravissimo; Autori teatrali come Giorgio Villa, Emma Dante, Elio Rampina, Saverio La Ruina, Arturo Cirillo, Fausto Paravidino, lo stesso Gigi Lo Cascio con il suo “Otello” oppure Fabrizio Gifuni conGadda e ancora Filippo Timi, tutti quanti straordinari. Mi sembra che ci sia un riscatto culturale, una voglia di nuovo, di esplodere in ricerche diverse rispetto a 8 – 10 anni fa. L’unico bastone tra i piedi è il continuo taglio dei fondi, questo sì. Purtroppo, per il cinema servono 2-3 milioni di euro e senza quelli non si può fare. Non bastano100 mila euro: con tale cifra non puoi neppure partire. Se tagli il 50% del Fondo unico per lo spettacolo (FUS), meccanismo utilizzato dal governo italiano per regolare l’intervento pubblico nei settori del mondo dello spettacolo, non riesci a dare lavoro a tutti gli addetti compresi non solo gli attori, non solo i registi, non solo gli sceneggiatori ma anche gli scenografi, i tecnici, gli elettricisti. C’è una implosione economica: negli anni ’60-’70 si facevano 350 film e giocoforza ce n’erano 30-40 fatti bene e 10 capolavori. Ecco allora emergere Visconti, Petri, Fellini, Pasolini e quant’altro. Oggi si fanno 40 film, e se ne escono 3 bellissimi è grasso che cola. Ma è normale: è nelle leggi della statistica, quindi credo che sia un momento di ricerca di nuove esperienze interiori, di uno scavo nella coscienza di qualcosa di più profondo. L’altro lato della medaglia è che non essendoci denari non puoi andare da nessuna parte. Per il teatro il discorso è differente perché in teatro si può stare con una calzamaglia nera, quattro luci e senza scenografia basta che ci siano un buon autore, un gran attore ed un buon regista: la gente rimane lì. Col cinema no. Col cinema non puoi, ci vogliono fondi e se non ci sono soldi ci sono anche poche possibilità per gli autori e lo spazio per i giovani è più levigato. Io sento il fermento e c’é anche un grande ardore e una gran voglia di fare nei giovani autori e quando Sydney Sibilia che ha 33 anni fa un botto con “Smetto quando voglio” c’è una speranza. Ma questo vale anche per Stefano Sollima che con Gomorra – la serie ha destato l’interesse dei principali mercati televisivi internazionali e, ad oggi, è già stata venduta in quasi 40 Paesi, tra cui gli Stati Uniti. Le possibilità le abbiamo: sento che c’è un grande indirizzo positivo nei nostri giovani e veramente bravi autori. Purtroppo non abbiamo la possibilità di fare 250–300 film come in Inghilterra, in Francia o in Germania ma ne produciamo pochissimi proprio perché non abbiamo fondi.

Gli imprenditori bergamaschi e bresciani, non appena hanno saputo che il thriller ‘Respiri’ sarebbe stato girato sulle sponde del Lago d’Iseo e con un protagonista non solo nativo di Sarnico ma tanto apprezzato e benvoluto, si sono adoperati per sostenere anche economicamente questo film?

Abbiamo riscontrato un’adesione immediata anche da parte di imprenditori locali che intendono sostenere questo progetto per promuovere la cultura, il cinema, il territorio e le sue bellezze. Non posso che ringraziarli per questo.


Miriam Polini

http://www.thelegaljournal.eu/legal-caf ... isfazioni/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 17. Apr 2015 06:24

Übersetzung (wenn ich es irgendwann schaffe9
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 2. Mai 2015 15:53

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La canzone “recitata”
Intervista a Alessio Boni protagonista al Remondini dello spettacolo… in prosa dedicato al “cantastorie” Piero Ciampi

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it
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Amore Scalzo

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom



Amore Scalzo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La stagione della prosa del teatro Remondini di Bassano del Grappa si è conclusa con il reading dedicato al cantautore Piero Ciampi, interpretato da Alessio Boni e Marcello Preyer, intitolato “Amore Scalzo- concertato a due per Piero Ciampi”. Nato a Livorno nel ’34 e morto a Roma nell’80 Piero Ciampi è stato ed è un cantautore molto considerato da altri artisti e colleghi, che lo hanno spesso sostenuto come Gino Paoli e Nada che interpretò molte sue canzoni. Personaggio problematico a causa dell’etilismo, Ciampi oggi è spesso omaggiato da artisti anche giovani che lo riconoscono come poeta nonostante alcune tematiche trattate verso le quali, soprattutto negli ultimi tempi, si cerca di creare più sensibilità e consapevolezza.



Avete recuperato le canzoni di Ciampi e le avete scollate dalla musica. La canzone recitata in questo modo però assume una forma completamente diversa. Secondo voi che cosa diventa una canzone, così, senza la musica?

Amore Scalzo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Alessio Boni: “Secondo me già Ciampi non è un cantante, è un cantastorie, un cantautore molto fuori dal comune: a volte parla col pubblico, a volte recita, a volte canticchia ma non è il Claudio Villa della canzone italiana, infatti per questo è rimasto di nicchia e poche persone ancora adesso lo conoscono. Io e Marcello abbiamo pensato che è la prima volta che facciamo un cantante in questo modo, abbiamo sempre fatto poetesse e poeti, Pavese, Pasolini, Alda Merini. Per noi lui è veramente un poeta del ‘900, un cantore che racconta il suo quotidiano, lo sviscera attraverso le sue parole: io le ho cantate sotto di lui le potrebbe cantare quasi chiunque. Però la genialità è ciò che ha scritto, ti entrava nelle viscere in un modo spaventoso: “Mi sei entrata nel sangue come la malaria”, “Tu precipitasti nella mia anima”. È poeta e poesia, non è canzone, va oltre. Ecco perché facciamo questo recitar-cantando: per poterlo far fruire col suo suono dentro l’animo delle persone che lo ascoltano".

Nelle sue canzoni lui parla del suo rapporto con le sue donne. C’è questa canzone molto famosa, “Che buffa che sei” in cui lui ammette di aver picchiato la sua donna, se ne pente, però quasi si vanta che il naso che lei ha ora non gliel’ha fatto Dio ma glielo ha fatto lui. Perché valorizzare un artista che nelle sue stesse opere ammette queste azioni?

“Perché è sincero!”.

Ho capito, però….

“Ha ammesso il suo sbaglio poi dopo cerca di ironizzarci sopra, ma questo non è una difesa".

Si ma lui reitera.

“No ma lui lo dice nelle sue canzoni, non fa finta di niente, è di una verità strepitosa e sbalorditiva e quindi questa cosa qui ti spiazza. Poi però sente di poter dire “Però adesso quando ti vedo, quel naso li è il mio”. È una cosa strana, quasi di possesso folle. Ce ne sarebbero altre, ne abbiamo messa una ma mi sembra sbagliato non far uscire ciò che è Ciampi. Io non dico che ti deve piacere, non difendo Ciampi, io parlo di un poeta, anche Picasso aveva la sua vita travagliata, anche Carmelo Bene non potevi starci accanto, però era un artista a tutto tondo; quindi io e Marcello elogiamo sul piedistallo di cristallo ciò che è l’arte poi le difficoltà e le fragilità di ogni essere umano, è dalle crepe che entra la luce".

Lui cantava da solo, voi qui invece siete in due, non c’è la musica o c’è una musica di accompagnamento con le sue canzoni e quando voi recitate si crea una musicalità nuova: è una scelta registica di creare una musica di concertazione tra i due artisti?

“Concertato a due per Piero Ciampi".

È una forma di recitazione particolare.

“È un jazz. Noi ci conosciamo da 25 anni, non potrei farlo che con Macello perché abbiamo fatto gli stessi studi, lo stesso coro, le stesse cose che io ho fatto con Orazio Costa le ha fatte anche lui per cui riesco a sentirlo. Domani se vieni a vederlo è completamente diverso perché ci sentiamo e andiamo sopra, aumentiamo le parole magari, le ridiciamo, le sottolineiamo, quindi andiamo a braccio, ci buttiamo dentro nell’artista, lo studiamo parecchio, 4, 5, 6 mesi, sentiamo tutte le canzoni e tutto quello che hanno detto di lui, tutti quanti i libri, poi ci immergiamo e vorremmo eclissarci e non possiamo perché vorremmo stare lì a parlare e a dire le cose e vorremmo elogiare quella persona lì, in questo caso è Ciampi. Questo è il nostro concertato".

Amore Scalzo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Tu hai interpretato altri artisti “tormentati”: Caravaggio, Puccini, Walter Chiari, che cosa accomuna questi artisti che hanno avuto problemi completamente diversi e hanno vissuto in epoche completamente diverse?

“L’anarchia totale nei confronti dei codici della società in cui vivevano e di quel periodo storico, loro si sentivano ciò che erano e sentivano ciò che gli dettava il cuore e lo perseguivano a discapito di tutti quanti. Questo. È questo lo struggimento importante di questi artisti così potenti, perché non riescono a seguire i dogmi: Caravaggio della Chiesa, Walter Chiari della situazione che c’era: erano dei fuoriclasse, gli stava tutto stretto".

Però non è necessario essere degli artisti per essere degli anarchici.

“Certo! Io sto parlando di questo, non mi compete, io non ti sto dicendo che quello esclude l’altro, ci saranno 3 miliardi di filosofi anarchici, di ingegneri strepitosamente anarchici e fuori di testa, io non ne conosco, io conosco queste persone e studio queste persone".

Ma come mai l’arte dei “maledetti” può essere qualcosa di edificante?

“Perché è rara! Perché è rara. Noi continuiamo a dire “maledetto”, “genio e sregolatezza”, non ce n’è, è rarissima la vera genialità, continuiamo a usare questa parola “genio”, “genio”, ce n’è uno al secolo e quindi attrae. Le banalità attraggono poco. Ciampi è rarissimo, è unico".

Nella sua stessa epoca ce ne erano anche altri: Gino Paoli, Bindi…

Amore Scalzo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Infatti Gino Paoli ha avuto il suo riconoscimento, Ciampi no, proprio i disadattati: guarda Alda Merini cosa ha dovuto soffrire per essere pubblicata, la follia di un’istituzione, 12 anni in manicomio, siamo fuori di testa, se un’istituzione riconosce Alda Merini pazza, c’è qualcosa che non va in quel Paese che rappresenta quell’istituzione, secondo me".

Oggi nell’ambito delle arti performative e non solo, c’è una grande ricerca nella tecnica e nei linguaggi artistici che permette anche di addentrarsi in territori di contenuti diversi. Lui era molto ricco nel suo linguaggio ma era anche semplice e diretto. Questi tormenti espressi anche in maniera diretta e semplice non è che magari il pubblico non li capisce più o li vede obsoleti?

Non credo, innanzitutto non è obsoleto perché morto nell’80 non è uno che scrive tipo stile Oscar Wilde, è proprio uno che parla del contemporaneo, di oggi: “Barbara non c’è (…) il mio amore è scalzo (…)tutte le sue scarpe sono qui” è proprio diretto, semplice, è vero e dilaniante. Tu esci da Ciampi secondo me…

…Disturbato.

“Brava, c’è un cazzotto nello stomaco. Altrimenti che devo fare? Edulcorare tutto? Ci sono anche delle persone a cui ha disturbato".

Hai visto, qualcuno se ne è andato via.

“Ho visto, due-tre sono andati via, ma non importa, voglio dire, ci mancherebbe, non è che deve piacere a tutti eh, però so che fa male, perché in ogni caso le situazioni, l’amore, i figli, il non avere figli, il partner, la difficoltà, il bere, le cose, tocca profondamente chiunque di noi. Tu hai vissuto sicuramente, ne sono sicuro, nella tua vita, un amore struggente che ti ha fatto male e quella cosa non la vuoi ascoltare, vuoi leggerezza, vuoi vedere commedie, superficialità, così non ci pensi. Pensiamoci invece".

Ci sono degli artisti che riescono a superare il loro periodo distruttivo e ne escono e spesso scrivono anche delle cose molto belle, più profonde, molto ricche, ancora di più. Non è un po’ un luogo comune, appunto come stavamo dicendo prima, dell’artista “maledetto” che vede oltre? L’etilista, il tossicodipendente: se non c’è qualcosa dentro non c’è alcool che tenga.

“Non c’è né alcool, non c’è droga, non c’è niente che tenga: guarda cosa ha fatto la signora Merini pur essendo dentro un manicomio, con 46 elettroshock, anzi lei il dolore lo eliminerebbe proprio dal vocabolario perché non è vero che uno debba soffrire per scrivere bene. Se uno scrive bene, scrive bene, un talento ce l’ha, anche nella gioia. È vero che magari sei più portato quando sei magari cogitabondo un po’ struggente, così, a scrivere che non quando stai bene su una barca a vela, non so, anche là però se uno scrive e ha il dono della scrittura lo può fare. Io credo che queste persone vadano oltre, esprimono la loro interiorità veramente con una capacitò e minuzia, dono, poesia che noi non possiamo arricchirci e prendere".

Come si evolve un artista che va oltre? Tu che sei attore e attraversi i secoli: chi scrive oggi o 200 anni fa, Shakespeare è oltre ancora oggi. Non c’entrano secoli…

“No, i secoli non c ‘entrano un bel niente, perché le cose di cui si parlava 400 anni fa funzionano tuttora, cambi solamente i costumi e i versi, i settenari, gli endecasillabi e ancora si parla dell’uomo di quello che succedeva e di quello che è, ma ci sono degli scrittori anche adesso che sono straordinari, poi dopo li valuteranno fra 100 anni però uno adesso pensa che sia normale una Reza, uno Schmitt, un David Auburn, una Gomez, cioè, ci sono i grandi scrittori solo che anche Shakespeare, quando veniva rappresentato, non era considerato così strepitosamente alto. Strehler era un genio. Ce l ’avevamo. E quando lo vivevi non pensavi…”.




nr. 17 anno XX del 2 maggio 2015


http://ladomenicadivicenza.gruppovideom ... 863_1.html
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 9. Mai 2015 12:39

Alessio Boni nello psico-thriller e poi di nuovo in tv con La Catturandi

ROMA. «L'intrigo mentale, il borderline umano parlano a ognuno di noi, sono fonti di storie che ci appartengono, perché possono succedere a chiunque e dovunque, basti pensare a Cogne». È uno dei...


ROMA. «L'intrigo mentale, il borderline umano parlano a ognuno di noi, sono fonti di storie che ci appartengono, perché possono succedere a chiunque e dovunque, basti pensare a Cogne». È uno dei motivi per cui Alessio Boni si è subito incuriosito quando l'esordiente Alfredo Fiorillo gli ha offerto il ruolo di protagonista nel thriller psicologico “Respiri”, del quale l'attore ha appena cominciato le riprese a Parabiago. È già pronta invece «la storia d'amore delicatissima» di “In un posto bellissimo”, diretto da Giorgia Cecere interpretato da Boni con Isabella Ragonese, e in autunno l'attore tornerà su Rai1, con la miniserie La catturandi.

“Respiri”, produzione indipendente, è scritta dal regista con Angela Prudenzi. Fra gli interpreti l'attrice russa Lidiya Liberman, Milena Vukotic, Pino Calabrese e un'inedita Eva Grimaldi. Boni si cala nei panni «di un ingegnere affermato, alle prese con una tragedia del suo passato che gli si risveglia dentro. Quando inizia a perdere il senso della realtà decide di lasciare Milano e tornare, insieme a sua figlia, ancora piccola, in un luogo del quale ha ricordi sereni, la casa di famiglia sul lago d'Iseo». Qui però iniziano a manifestarsi misteriose presenze, che custodiscono la verità....

«Ho deciso di incontrare Fiorillo - spiega l’attore - per decidere se lanciarmi in questa avventura. Lui mi ha parlato delle sue influenze, da David Lynch a Tim Burton e mi ha convinto. Gli ho chiesto dove avrebbe girato e mi ha detto di aver scelto Villa Faccanoni, sul lago d'Iseo, a Sarnico. È stato un segno. Io sono nato là e conosco quella villa fin da quando ero bambino».

Dovrebbe invece debuttare a un festival internazionale “In un posto bellissimo”, l'opera seconda di Giorgia Cecere. Al centro della trama una giovane coppia che si confronta con nuovi desideri e un incontro che li destabilizza. Infine, in autunno su Rai1, la “Catturandi”, il ritorno dell'attore in tv, nella miniserie diretta da Fabrizio Costa, ambientata a Palermo, che ha fra i protagonisti Massimo Ghini, Leo Gullotta, Anita Caprioli, Vincenzo Amato, Marta Gastini.

07 maggio 2015

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 17. Mai 2015 15:46

Alessio Boni nello psico-thriller e poi di nuovo in tv con La Catturandi


ROMA. «L'intrigo mentale, il borderline umano parlano a ognuno di noi, sono fonti di storie che ci appartengono, perché possono succedere a chiunque e dovunque, basti pensare a Cogne». È uno dei motivi per cui Alessio Boni si è subito incuriosito quando l'esordiente Alfredo Fiorillo gli ha offerto il ruolo di protagonista nel thriller psicologico “Respiri”, del quale l'attore ha appena cominciato le riprese a Parabiago. È già pronta invece «la storia d'amore delicatissima» di “In un posto bellissimo”, diretto da Giorgia Cecere interpretato da Boni con Isabella Ragonese, e in autunno l'attore tornerà su Rai1, con la miniserie La catturandi.

“Respiri”, produzione indipendente, è scritta dal regista con Angela Prudenzi. Fra gli interpreti l'attrice russa Lidiya Liberman, Milena Vukotic, Pino Calabrese e un'inedita Eva Grimaldi. Boni si cala nei panni «di un ingegnere affermato, alle prese con una tragedia del suo passato che gli si risveglia dentro. Quando inizia a perdere il senso della realtà decide di lasciare Milano e tornare, insieme a sua figlia, ancora piccola, in un luogo del quale ha ricordi sereni, la casa di famiglia sul lago d'Iseo». Qui però iniziano a manifestarsi misteriose presenze, che custodiscono la verità....

«Ho deciso di incontrare Fiorillo - spiega l’attore - per decidere se lanciarmi in questa avventura. Lui mi ha parlato delle sue influenze, da David Lynch a Tim Burton e mi ha convinto. Gli ho chiesto dove avrebbe girato e mi ha detto di aver scelto Villa Faccanoni, sul lago d'Iseo, a Sarnico. È stato un segno. Io sono nato là e conosco quella villa fin da quando ero bambino».

Dovrebbe invece debuttare a un festival internazionale “In un posto bellissimo”, l'opera seconda di Giorgia Cecere. Al centro della trama una giovane coppia che si confronta con nuovi desideri e un incontro che li destabilizza. Infine, in autunno su Rai1, la “Catturandi”, il ritorno dell'attore in tv, nella miniserie diretta da Fabrizio Costa, ambientata a Palermo, che ha fra i protagonisti Massimo Ghini, Leo Gullotta, Anita Caprioli, Vincenzo Amato, Marta Gastini.

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