Interviews mit Alessio/Interviste

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 21. Feb 2016 17:10

Francesca De Sanctis
@desanctisfranc
· 20 febbraio 2016
Alessio Boni: “Adoro le sfide sane e belle, altrimenti che vita è?”
Teatro
alessio-boni

Intervista ad Alessio Boni, che a teatro dirige e interpreta “I duellanti”: “Ho capito che avrei fatto l’attore quando sono entrato all’Accademia Silvio d’Amico senza raccomandazione”

«Adoro le sfide, quelle belle, sane, le sfide con se stessi, sempre avventurose in qualunque campo… se la vita non la prendi così, non fai che sopravvivere». E lui, Alessio Boni, ha sempre fatto tesoro di tutte le esperienze che si sono susseguite nel tempo ed è andato avanti «più ricco di prima». «Duellare è la vita, in ogni frangente. Senza dover fare morti, ma la stoccata la devi dare». Che poi è anche il succo dello spettacolo teatrale ora in giro per l’Italia, I duellanti, appunto, che ha debuttato al Teatro La Pergola di Firenze e che da martedì sarà al Teatro Quirino di Roma (una produzione Goldenart). Il punto di partenza è un romanzo di un autore amatissimo, più conosciuto per Cuore di tenebra o La linea d’ombra: Joseph Conrad, scrittore polacco che, in inglese, racconta stavolta una sorprendente storia francese, una storia napoleonica. L’idea da cui parte The Duel – per la prima volta in versione teatrale – è che i due avversari non si fronteggiano sugli opposti versanti del campo di battaglia, bensì sono ufficiali dello stesso esercito, la Grande Armée di Napoleone Bonaparte. Ussari, per la precisione. I due inanellano una sfida dopo l’altra, tanto da diventare famosi in tutto l’esercito napoleonico soprattutto per la loro eroica fedeltà alla sfida reciproca, che li accompagnerà per vent’anni, fino al duello decisivo.

Alessio, che tipo è il suo personaggio?
«Armand d’Hubert è un aristocratico, un posato e affascinante uomo del nord, un tenente in perenne disputa con un altro tenente, Gabriele Florian Feraud, eterno sfidante. D’Hubert è un personaggio che a me piace molto, orgoglioso, sempre in lotta, fino all’ultimo sangue. Ma in quell’epoca, forse non tutti lo sanno, se ferivi gravemente il tuo avversario dovevi dargli il tempo di riprendersi prima che il duello potesse ricominciare. Quindi se non si moriva per un colpo mortale queste sfide duravano all’infinito. In questo caso d’Hubert sfida il suo alter ego, il suo acerrimo nemico e alla fine vincerà la coscienza. Lo spettacolo contiene un grande messaggio: la stoccata nella vita la devi dare. E poi qui sono in ballo i concetti di dignità, di onore, tutti valori che oggi stiamo perdendo. Per non parlare della responsabilità, che è molto in disuso ormai»

Conosceva questo testo di Conrad?
«Il testo non lo avevo letto, nonostante l’amore che nutro verso l’opera di Conrad. Avevo visto il film di Ridley Scott, il suo esordio alla regia…».

E allora perché portarlo a teatro?
«Come tutte le idee migliori il progetto è venuto fuori durante una cena. A tavola eravamo io, Marcello Prayer, che è un mio carissimo amico da una vita, Francesco Niccolini e Roberto Aldorasi. Noi quattro abbiamo firmato la drammaturgia di questo spettacolo e siamo così contenti che pensiamo di portare in scena altri grandi romanzi. Proprio in questi giorni stiamo scegliendo fra tre testi. E pensare che quando ho conosciuto Roberto Aldorasi ero andato da lui un po’ prevenuto per vedere un monologo . Al mio fianco c’era seduto Francesco Niccolini, drammaturgo. E quando siano andati a cena tutti e quattro I duellanti è venuto fuori in maniera del tutto naturale…».

Questa è anche la sua prima regia teatrale (in coppia con Aldorasi).
«Sì, la regia teatrale è una cosa che desideravo molto fare. E il bella è che non finisce qua. Al memento giusto parleremo anche dei prossimi spettacoli».

Nella vita lei ha fatto mille lavori: cameriere, pizzaiolo, pony express ecc… Quando ha capito che sarebbe diventato un attore?
«Intanto, il fatto di aver svolto tanti e diversi lavori credo sia un valore aggiunto. Mi attrae l’aver toccato il fondo e poi aver raggiunto la poesia. Ho capito che avrei fatto l’attore quando sono entrato all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico senza raccomandazione. Lì ho cominciato a crederci. Una bella conferma l’ho avuta quando feci il provino con Strehler, avevo 28 anni. Poi ci sono stati tanti altri grandi maestri nella mia vita: Lizzani, Giordana, Stein…».

Non la infastidisce il fatto di essere considerato un sex symbol?
«Non ci faccio più caso ormai. Tutto quello che ho lo devo ai sì che ho scelto di dire. E di no, mi creda, ne ho detti tanti: calendari, lingerie, ruoli da belloccio conquistatore. La carriera si costruisce sui no»

Teatro, cinema, tv… dove si trova più a suo agio?
«Sono mezzi diversi. Ciò che conta è che ci sia una buona sceneggiatura o una bella scrittura. Mi è capitato di vedere film bruttissimi o fiction fatte moto bene. Quando, per esempio, feci La meglio gioventù di Giordana, con 12 bravi attori sul set, per me è stata una esperienza straordinaria. Siamo stati per sei mesi tutti insieme… Quello che conta quindi è come e con chi lavori, poi può essere cinema o teatro, l’importante è che ci sia qualità».

Prossimi progetti?
«Sarò il protagonista di una fiction prodotta da Luca Brabareschi, poi sei puntate di La Catturandi di Fabrizio Costa e ancora fiction con Di padre in figlia di Francesca Comenicini».

Alessio, fra poco compirà 50 anni, se guarda indietro cosa vede?
«Tanto lavoro, tanta forza di volontà».

E se guarda avanti?
«Una famiglia, il desiderio di un figlio».


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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 22. Feb 2016 09:17

22/02/2016 06:07
La stoccata di Alessio Boni «Io, costretto a combattere»
di Tiberia de Matteis Si cimenta con un lavoro scenico sul rapporto con l’avversario e con la crescita personale Alessio Boni, da domani fino al 6 marzo al Teatro Quirino nella trasposizione del...

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Si cimenta con un lavoro scenico sul rapporto con l’avversario e con la crescita personale Alessio Boni, da domani fino al 6 marzo al Teatro Quirino nella trasposizione del romanzo di Joseph Conrad "I duellanti” adattata da Francesco Niccolini e interpretata e diretta dallo stesso attore in compagnia con Roberto Aldorasi. Immortalata dal film di Ridley Scott, la vicenda è una metafora significativa dell’esistenza che lo spettacolo vuole mettere in luce.
Come avete lavorato sul testo originale?

«Ci siamo messi a leggere gran parte dell’opera di Conrad, inserendo anche alcune citazioni tratte da altre sue opere come "Linea d’ombra”. Non abbiamo preso in considerazione il film e ci siamo sorpresi di quanto fosse realmente teatrale questa dualità che riflette anche quella insita in ognuno di noi e nel legame col proprio alter ego. C’è un discorso sulla vita: al di là di ciò che fai, devi dare una stoccata altrimenti sopravvivi, ma non riesci ad affrontare la realtà».
In cosa consiste questa "stoccata”?

«Non solo nell’incidere nel proprio ambiente, ma nell’essere se stessi. "Quando sei nato non puoi più nasconderti” si dice. Bisogna ricordare che esistono l’etica, il rispetto, un codice cavalleresco e un onore che vanno oltre il tempo. I due personaggi IO, hanno le proprie vite, ma assaporano la verità dell’essere soltanto nel duello, nel porsi uno di fronte all’altro a combattere. Ognuno di noi può sperimentare questo senso profondo di vivere nella sua passione o nel suo talento: per noi attori si prova nello stare in scena».
E lei ha riconosciuto queste sensazioni nel suo privato o nella sua carriera?

«Costantemente. Ogni giorno c’è qualcosa che mi dice che sono troppo in superficie se mi lascio fagocitare dalla società, dagli impegni, dagli incontri, dalla tecnologia. Spesso si parla poco di sé, delle emozioni o dei sentimenti a meno che non si vada in analisi. Ci si dimentica spesso di se stessi. Questo testo aiuta a comprendere come il più grande duellante sia dentro di sé, sia la propria ombra, quello che non piace di se stessi e a cui è impossibile mentire, è quello che si rifiuta di essere e invece si è».
Chi è il suo personaggio?

«È colui che viene sfidato: non vorrebbe mai combattere, ma è pungolato dal ricordo di quell’onore, di quel sotterraneo latente. Sembra un testo militare, ma il vero significato è dentro la cornice storica e si tratta di una riflessione esistenziale che riguarda l’anima e la conoscenza psicologica».
La sua bravura sta nel mutare completamente in ogni ruolo, è d'accordo?

«Quello che desidero è proprio non farmi riconoscere».
Ha altri impegni artistici in questo periodo?

«Ho appena girato due fiction tv. Una è "La Catturandi”, diretta da Fabrizio Costa, in onda presto su Rai Uno. L’altra è "Di padre in figlia”, ideata da Cristina Comencini con la regia di Riccardo Milani. È la storia di un’azienda veneta dal 1958 agli anni Novanta in cui un padre tutto d’un pezzo, pieno di pregiudizi sul femminile, si troverà a consegnare il frutto del suo lavoro alla figlia. Sono quattro puntate e con me recitano Stefania Rocca e Cristiana Capotondi».

Tiberia de Matteis
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 14. Mär 2016 11:53

a sfida infinita è un’ossessione che mi appartiene

L’attore bergamasco, che vive in Toscana, sarà a Livorno con “I duellanti” di Conrad di Maria Teresa Giannoni

12 marzo 2016


Amici nemici. Alessio Boni e Marcello Prayer sono compagni di avventura già da tanto tempo, amano dividere il palcoscenico soprattutto quando si tratta di poesia. L'anno scorso hanno aperto la ventunesima edizione del Premio Ciampi a Livorno con “Amore scalzo” un viaggio nella musica e nelle parole della canzoni di Piero Ciampi. Ma da un po' hanno deciso di sfidarsi anche a duello. E grazie all'incontro con il drammaturgo aretino Francesco Nicolini e con Roberto Aldorasi che ha collaborato con Boni anche alla regia, eccoli impugnare la sciabola nel nome di Joseph Conrad.

Sono i protagonisti della versione teatrale di “I duellanti” racconto diventato famoso anche grazie al film di Ridley Scott (1977) con Keith Carradine e Harvey Keitel. Dopo il debutto al festival di Spoleto l'anno scorso, la tournée invernale li sta portando in giro per l'Italia. Dopo la Pergola a Firenze e il teatro Era a Pontedera arriveranno al Goldoni di Livorno mercoledì 16 e giovedì 17 marzo per chiudere la stagione organizzata da Fondazione Goldoni con la Fondazione Toscana Spettacolo.

Il lavoro vede in scena anche Francesco Meoni e la violoncellista Federica Vecchio. I due protagonisti sono andati a perfezionare le loro abilità di schermidori da Renzo Musumeci Greco, famoso maestro di scherma scenica che ha insegnato a incrociare le spade a tanti artisti e cantanti d'opera. E sarà Alessio Boni a impersonare il nordico Armand D'Hubert, uomo affascinante e misurato, trascinato - solo apparentemente suo malgrado - in una sfida che non finisce mai dal pari grado Gabriel Florian Feraud, francese del sud, guascone e rabbioso. Un duello sfibrante che dura vent'anni e che vede i due fare carriera nelle file dell'esercito napoleonico, ma anche vivere la disfatta in Russia fino alla restaurazione. Nella cornice della Grande Storia un'altra occasione per Conrad di indagare l'animo umano e le sue ossessioni.

Inutile dire che in questa storia Alessio Boni si è buttato a capofitto. Com'è scoccata la scintilla?

«A cena tra noi quattro. Nicolini mi ha detto: ho un monologo per te. Mi è piaciuto subito perché amo molto Conrad. Per come sa parlare della libertà dell'uomo, della sua essenza, in maniera pura e cristallina. Questo come tutti i suoi racconti è un viaggio, anche se per una volta all'orizzonte non si vede nessun battello né uno spruzzo di mare. Il lungo duello di cui parla ti insegna che qualsiasi cosa tu faccia nella vita a un certo punto la stoccata la devi dare. E la metafora più alta che c'è in questo racconto è che l'altro, il tuo nemico, è dentro di te. Solo all'apparenza si tratta di una faccenda di cappa e spada in realtà è la continua ricerca del minotauro che sta dentro di te. Nella regia ho pensato al duello come una danza che occupa tutto il palcoscenico».

Come reagisce il pubblico?

«È un po' una terapia di gruppo che noi attori facciamo insieme al pubblico. Escono annichiliti, straniti perché intravedono una ricerca molto profonda. Il tema del duo è importante per l'uomo fin da quando è piccolo. Due è molto più di uno: quando a un bambino di tre mesi gli fai le facce lui cerca di rifarle, l'uomo è un animale sociale, ha bisogno dell'altro, gli fa da pungolo».

Il duello per i due protagonisti diventa un'ossessione. Come si trova in questa dimensione?

«Anch'io sono abbastanza maniacale. Sono rigido con me stesso più che con gli altri. Solo con chi amo veramente posso essere altrettanto esigente. Non mi fanno paura le critiche perché sono ipercritico con me stesso. Deve essere un retaggio della mia cultura bergamasca. Non ho mai sentito mia madre dire: lasciamo stare. In famiglia si è sempre concluso quello che si iniziava. Mai lasciare a domani quello che si può fare oggi. Questa spinta a non mollare mai l'ho sempre avuta dentro».

Nella sua carriera qual è stata la sfida più difficile che ha dovuto affrontare?

«Essere Walter Chiari. Caravaggio e Puccini o altri personaggi che ho fatto, nessuno sa come erano in realtà, come parlavano, come si muovevano. Di Walter Chiari invece c'è ancora tutto: le interviste registrate, le fotografie, i gossip. Ho cercato di rivivere tutto compresa la parabola vertiginosa che è stata la sua vita: prima salire nell'Olimpo e poi cadere. Così facendo ho capito che era veramente un numero uno».

Lei è bergamasco di nascita però è toscano di adozione.

«È vero, abito in Valdichiana dove ho anche un uliveto. E ho scoperto che un mio avo, Onofrio Boni di Cortona, era un famoso architetto del 1700 che ha lavorato anche nella chiesa di San Francesco: c'è anche un epitaffio che lo ricorda, così come a Cortona
c'è un palazzo Boni e un vicolo Boni. Dunque eravamo toscani, nobili e ricchissimi di famiglia, chissà poi come abbiamo fatto a mangiarci tutto: forse con il gioco e le donne. Sta di fatto che siamo diventati proletari e bergamaschi, una famiglia di piastrellisti per diverse generazioni».


12 marzo 2016

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 16. Mär 2016 09:15

Alessio Boni: al cinema con 'In un posto bellissimo'

​"Se ti fermi all'estetica, poi di che si parla?" L'attore, nelle sale con una storia di coppia in crisi, è uno che non si accontenta...​
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«Io l'avviso: parlando con lei vorrei diventare più ricco dentro rispetto a com'ero mezz'ora fa, così diamo senso a questa chiacchierata». Alessio Boni è sempre piuttosto esigente coi suoi interlocutori. Ci sta: prima che un attore, l'uomo che ha dato il suo volto a Caravaggio, al principe Andrej di Guerra e pace e a Walter Chiari, è animato da una curiosità intensa e passionale: ai discorsi sull'Auditel e i palinsesti, preferisce quelli sulla vita, l'amore, ciò che vogliamo diventare e ciò che dobbiamo essere.

Dopo il Nastro d'argento per La meglio gioventù e tanti ruoli al cinema, da La bestia nel cuore a The tourist, sarà protagonista della serie tv Catturandi, in autunno su RaiUno e, con Isabella Ragonese, nel secondo film della regista e sceneggiatrice Giorgia Cecere, In un posto bellissimo, dal 27 agosto al cinema. «Mi ha colpito il racconto delicato e infinitesimale di una storia di coppia», racconta. «Piano piano, senza urla e scenate, si crea un cortocircuito e s'incrina qualcosa nell'animo di una donna che nasconde un trauma del passato». E scopre che il marito l'ha tradita.

Quel tradimento è la conseguenza di situazioni che non funzionavano da tempo, un'inezia che in sé non conta niente. Moglie e marito potrebbero andare avanti come fanno tante altre coppie, invece per lei si apre una crepa interiore che la porta a confrontarsi con la sua verità, a rifuggire l'apparenza, l'esteriorità: la fede al dito, la domenica dai suoceri, il cappotto perfetto per andare in chiesa. Per andare alla ricerca della vera donna che si è persa dietro il velo da sposa, la maternità, e tutto il perbenismo borghese che s'insegue nella provincia artigiana.

Pare un percorso inevitabile. Prima o poi tocca a tutti.

Non direi. C'è gente che non si pone mai domande sulla propria esistenza e sta bene così, viaggiano sulla superficie della vita come abili pattinatori che disegnano figure perfette su una lastra di ghiaccio; e c'è invece gente che vuole sentire il fiume che scorre sotto, quello profondo e irrequieto della vita vera.

Lei a quale categoria appartiene?

Non me lo chieda, per cortesia. Mi offenderebbe.

È un tipo che si indigna?

Assolutamente sì. Mi piacciono le personalità forti, graffianti, che ribaltano i tavoli, altrimenti la vita è solo silenzio e piattume. E mi indigno davanti a chi vuole fare da padrone e dettare legge calpestando la dignità dell'uomo.

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Sul suo sito scrive che diventare uomo è una delle imprese più difficili.In una bellissima intervista a Enzo Biagi, padre David Maria Turoldo disse: «Ho insegnato teologia per 50 anni e ho sempre chiesto ai miei alunni: che cosa volete diventare da grandi? Mi rispondevano chi l'architetto, chi la giornalista, chi l'attore. Nessuno mi ha mai detto: "Io voglio diventare un uomo"». Siamo tutti proiettati sulla professione, ma solo quando hai cominciato a lavorare su di te puoi tentare di svolgere qualunque mestiere. Anche al cinema e a teatro si deve vedere che hai vissuto e sofferto, è un'espressione corporale energica che ti fa diventare uomo, e solo di conseguenza attore.

Al cinema e in teatro si deve vedere che hai vissuto e sofferto, devi mostrare che sei un uomo. Quindi un vero attore

Che cosa fa di un uomo un uomo?

La coscienza, se ce l'ha. Bisogna coltivarla e affidarsi a quella, non a ciò che gli dicono gli altri, a questo marasma occidentale di cose che si devono fare. Se provi un sentimento forte nei confronti di una donna, di un lavoro, di una persona… boom, allora parti, buttatici a capofitto, senza paura.

L'anno prossimo compirà 50 anni. Si sente uomo, oggi?

Ci provo, senza perdere la puerilità e la meraviglia del bambino, che è qualcosa da portarsi dietro fin nella tomba. Sento di approfondire sempre di più il lato umano, rispetto a quello professionale. Fortunatamente non sono mai stato attratto dal denaro e non ho mai voluto diventare una persona di successo. Un uomo di valore, quello sì.

Cos'è il successo per lei?

Nel mio campo, la possibilità di scegliere fra più proposte. Ma se mi offrissero un contratto che mi garantisce che lavorerò sempre al cinema, in teatro o in televisione, senza diventare per forza famoso, lo firmerei subito. Ho iniziato facendo il piastrellista con mio padre e gli zii, quando sento i colleghi lamentarsi perché hanno lavorato dieci ore sul set, rispondo: «Prova ad attaccare piastrelle per dieci ore, vedrai la differenza».

Come vede i suoi prossimi 50 anni?

Credo che rappresentino un giro di boa e il momento giusto per raccogliere ciò che ho seminato. Già da qualche tempo ho cominciato a prendermi delle soddisfazioni: quest'anno ho portato in scena, al Festival dei due mondi di Spoleto, I duellanti di Joseph Conrad, occupandomi anche dell'adattamento teatrale e, per la prima volta, della regia.

In amore devi dare tutto te stesso. Che fai, centellini? No, ci devi dare dentro. L'amore è un magnifico stato d'animo

L'amore va altrettanto bene?

Passi oltre, prego. Domanda successiva.

Che cosa cerca?

Sentimentalmente parlando? Tutto. Per il resto mi accontento: i soldi, le case, gli oggetti, non me ne frega niente. Ma in amore non mi accontenterò mai. La ricerca è continua.

Che cosa darebbe per trovare la donna giusta?

Tutto. Devi dare tutto te stesso. Che fai, centellini? No, ci devi dare dentro. L'amore è un magnifico stato d'animo, ti innalza e ti regala una luce diversa, più energia. In una donna cerco l'anima, sempre. Se ti fermi all'estetica, dopo di che si parla?

Figli ne vorrebbe?

Tre, almeno.

Accidenti, in questi tempi di crisi…

Quella che stiamo vivendo non è una crisi economica, è una crisi etica dell'uomo, che è arrivata all'apice. Per questo è im- portante essere generosi, scavare in noi stessi. Stiamo troppo dietro agli impegni, ai computer, ai cellulari. Non ci guardiamo neanche negli occhi, ci sentiamo forti dietro a uno schermo, e nelle relazioni vere abbassiamo lo sguardo. Roberto Benigni diceva: «Fai, fai, ma l'anima dietro arranca. E lei non ce la fa».

Che cosa insegnerebbe ai suoi figli?

Con grande pazienza e delicatezza, direi loro che li circonderà l'indifferenza della vita e del mondo, e dovranno riconoscerla subito, farci i conti, così potranno farsela scivolare addosso e continuare nel loro percorso, a testa alta. D'altro canto non si può neanche diffidare di tutto, siamo esseri sociali. Bisogna so- lo capire di chi fidarsi.

(Paola Casella)




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Beitragvon gaby » 27. Apr 2016 18:06

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Beitragvon mingi17 » 10. Mai 2016 11:37

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Beitragvon mingi17 » 27. Jul 2016 15:24

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Beitragvon mingi17 » 27. Jul 2016 15:27

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Beitragvon mingi17 » 3. Sep 2016 08:42

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Una fiction coraggiosa. Racconta una mafia siciliana che non è più coppola e asinello, ma è radicata nelle istituzioni». Alessio Boni parla di Catturandi - Nel nome del padre, la nuova serie che lo vede dal 12 settembre su Raiuno nel ruolo di «un imprenditore milanese che va nelle Madonie per fare un investimento enorme sulle pale eoliche, e così entra in contatto con la mafia».
Da qualche settimana, però, Boni sta girando un’altra serie a Torino. Dove fa «vita di residence» con i colleghi di set. Come Sergio Rubini, che incontro davanti all’ingresso, mentre lui scende qualche minuto dopo, riccioloni da far invidia a un putto, camicia e pantaloni di lino per combattere il caldo umido dell’agosto piemontese. La serie, anche questa della Rai (probabilmente in palinsesto l’anno prossimo), s’intitola La strada di casa. «Il mio personaggio va a sbattere con la macchina contro un tir. Stacco. Lo si rivede in ospedale. Sembra sia appena stato ricoverato, in realtà sono passati cinque anni. Casi come questo sono rarissimi. Ho parlato con uno psicologo, mi ha detto che la mente cancella i ricordi negativi perché fanno male al cervello e trattiene solo quelli positivi. Lui ricorda che amava sua moglie, però ha dimenticato che negli ultimi anni la tradiva e la maltrattava. Lo scopre dopo, e non si piace».

Lei ha un ricordo che non vorrebbe assolutamente perdere?
«Sarà banale, ma gli abbracci di mia nonna Maddalena, che non c’è più».

E momenti della vita in cui non si è piaciuto per niente e che le piacerebbe cancellare?
«Tre anni fa ho commesso un grande errore e ne pago ancora oggi le conseguenze. Avrei dovuto reagire in modo diverso. È l’unica cosa, di tutta la mia vita, che non rifarei».
Leggi ancheAlessio Boni e Isabella Ragonese: «Il nostro posto bellissimo»


Che tipo di sbaglio?
«Non posso dirlo. È troppo personale. Straziante».

Cambiamo discorso. In un’altra fiction, Di padre in figlia, che andrà in onda nella prossima stagione, lei è un industriale del Nordest, un patriarca degli anni Cinquanta.
«Un padre padrone. Ma allora era normale. È una storia interessante proprio perché dà l’idea dei progressi fatti dalla donna nella società, i traguardi raggiunti e gli sforzi per arrivarci. Eppure, ancora oggi c’è parecchio maschilismo. È come se ci fosse sempre bisogno di una sorta di concessione da parte dell’uomo: “Vabbè, questa volta eleggiamo una sindaca”. Perché non abbiamo mai avuto un primo ministro o un presidente donna? Spesso si fa solo finta di essere emancipati».

Lei, invece, ha trattato sempre le donne alla pari?
«Le mie compagne, mia madre, le colleghe? Certo. E sono molto attratto dalle donne in gamba. Voi avete fatto tutto, conquistato i vostri diritti, mi sa che adesso tocca a noi darci da fare, lavorare su noi stessi. Perché non è possibile che ancora oggi moltissime siano vittime della violenza maschile. Non voglio fare il puritano, uno schiaffo durante una lite può anche scappare, ma qui stiamo parlando di altro».
Leggi ancheLe serie tv più attese dell'autunno


Di schiaffi ne ha più presi o più dati?
«Qualche sberla dalle donne l’ho presa. Date, mai. Mi dà fastidio solo l’idea. Mio padre e mia madre litigavano anche furiosamente, ma lui non ha mai alzato le mani. Fin dalla prima elementare bisognerebbe insegnare ai bambini che è sbagliato. E fare educazione sessuale. Molti arrivano ad avere figli senza essere pronti».

(...)

L'intervista completa sul numero di Vanity Fair in edicola da mercoledì 31 agosto 2016
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