Interviews mit Alessio/Interviste

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 5. Jun 2015 08:16

I PENSIERI DI ALESSIO BONI
ALESSIO BONI
“Fare il piastrellista m’ha insegnato cos’è il lavoro”

di Rosanna Scardi - Parla l’attore bergamasco Alessio Boni. “Se dopo 12 ore di prove a teatro mi sento stanco, penso a quel mestiere così faticoso”. “Il problema attuale è la mancanza di guide. La mia generazione guardava a Volonté, Magnani, Mastroianni. Oggi i ragazzi sono bombardati dai reality show”.

Boni, lei è nato a Sarnico ed è cresciuto a Villongo, ma vive tra Roma e un casale in Toscana. Perché ha lasciato Bergamo?

“Per inseguire il mio sogno. Me ne sono andato nel 1988, a ventidue anni, per fare il militare e non sono più tornato indietro. Volevo studiare recitazione e a Bergamo non c\'era un\'accademia d\'arte drammatica, allora sono andato a Roma. La provincia mi è sempre stata stretta, sono stato anche in America, dove ho fatto mille mestieri, baby sitter, cameriere, distributore di giornali”.

Suo padre come reagì?

“Malissimo. Non poteva capire. Ma quando nel 1992 mi sono diplomato alla ‘Silvio D\'Amico’ si è reso conto che la mia era una vera passione e non la voglia di far niente. Oggi è orgoglioso della mia scelta”.

Però il suo primo lavoro, a 14 anni, è stato accanto a suo padre, che faceva il piastrellista. Cosa le ha insegnato?

“È stato l\'esempio di un grande lavoratore che considerava la sua nobile bottega di artigiano un regno. Quando dopo dodici ore di prove a teatro mi sento stanco, penso a lui, che faceva uno dei mestieri più faticosi senza mai lamentarsi. Devo ringraziarlo per avermi trasmesso il senso del dovere, la capacità di mandare giù amaro e il non mollare mai un lavoro a metà. Anche se questo comporta l\'essere alle sei del mattino su un set. In fondo, sono fortunato perché faccio un mestiere che mi appassiona”.

Il suo lavoro la porta a girovagare per il mondo. Visti da fuori come sono i bergamaschi?

“Sono degli instancabili lavoratori, onesti e di gran responsabilità. Ma anche testardi come muli, se si ammorbidissero un po\', otterrebbero molti più riconoscimenti. Invece, troppo spesso si incaponiscono nel seguire un sentiero, senza ascoltare consigli”.

Cosa pensa dei giovani d’oggi?

“Molti sono già vecchi a vent\'anni, senza speranze, disincantati. Hanno perso la capacità di sognare, che è l\'immaginifico della vita. Senza desideri e ambizioni sei finito. Sono una forza propulsiva, quella che avevano i miei genitori quarant\'anni fa e, a loro volta molto prima, i miei nonni”.

Qual è il vero problema oggi?

“La mancanza di guide. La mia generazione guardava a Gian Maria Volonté, Anna Magnani, Marcello Mastroianni. Oggi i ragazzi sono spaesati, confusi, bombardati dai reality show. Pensano che nella vita conti solo diventare famosi. E, a vent\'anni, è facile imboccare la strada sbagliata”.

Tra Angela Merkel e Carla Bruni, l\'ex première dame essercita maggior fascino tra i giovani.

“È vero ed è un grave problema. Bisogna dimostrare di valere nel campo che si è scelto. Non importa se si arriva a essere sotto i riflettori oppure no”.

Se qualcuno le proponesse delle produzioni scarse ma di grande guadagno, accetterebbe?

“Mai, non sono un arrivista. Ma girerei subito una pellicola che mi piace, anche se sapessi di non finire mai sulle copertine delle riviste. Il pregio del film La meglio gioventù è stato il valore di sei mesi di lavoro sul set, non solo l\'aver conquistato il Nastro d\'argento”.

Nella vita è più importante lo studio o il talento?

“Senza talento non esisterebbe nessuna forma d\'arte. Ma le attitudini personali sono materiale grezzo che va affinato. Se non c\'è preparazione, è inutile crogiolarsi nel sacro fuoco. Ho visto troppe persone che tra genio e sregolatezza hanno sprecato le proprie capacità perché non si sono impegnate e non hanno ottenuto risultati”.

Proprio i giovani adulti sotto i quarant\'anni sono i più colpiti dalla disoccupazione. Un dramma che ha vissuto?

“Certo, anch\'io ho avuto momenti difficili. Nel 1995 sono stato senza lavoro per undici mesi e sono andato in depressione. Poi la fortuna è di nuovo girata dalla mia parte”.

È giusto varcare i confini se qui non ci sono prospettive?

“Se un ragazzo che vive ad Avellino, e fa lo scienziato o l\'archeologo, ottiene una chance in Massachusetts o in Svizzera, deve cogliere l\'occasione, piuttosto che restare in Italia a marcire facendo il cameriere o pulendo le scale. Occorre un cambio epocale. Il futuro è dei ventenni, non dei sessantenni”.

Ermanno Olmi ha dichiarato: la crisi ci spinge al consumo necessario. La proposta è di praticare la povertà come virtù. È d\'accordo?

“Sì, nella misura in cui la crisi non è solo finanziaria, ma morale. Oggi la profondità si ricerca in superficie. L\'essenziale riconduce a vedere l\'uomo attraverso la sua dignità e i suoi valori. Come quando si verifica una forte siccità, le radici affondano sempre più giù e i frutti sono più saporiti. Ma questo vale per chi non ha problemi economici, come il signor Olmi ed io”.

Quale dovrebbe essere la priorità della politica?

“Lo Stato deve occuparsi prima di tutto di chi guadagna 900 euro al mese, ha un mutuo, moglie e tre figli da mantenere. Le persone, come dimostrano i casi di suicidio, troppo spesso sono abbandonate ai loro problemi”.

Si è mai pentito di qualcosa?

“Di aver firmato il contratto per interpretare la parte di Walter Chiari, ma solo all\'inizio. Una volta carpita l\'essenza, sono riuscito a entrare in qualunque personaggio da Caravaggio, folle e maledetto, a Ulisse, anche se non è stato facile rendere la dimensione epica mentre mi sentivo ridicolo con il gonnellino. Ma il mattatore era un\'anguilla, sempre diverso a se stesso, sia che fosse il Walter del 1950, quello del 1943 o quello con il problema della cocaina”.

La soddisfazione più grande?

“Quando ho girato La meglio gioventù come mini serie in quattro puntate per la Rai non sapevo neppure se sarebbe stata messa in onda. Ma riuscì ad arrivare a Cannes, nella sezione Un certain regard. Oltre sei ore di film più una di pausa. Alla fine, ricordo i venti minuti di applausi e il pubblico in lacrime che mi abbracciava. Mi sono sentito orgoglioso di essere italiano. Il giorno dopo ci hanno avvisato di aver vinto il Festival. E la gioia è esplosa”.

Sappiamo che non è sposato e che non ama parlare della sua vita privata.

“È vero, ma vorrei un figlio. Siamo troppo concentrati su di noi. Un bambino ti scioglie il cuore. Ed è il prossimo sogno che voglio realizzare.”



La scheda

Alessio Boni è nato a Sarnico il 4 luglio 1966. Il debutto come attore avviene nel 1988 nei fotoromanzi. Dieci anni dopo è protagonista della serie tv La donna del treno, diretta da Carlo Lizzani, mentre la notorietà arriva con la soap Incantesimo. La svolta nella carriera arriva con La meglio gioventù, film diretto da Marco Tullio Giordana, vincitore della sezione Un certain regard al Festival di Cannes nel 2003, e grazie a cui, nel 2004, ottiene il Nastro d\'argento. Nel 2005 gira La bestia nel cuore, regia di Cristina Comencini, candidato all\'Oscar come miglior film straniero. Vince il Globo d\'oro come miglior attore rivelazione per Quando sei nato non puoi più nasconderti sempre di Giordana e per Arrivederci amore, ciao di Michele Soavi. Tra le fiction interpretate, Guerra e pace, Caravaggio, Puccini, Walter Chiari-Fino all\'ultima risata. Le ultime sono Odissea dedicata alla figura di Ulisse e L\'ingegnere sugli anni di piombo che saranno trasmesse dalla Rai nella prossima stagione.


Fonte: Redazione gio 23 mag 2013, ore 17.10

http://www.dodicibergamo.it/notizia.php ... lavoro%94_
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Beitragvon gaby » 16. Jun 2015 18:07

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 19. Aug 2015 21:21

http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv. ... 08-18&vc=1
hier ab 40,29 kurzes interwieuv mit Alessio
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Beitragvon gaby » 20. Aug 2015 20:28

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 27. Aug 2015 08:32

Intervista ad Alessio Boni, protagonista di ‘In un posto bellissimo’
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Admin — 26 agosto 2015
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Intervista ad Alessio Boni, che il 27 agosto torna in sala con il film In un posto bellissimo. Un ruolo che gli ha dato modo di riflettere sulle dinamiche di coppia. Ecco che cosa ci ha rivelato.

Esce il 27 agosto nelle sale In un posto bellissimo, secondo film della regista Giorgia Cecere, interpretato da Isabella Ragonese e da uno degli interpreti maschili più talentuosi in circolazione: Alessio Boni. Occhi azzurri, sorriso contagioso e una montagna di riccioli selvaggi. Intervistato da Letteradonna.it, ci racconta il suo personaggio «squadrato», che presta più attenzione alla professione, alle uscite con gli amici, piuttosto che ad ascoltare davvero la sua compagna. Un uomo lontanissimo dal suo essere. Alessio Boni spiega come si possono rompere le abitudini quotidiane che hanno appesantito la coppia nel film: «Portando la propria compagna a vedere un’opera, al lago di Massaciuccoli o a un Festival». Perché «se non fai domande, non presti attenzione alla tua lei mentre ti dice il suo sentire, la routine ti massacra». Oggi sogna di diventare un regista cinematografico e, da single (ma è solo «un momento della mia anima»), desidera una donna, dei figli e la tranquillità di una famiglia tutta sua.

AmcyMtCWzByYJYV-Y1dtbRLunYLdPUzC9hrtlKHuQtwN0RY7Tu50HsBf67HyP5U3JS0THQ=w1315-h483DOMANDA: Nel film In un posto bellissimo, di Giorgia Cecere, interpreti un marito fedifrago. Ci parla del suo personaggio?
RISPOSTA: Il tradimento è uno degli scogli che deve affrontare la moglie Lucia, interpretata da Isabella Ragonese, all’interno di un matrimonio che non funziona più. Si conoscono da vent’anni: fidanzamento, anello, nozze e vestito da sposa. Hanno fatto tutto quello che è nel codice canonico, religioso e perbenista, imposto dalla provincia. Sembra che vada tutto bene, però…
D: Però?
R: Non ci si parla, non ci si ascolta, non ci si sente più. Per un marito come lui, squadrato, che vede nella vita professionale, nei viaggi e nelle uscite con gli amici qualcosa di più importante di tutto il resto, questa dualità passa in secondo piano. Un’avventura extraconiugale può anche capitare, ma non è così importante.
D: Che cosa succede invece nell’animo delle moglie?
R: Questa donna sente di essersi allontanata dalla verità. Da ‘un posto bellissimo’, che è quello dentro di sé, che abiti quando ti senti a tuo agio con te stesso. Non c’è più perché è ormai troppo dentro quel ‘codice convenzionale’ fatto di un quotidiano ripetitivo, sempre uguale, che se non lo spezzi ti ammazza. Credo sia questo il senso del film.
20150713092848D: Come si rompe la routine nella vita reale?
R: Portando la propria compagna a vedere un’opera, al lago di Massaciuccoli o ad un Festival per il concerto del suo idolo. La gente non si ascolta. Se non fai domande, se non presti attenzione alla tua lei mentre ti dice il suo sentire, la routine ti massacra. La verità è specchiarsi, confrontarsi e dire il vero assoluto. Se uno avesse qualcuno a casa che lo ascolta non avrebbe bisogno di pagare un analista.
D: «Un attore ha il dovere di afferrare il pieno significato della vita». C’è riuscito?
R: No, assolutamente! Sono in ricerca costante, piena, totale. Mai arrivare a un target! È come un quadro che non è mai finito. Se ritornasse in vita Picasso rimetterebbe mano anche al Guernica. È sempre un work in progress, soprattutto quando si parla di sentimenti umani, perché cambiano gli stati d’animo, la storicità e le situazioni. Non c’è mai un arrivo. Il pieno significato della vita è proprio fino all’ultimo respiro.
D: Diversi ruoli, a cinema e a teatro. A quale si sente più legato e perché?
R: Ce ne sono parecchi ma ti faccio comunque tre nomi: Matteo, protagonista de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, fondamentale per tutto quello che poi mi ha portato. Caravaggio, che ha fatto il giro del mondo. Un genio che adoravo fin da piccolo e un personaggio, tra luci e ombre, a cui sono fortemente legato. E poi la sfida più difficile nella mia carriera: Walter Chiari, perché è stato un confronto esorbitante. Quando ho ricevuto i complimenti del figlio Simone per me è stata la più grande consacrazione che potessi immaginare.
'Diobo' Che Bello' EventD: Lo stato del cinema e del teatro in Italia. Che cosa fanno e che cosa non fanno le istituzioni per aiutare la cultura?
R: Il cambiamento lo vedo dentro l’uomo, dentro il regista, l’attore e lo sceneggiatore. Purtroppo le istituzioni possono fare ben poco quando c’è un buco così grande e devono tagliare il 50 per cento dei soldi. Non voglio stigmatizzare le istituzioni che hanno già mille problemi, ma se togli la metà dei finanziamenti, rispetto a quelli che ci davano due-tre anni fa, per il cinema, l’arte e per il teatro è inevitabile fare meno film, farli più in fretta, e con meno qualità. Però gli italiani trovano sempre degli escamotage per poter arrivare alla fine e con grande dignità. Ci dobbiamo rimboccare le maniche, come è successo nel dopoguerra italiano. C’erano tante difficoltà ma anche un grande entusiasmo. Risaliremo la china!
D: A partire dall’autunno sarà tra i protagonisti di La Catturandi, una nuova serie per Rai Uno sulla lotta alla mafia. Puoi anticiparci qualcosa?
R: Sarò un imprenditore milanese che va in Sicilia per investire in un parco eolico e, appena si parla di milioni di dollari, indovina chi si avvicina subito? La mafia. E lì si aprono degli scenari che ti lascio solo immaginare.
D: Si aprirà a breve la 72esima edizione del Festival di Venezia. Si è fatto un’idea sul programma di quest’anno?
R: Mi interessano molto L’Attesa, esordio di Piero Messina con Juliette Binoche, forse anche perché l’ho conosciuto personalmente, ma anche tutti gli altri italiani in gara: A Bigger Splash di Luca Guadagnino e Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio. Sono tre autori che mi attraggono molto.
D: Un sex symbol come lei è ancora single. Scelta sua?
R: È uno stato conseguente ad un momento della mia anima. Ma non è importante.
D: Che cosa le piacerebbe fare nella vita professionale e in quella privata che ancora non ha sperimentato?
R: Ho sperimentato la regia teatrale con I Duellanti, portato in scena a Spoleto, e mi interesserebbe sperimentare anche quella cinematografica. Ho già un soggetto e un’idea, vediamo. Non te ne parlo fino a quando non andrà in porto. E poi mi piacerebbe creare una mia famiglia. Stare intorno a un focolare con la mia donna e i miei figli. Una cosa molto tranquilla, niente di particolare. Non voglio andare sulla Luna!

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 27. Aug 2015 13:00

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 28. Aug 2015 08:15

Alessio Boni: al cinema con 'In un posto bellissimo'

"Se ti fermi all’estetica, poi di che si parla?" L’attore, nelle sale con una storia di coppia in crisi, è uno che non si accontenta...

di Redazione

27 agosto 2015
«Io l’avviso: parlando con lei vorrei diventare più ricco dentro rispetto a com’ero mezz’ora fa, così diamo senso a questa chiacchierata». Alessio Boni è sempre piuttosto esigente coi suoi interlocutori. Ci sta: prima che un attore, l’uomo che ha dato il suo volto a Caravaggio, al principe Andrej di Guerra e pace e a Walter Chiari, è animato da una curiosità intensa e passionale: ai discorsi sull’Auditel e i palinsesti, preferisce quelli sulla vita, l’amore, ciò che vogliamo diventare e ciò che dobbiamo essere.
Dopo il Nastro d’argento per La meglio gioventù e tanti ruoli al cinema, da La bestia nel cuore a The tourist, sarà protagonista della serie tv Catturandi, in autunno su RaiUno e, con Isabella Ragonese, nel secondo film della regista e sceneggiatrice Giorgia Cecere, In un posto bellissimo, dal 27 agosto al cinema. «Mi ha colpito il racconto delicato e infinitesimale di una storia di coppia», racconta. «Piano piano, senza urla e scenate, si crea un cortocircuito e s’incrina qualcosa nell’animo di una donna che nasconde un trauma del passato». E scopre che il marito l’ha tradita.

MONTE-CARLO, MONACO - JUNE 11: Alessio Boni arrives at the opening ceremony of the 54th Monte-Carlo Television Festival on June 7, 2014 in Monte-Carlo, Monaco. (Photo by Pascal Le Segretain/French Select/Getty Images)

Quel tradimento è la conseguenza di situazioni che non funzionavano da tempo, un’inezia che in sé non conta niente. Moglie e marito potrebbero andare avanti come fanno tante altre coppie, invece per lei si apre una crepa interiore che la porta a confrontarsi con la sua verità, a rifuggire l’apparenza, l’esteriorità: la fede al dito, la domenica dai suoceri, il cappotto perfetto per andare in chiesa. Per andare alla ricerca della vera donna che si è persa dietro il velo da sposa, la maternità, e tutto il perbenismo borghese che s’insegue nella provincia artigiana.

ROME, ITALY - MARCH 10: Actor Alessio Boni attends 'Maldamore' photocall at Villa Borghese on March 10, 2014 in Rome, Italy. (Photo by Elisabetta A. Villa/Getty Images)

Pare un percorso inevitabile. Prima o poi tocca a tutti.

Non direi. C’è gente che non si pone mai domande sulla propria esistenza e sta bene così, viaggiano sulla superficie della vita come abili pattinatori che disegnano figure perfette su una lastra di ghiaccio; e c’è invece gente che vuole sentire il fiume che scorre sotto, quello profondo e irrequieto della vita vera.



Lei a quale categoria appartiene?

Non me lo chieda, per cortesia. Mi offenderebbe.

È un tipo che si indigna?

Assolutamente sì. Mi piacciono le personalità forti, graffianti, che ribaltano i tavoli, altrimenti la vita è solo silenzio e piattume. E mi indigno davanti a chi vuole fare da padrone e dettare legge calpestando la dignità dell’uomo.

BUSTO ARSIZIO, ITALY - MARCH 31: Actor Alessio Boni attends the 2012 Busto Arsizio Film Festival closing night on March 31, 2012 in Busto Arsizio, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)



Sul suo sito scrive che diventare uomo è una delle imprese più difficili.
In una bellissima intervista a Enzo Biagi, padre David Maria Turoldo disse: «Ho insegnato teologia per 50 anni e ho sempre chiesto ai miei alunni: che cosa volete diventare da grandi? Mi rispondevano chi l’architetto, chi la giornalista, chi l’attore. Nessuno mi ha mai detto: “Io voglio diventare un uomo”». Siamo tutti proiettati sulla professione, ma solo quando hai cominciato a lavorare su di te puoi tentare di svolgere qualunque mestiere. Anche al cinema e a teatro si deve vedere che hai vissuto e sofferto, è un’espressione corporale energica che ti fa diventare uomo, e solo di conseguenza attore.

Al cinema e in teatro si deve vedere che hai vissuto e sofferto, devi mostrare che sei un uomo. Quindi un vero attore

Che cosa fa di un uomo un uomo?

La coscienza, se ce l’ha. Bisogna coltivarla e affidarsi a quella, non a ciò che gli dicono gli altri, a questo marasma occidentale di cose che si devono fare. Se provi un sentimento forte nei confronti di una donna, di un lavoro, di una persona… boom, allora parti, buttatici a capofitto, senza paura.

L’anno prossimo compirà 50 anni. Si sente uomo, oggi?

Ci provo, senza perdere la puerilità e la meraviglia del bambino, che è qualcosa da portarsi dietro fin nella tomba. Sento di approfondire sempre di più il lato umano, rispetto a quello professionale. Fortunatamente non sono mai stato attratto dal denaro e non ho mai voluto diventare una persona di successo. Un uomo di valore, quello sì.

ROME, ITALY - DECEMBER 13: Actors Alessio Boni attends 'I Cerchi Nell'Acqua' TV series Mediaset photocall at Casa del Cinema on December 13, 2011 in Rome, Italy. (Photo by Elisabetta A. Villa/Getty Images)

Cos’è il successo per lei?

Nel mio campo, la possibilità di scegliere fra più proposte. Ma se mi offrissero un contratto che mi garantisce che lavorerò sempre al cinema, in teatro o in televisione, senza diventare per forza famoso, lo firmerei subito. Ho iniziato facendo il piastrellista con mio padre e gli zii, quando sento i colleghi lamentarsi perché hanno lavorato dieci ore sul set, rispondo: «Prova ad attaccare piastrelle per dieci ore, vedrai la differenza».

Come vede i suoi prossimi 50 anni?

Credo che rappresentino un giro di boa e il momento giusto per raccogliere ciò che ho seminato. Già da qualche tempo ho cominciato a prendermi delle soddisfazioni: quest’anno ho portato in scena, al Festival dei due mondi di Spoleto, I duellanti di Joseph Conrad, occupandomi anche dell’adattamento teatrale e, per la prima volta, della regia.

In amore devi dare tutto te stesso. Che fai, centellini? No, ci devi dare dentro. L’amore è un magnifico stato d’animo

L’amore va altrettanto bene?

Passi oltre, prego. Domanda successiva.

Che cosa cerca?

Sentimentalmente parlando? Tutto. Per il resto mi accontento: i soldi, le case, gli oggetti, non me ne frega niente. Ma in amore non mi accontenterò mai. La ricerca è continua.

Che cosa darebbe per trovare la donna giusta?

Tutto. Devi dare tutto te stesso. Che fai, centellini? No, ci devi dare dentro. L’amore è un magnifico stato d’animo, ti innalza e ti regala una luce diversa, più energia. In una donna cerco l’anima, sempre. Se ti fermi all’estetica, dopo di che si parla?

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Figli ne vorrebbe?

Tre, almeno.

Accidenti, in questi tempi di crisi…

Quella che stiamo vivendo non è una crisi economica, è una crisi etica dell’uomo, che è arrivata all’apice. Per questo è im- portante essere generosi, scavare in noi stessi. Stiamo troppo dietro agli impegni, ai computer, ai cellulari. Non ci guardiamo neanche negli occhi, ci sentiamo forti dietro a uno schermo, e nelle relazioni vere abbassiamo lo sguardo. Roberto Benigni diceva: «Fai, fai, ma l’anima dietro arranca. E lei non ce la fa».

Che cosa insegnerebbe ai suoi figli?

Con grande pazienza e delicatezza, direi loro che li circonderà l’indifferenza della vita e del mondo, e dovranno riconoscerla subito, farci i conti, così potranno farsela scivolare addosso e continuare nel loro percorso, a testa alta. D’altro canto non si può neanche diffidare di tutto, siamo esseri sociali. Bisogna so- lo capire di chi fidarsi.

(Paola Casella)

Foto: Getty
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 18. Sep 2015 12:54

INTERVISTA AD ALESSIO BONI- FESTIVAL DELLE NAZIONI A CITTA’ DI CASTELLO
Alessio Boni mi raggiunge nel chiostro della Chiesa di San Domenico ( spazio adibito agli eventi ‘off’ del Festival ). E’ appena arrivato dalla prova costumi del suo ultimo film , sicuramente stanco e preoccupato per la recita della sera . Ciò nonostante si pone con grande educazione e garbo e , cosa rara, semplicità alle mie domande, ascoltando con attenzione e rispondendo con precisione . Pur essendo uno dei volti più noti e popolari del mondo televisivo, cinematografico e teatrale il suo comportamento tradisce poco mestiere e molta naturalezza , cosa che durante un’intervista è basilare. Dopo aver scherzato su un abbassamento di voce dovuto agli sbalzi di temperatura e lo spontaneo paragone con i cantanti lirici, gli domando:



Qual’è stato il filo conduttore che ti ha portato a scegliere ( soprattutto nelle tue apparizioni televisive) personaggi giganteschi nelle varie arti : Heatcliff in “Cime tempestose” ( Letteratura) , Caravaggio ( Arte) , Puccini (Musica) ,de Winter in “Rebecca, la prima moglie” ( Cinema ) e Walter Chiari ( Televisione ) ? Il filo conduttore è stato puramente artistico o sei stato spinto da qualche influenza commerciale?

(Si anima repentinamente) Sono tutte scelte artistiche mie. Quando ho scelto di fare questo mestiere il fatto che mi intrigava di più è sempre stato quello che stava più lontano da me. Se tu mi dicessi adesso di interpretare una drag queen o un lottatore di sumo ti farei subito la firma, forse non riuscirei a diventare 180 chili, ma lo farei immediatamente perchè è molto distante da me



Ti piacciono le sfide insomma.

Ma pensa che noia fare se stessi in televisione o al cinema, sarebbe una cosa noiosissima; noi non saremmo mai all’altezza di un Amleto, di un Puccini, di un Caravaggio, quindi avere la possibilità di interpretarli assurge ad essere quel genio che tu nella vita non sei.. Andare a toccare lievemente la genialità di un Walter Chiari, Heatcliff nella sua perdizione o il principe Andreij Bolkonskij…. perchè “scavalli”.. a me piacciono le persone che scavallano; anche parlando con la gente che si incontra, magari il bancario che è stanco dopo una giornata di lavoro ma che ti porta in quel momento in un altro angolo del suo microcosmo. Le persone che seguono alla lettera le cose, che fanno un po’ se stesse non mi interessano così tanto, ma il mio non è un giudizio. Ci sono grandissimi attori che sono molto se stessi e vincono Oscar. Io sono più trasformista, adesso per esempio farò un cabalista ebreo del 1700 e vorrei che neanche mia madre mi riconoscesse. Sto incominciando a cercare la voce giusta…-



Possiedi oltre allo ‘standing anche una ‘faccia’ , un ‘volto’ importante tipo quello degli attori degli anni ’50 , e a teatro mancano volti forti -

Ecco, capiscimi. Io vorrei che a teatro non riconoscessero mai il volto di Alessio, vorrei che vincesse il personaggio, entrare dentro il copione e trovare ad avere quelle espressioni che magari nella tua vita non hai e quando ti riguardi e quasi non ti riconosci ecco, in quel momento hai fatto bingo, hai raggiunto l’obiettivo. Non ho mai fatto una scelta commerciale, farei dell’altro. Voi sapete quello cui dico di si, non quello cui dico di no.



Bella risposta -

A volte ti propongono per due giorni di lavoro quanto mio padre , che faceva il piastrellista, non ha mai visto in tutta la sua vita -



Certo capisco , spesso, pur in un altro ambito anche i cantanti sono portati a scelte difficili. -

Ma il teatro è un’altra cosa, il teatrante è uno che si costruisce mattone su mattone la sua carriera e dopo dieci anni cominciano a riconoscerlo . Penso al grande Massimo Popolizio così come Alessandro Haber , in teatro non esiste la meteora … che hai una bella faccia , fai un film e puoi vincere Cannes , in teatro devi lavorare in un modo spaventoso, fare gli esercizi .... –



Te l’avranno fatta mille volte questa domanda e te la faccio anch’io , tu hai lavorato per la televisione , il teatro ed il cinema qual’è il genere che preferisci ? -

Amo tutto, peró credo che il teatro ti dia delle piramidi talmente alte ed ampie che il cordone ombelicale si deve creare , come voglio accada adesso ; a me non interessa fare l’intervista con te se io non sono meglio tra venti minuti , io voglio che noi due ci arricchiamo in questo dialoghetto altrimenti non ha senso questa intervista , io voglio che sia io che te andiamo a casa con qualcosa di nuovo questa sera ed il contatto con il pubblico è la stessa cosa; non è tanto importante la bravura , quella mi interessa relativamente , in quanto non si è mai arrivati da nessuna parte, non si è mai bravi ma bisogna essere solo veri ed è quello che cerco di fare , come la signora Duse che arrossiva in scena , quanto è difficile , prova ad arrossire ! È sempre tutto una ricerca , ma la faccio insieme a voi ed è bellissimo creare il cordone ombelicale platea – tavole del palcoscenico e questa energia è una sorta di terapia di gruppo che ci facciamo e che ci fortifica e arricchisce insieme vicendevolmente. A me di far vedere quanto sono bravo interessa davvero poco alla fine, quello che mi interessa è lo spettacolo e la sua circolarità -

Qual’è , se esiste un rapporto , il tuo con il Mondo del melodramma ?

A me piace l’opera e lo sento se uno da il cuore quando canta o è solo tecnica , come lo avverto nel balletto . Io ho avuto la fortuna di stare per due anni e mezzo con Chiara Muti e di assistere a delle prove di spettacoli , avevo tempo allora , appena diplomato dall’Accademia ed il lavoro non era come adesso, ma tentennava e avevo anche mesi di fermo … ricordo una volta dovevano scegliere un ballerino ne venne uno che fece dodici giri , perfetto ! Poi ne venne un altro, che ne fece sei … ma quei sei bastarono e presero lui , perché in quei sei giri c’era tanta di quell’energia, potenza e cuore che bastavano ed avanzavano . Quando l’opera arriva alle viscere , come faceva la Sig.ra Callas insieme ad altri artisti cito per tutti la Sutherland , Domingo , Pavarotti , ti tocca delle corde di emotività incredibile , ti partono i brividi , ed il brivido non è che lo contieni , quello non puoi farlo partire a comando , quello o c’è o non c’è , non è una cosa automatica ; poi non è vero che l’aria ti porta al brivido , se tu non dai il cuore prima e non arrivi predisposto a porla nel modo giusto, se non c’è tutto questo è una delusione, perché di quella stessa aria magari io ne ho ascoltato tantissime esecuzione e tu devi superarle , tutto deve essere sempre contestualizzato, non deve più essere “eseguo l’aria e prendo l’applauso” Basta !!! -



E quale sarebbe dunque , secondo te, il modo per coinvolgere ed incuriosire i giovani oggi. per far loro capire che il mondo del teatro e dell’opera non è quella cosa noiosa che pensano? -

Tanto entusiasmo da parte di un insegnante appassionato che li porti a vedere le opere giuste, perché se tu li porti a vedere ( con tutto il rispetto e la stima per il Maestro Ronconi , che guai a chi me lo tocca ma sono obiettivo in questo ) “Le tre sorelle” di Cechov, quattro ore e mezza, quello non va più a teatro. Devi conoscere tu insegnante , tu papá , tu mamma l’opera o il testo teatrale e portare tuo figlio , allora sì che si appassiona perché se tu sbagli la prima volta è finita e quello dice : il teatro è una palla , non quello spettacolo, ma il teatro è da vecchi ed è una palla dunque non ci va più ! Bisogna essere intelligenti in questo modo perché ci sono opere moderne che ti possono portare un dinamismo di oggi e poi piano piano si puó passare ad uno Shakespeare , prepararsi ed andare a vedere delle cose un pó più impegnative , Moliere è interessante per un giovane . Vedi anche stasera Karl Kraus , non è per tutti Karl Kraus visionario , geniale ma non è per tutti, se ci porti un giovane molto probabilmente ne esce non avendo capito nulla , bisogna fare molta attenzione alle scelte . Devi già avere un discreto bagaglio culturale per certi testi Mallarmè , Baudelaire , De Sade ecc. Ma noi a volte ci arrocchiamo sulla nostra cultura , sulla nostra passione e sul nostro sapere, tu sull’opera ed io sulla prosa , ma i ragazzi di oggi sono figli del loro tempo, vedono una televisione negativa e vivono in un appiattimento totale e se tu avessi sedici anni ed io diciassette saremmo uguali a loro dunque loro non c’entrano assolutamente niente , siamo noi che dobbiamo capire dove portarli e come portarli , loro hanno altri codici ( x Factor , Amici ecc.) bisogna spostarli su un altro codice e farli appassionare, ma sei tu che devi farlo e devi raccontar loro una storia e cercare di coinvolgerli , consapevole poi che ci sarà sempre quello al quale non gliene frega assolutamente nulla anche perchè la poesia è per pochi, da sempre , ed è giusto che sia così .

SILVIA CAMPANA

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 6. Dez 2015 17:46

Alessio Boni: «Dopo Dio vorrei interpretare un trans»

GORIZIA. A volte il teatro propone delle risposte, a volte suscita delle domande. Il visitatore è in bilico fra queste posizioni, soprattutto considerando il fatto che pone di fronte due esperti...
di Eliana Mogorovich

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04 dicembre 2015
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Alessio Boni: «Dopo Dio vorrei interpretare un trans»

GORIZIA. A volte il teatro propone delle risposte, a volte suscita delle domande. Il visitatore è in bilico fra queste posizioni, soprattutto considerando il fatto che pone di fronte due esperti delle vite altrui come il dottor Freud e un misterioso personaggio sotto i cui stracci si potrebbe nascondere Dio in persona. A dare voce, ma soprattutto corpo, ai protagonisti sono rispettivamente Alessandro Haber e Alessio Boni, diretti da Valerio Binasco e pronti a salire domani sera, sabato 5, sul palcoscenico del Verdi di Gorizia. Lasciata Tolmezzo, sulla strada per San Vito al Tagliamento, abbiamo raggiunto telefonicamente Boni per scambiare qualche battuta sullo spettacolo, in tourné da oltre un anno.

- Come si è preparato a questo ruolo?

«Tre anni fa ho iniziato a parlarne con Binasco, che ne ha curato anche traduzione e adattamento. Il testo ci interessava e era intenzione comune sfatare la figura di Freud come medico che accoglieva solo le élite. Per questo il visitatore che entra nel suo studio è concepito come un clochard, un disadattato che poco a poco si svela a Freud – e, contemporaneamente, al pubblico – per chi è veramente. I due intessono un dialogo interessante al di là della fede personale di ognuno perché il tema è l’uomo con le sue fragilità, debolezze, ma anche dubbi e necessità che Dio vuole comprendere vestendo i panni dell’uomo comune.

- Su quale aspetto punta la regia?

«Di per sé tutti gli spettacoli di Valerio sono molto fisici e questo in modo particolare. Si è buttato a capofitto nel delineare il personaggio del visitatore, un Dio che è entrato in un corpo senza saperlo gestire. Per sottolineare le sue difficoltà di movimento mi ha sottoposto a degli esercizi di improvvisazione, ho dovuto riscoprire capriole, salti: è stato come ritrovare l’innocenza del bambino, tornare a una condizione di puerilità in cui ci si sorprende di tutto, ci si meraviglia persino di un batter di ciglia. È stato un lavoro di autoanalisi che mi ha costretto a dimenticare la mia dimensione adulta per riuscire a visualizzare delle scene in cui Freud sembra un pianeta mentre il visitatore gli salta intorno e lo stuzzica figurando come il suo satellite.

- Quale reazione si attende dal pubblico?

«Lo spettacolo sembra quasi un’analisi di gruppo, non si riesce a parlare di certi temi, a porsi determinate domande a meno di non essere in terapia o di essere psicanalisti. Il pubblico ha però bisogno di parlare di sé in profondità e con serenità, senza sentirsi sotto la lente di qualcuno: e qui ci riesce perché sotto la lente ci siamo noi attori.

- Quanto pesano gli interrogativi su “chi siamo” in questo momento storico?

«Moltissimo ed è proprio dell’intelligenza di Schmitt (l’autore del testo, ndr) riuscire a contestualizzare i suoi drammi. Ne Il visitatore siamo nell’aprile del 1938, all’indomani dell’annessione tedesca dell’Austria e a quel tempo nessuno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto. Oggi è lo stesso: si avverte che c’è qualcosa che non va, si sente che siamo in bilico nei rapporti fra Oriente e Occidente. La commedia induce a riflettere proprio su questa difficoltà nel rapporto fra gli uomini».

- Al giorno d’oggi abbiamo più bisogno di Dio o di Freud?

«Abbiamo più bisogno di uomini. Uomini che si mettano in gioco, che si confrontino e si assumano
le proprie responsabilità».

- Dopo Dio , quale ruolo le resta da interpretare?

«Mi piacerebbe entrare nel mondo dei trans, un mondo avulso da tutto. Ciò che mi interessa è lasciare dei messaggi, ribaltare luoghi comuni, instillare dei dubbi».

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 7. Jan 2016 09:28

Alessio Boni e la metafora del colibrì: da stasera "Il visitatore" al teatro Massimo di Cagliari

Ieri alle 14:31 - ultimo aggiornamento alle 17:25
alessio boni

Alessio Boni

L a storia del piastrellista («a 14 anni lavoravo con mio padre»), e della vita a San Diego («per mantenermi ho fatto il cameriere, il pizzaiolo, il pony express e il baby sitter») l'ha raccontata tante volte. Così come la storia di quella sera a Roma, in teatro. Tra il pubblico, ad assistere a "La gatta Cenerentola" di Roberto De Simone, c'era anche lui, Alessio Boni. Oggi attore, allora non ancora: «Fu una folgorazione» ammette. Boni, bergamasco, quasi cinquantanni, una lunga gavetta masticando la polvere del palcoscenico, di ruoli ne ha interpretati, e parecchi. Caravaggio, Puccini, Dio nello spettacolo "Il visitatore" (da oggi al Massimo di Cagliari). Ulisse per la televisione. L'indimenticabile Matteo Carati ne "La meglio gioventù" che gli valse il Nastro D'Argento (2003).

Televisione, cinema, teatro, qual è il percorso di Alessio Boni?

«Nella vita di ognuno di noi ci sono incontri, vicissitudini che ti fanno prendere una strada dettata dal tuo carattere. Mi è sempre interessato lanciare un messaggio, lasciare un segno. Il teatro è per me una sorta di terapia di gruppo e se questo accade anche nel cinema hai fatto bingo. Accalappiare il pubblico, tenerlo lì e farlo pensare: è questo il progredire della società occidentale, la forza della cinematografia, della televisione e del teatro».

Il teatro ha una marcia in più?

«Il teatro ha una valenza in più rispetto al mezzo tecnico televisivo e cinematografico. Quella di sentire veramente il sudore, di vedere in carne e ossa l'attore, di vedere negli occhi il pubblico, di sentirlo respirare. Di avere tra le mani il termometro di come va l'Italia. Ecco perché non lascerò mai il teatro, ogni hanno mi dedico a una tournée. È il mio mezzo, attraverso i sospiri, le risate, le attese, gli applausi, per capire il nostro paese».

Il teatro può indirizzare l'uomo e la sua esistenza?

«Pensavamo di stare nell'era in cui nessuno sente più niente, in cui non c'è bisogno di cultura. Non è vero. In questo momento storico di crisi etica dell'Europa si ha bisogno di essere indirizzati culturalmente, si ha bisogno di poesia, di emozioni, di profondità. Per salvare l'etica umana non credo ci si debba avvalere di profitti e perdite, la salvezza di un essere umano viene dall'arte. Il teatro può dettare piccole gemme».

Ha appena fatto ritorno dal Kenya, cosa porta in valigia?

«Una bellissima metafora africana raccontata da un masai. La favola di un colibrì che durante un incendio nella Savana anziché scappare come tutti gli altri animali, vola basso su uno stagno per prendere dell'acqua e buttarla sul terreno. "Io ho fatto il mio" risponde a chi gli dà del pazzo. Ecco, se facessimo il nostro, con sincerità e semplicità, cambierebbe tantissimo. Solo che non c'è più questo pensiero, ci si attacca sempre a quello che farà il prossimo».

Lei fa il suo con il mestiere dell'attore?

«Il mio compito non è fare lo spettacolino per alleviare la serata a qualcuno, far cambiare canale a uno annoiato o far andare al cinema perché fuori piove. No. Un giovane prende spunto dal teatro, dal cinema. Voglio essere questo tipo di attore. Un'attore di valore, non per i soldi o per il successo».

di Simona Arthemalle


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