Interviews mit Alessio/Interviste

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 4. Sep 2016 08:54

03.09.2016 - 12:00, Cover Media
Alessio Boni contro il maschilismo
Alessio Boni

Alessio Boni
Foto: Cover Media


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L’attore è fiero delle donne «che lottano per i propri diritti».
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«Di maschilismo, ancora oggi, ce n’è troppo». A dirlo è Alessio Boni, intervistato da Vanity Fair in vista del lancio della sua nuova fiction «Di padre in figlia» ambientata negli anni Cinquanta.

«Sul set sono un padre padrone», ha ammesso l’attore.

«Ma allora era normale. È una storia interessante proprio perché dà l’idea dei progressi fatti dalla donna nella società, i traguardi raggiunti e gli sforzi per arrivarci».

Sul maschilismo tutt’ora imperante, invece, Boni si è espresso con queste parole: «È come se ci fosse sempre bisogno di una sorta di concessione da parte dell’uomo», ha detto.

«Come se ci dicessimo: “Vabbè, questa volta eleggiamo una sindaca”. Ma perché non abbiamo mai avuto un primo ministro o un presidente donna? Spesso si fa solo finta di essere emancipati».

Da parte sua, Alessio ha sempre trattato il sesso opposto con parità e rispetto.

«Sono molto attratto dalle donne in gamba. Voi avete fatto tutto, conquistato i vostri diritti, e mi sa che adesso tocca a noi darci da fare, lavorare su noi stessi», ha spiegato in proposito, per poi concludere con una riflessione sulla violenza.

«Non è possibile che ancora oggi moltissime donne siano vittime della violenza maschile. Fin dalla prima elementare bisognerebbe insegnare ai bambini che è sbagliato».

Das ist ein weiterer Teil des obigen Interviews aus Vanity Fair

https://www.bluewin.ch/it/spettacolo/pe ... lismo.html
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 12. Sep 2016 10:33

Alessio Boni: torno in TV con Catturandi, ma la mia psicanalisi è il teatro

di Patrizia Simonetti · 12 settembre 2016





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Da stasera, lunedì 12 settembre, torna in TV nella serie di Rai1 Catturandi- Nel nome del padre, ma non sarà l’unica occasione per rivedere in televisione Alessio Boni. Bergamasco di Sarnico trapiantato ad Arezzo, è davvero impegnatissimo e super richiesto non solo dal piccolo schermo dove lo attendono più di una serie, da Di padre in figlia a La strada di casa, sempre per Rai1, ma anche dal cinema dove lo vedremo ne Il Manoscritto e Respiri, e dal palcoscenico, il suo primo grande amore, come ci conferma nella nostra intervista.

Dunque da stasera ti rivediamo in TV nella serie di Rai1 Catturandi - Nel nome del padre che è già stata definita la nuova Piovra, accanto ad Anita Caprioli, Massimo Ghini e Leo Gullotta…

Sì ed interpreto Tito Vergani, un imprenditore del nord che scende per fare un megainvestimento sul parco eolico nelle Madonie, in Sicilia, e come tutte le movenze economiche in quella trinacria meravigliosa, appena uno porta del denaro, si avvicina, appunto, una piovra che si chiama mafia…

E…?

E da qui vi lascio solo immaginare, non dico niente perché ci sono tanti colpi di scena per ogni puntata e non voglio svelare troppo.

Sappiamo però che Tito Vergani ha una figlia che si chiama Alina interpretata da Marta Gastini e che nella serie ci sono anche amori e tradimenti… tu cosa temi di più in un rapporto di coppia, il tradimento o la noia?

In genere nella vita, e quindi anche in un rapporto di coppia, ho più paura della noia. Questo non vuol dire però che approvo il tradimento, il tradimento non va bene. Se desideri una persona diversa, e non più l’altra, quel suo corpo e quel suo sguardo, c’è qualcosa che non va ed è un dato di fatto oggettivo che il tradimento ne sia il segnale. Ma a mio avviso c’è qualcosa ancora di più potente nella vita che è appunto la noia, e accade che magari ti metti con una persona rispettando l’etichetta e tutti i canoni, con l’anello di fidanzamento, il matrimonio, eccetera, e all’inizio è tutto bellissimo, con quel grande fermento amoroso e ormonale, ma poi spesso di quell’entusiasmo resta poco e allora manca la cosa più importante in un rapporto d’amore.

C’è chi dice che bisognerebbe finirla con tutte queste serie che parlano di mafia e di politica e di corruzione perché in questo periodo il pubblico, anche quello cinematografico, ha più voglia di ridere e distrarsi, quindi meglio la commedia…

Io non ho assolutamente nulla contro la commedia italiana perché è da lì che nasciamo, ma è sbagliato che ci sia solo quella. Credo invece che in questo periodo storico la gente abbia voglia di ragionare, pensare e controbattere, di uscire da un cinema o da un teatro e discutere dello spettacolo che ha appena visto, anche di una serie televisiva.

Quindi non farai mai un cinepanettone?

Non ho la puzza sotto al naso e non ho nulla neanche contro i cinepanettoni, ben vengano, fanno cassa e c’è posto per tutti, ma non devono esserci solo quelli. È come se vai in libreria, chiedi un libro di Pasolini e ti rispondono che hanno solo fumetti: ma io voglio leggere Pasolini se ne ho voglia, poi ben venga anche chi compra i fumetti. Così va bene anche il cinepanettone, però ci deve essere anche Il nastro bianco che vince Cannes e io lo voglio vedere.

A proposito di cinema, c’è tanta roba per te che bolle in pentola…

Sì, ho già girato Il Manoscritto di Alberto Rondalli, un film ispirato al romando dello scrittore polacco Jan Potocki, una sorta di fantasy dove interpreto un cabalista ebreo del 1700; e anche Respiri, un thriller psicologico che è l’opera prima di Alberto Fiorillo dove farò uno schizofrenico, ma di più davvero non ti posso dire…

Poi per te ancora TV con la miniserie Di padre in figlia scritta da Cristina Comencini e diretta da Riccardo Milani dove sarai un patriarca, e con La strada di casa di Riccardo Donna su un uomo che si risveglia dal coma, e poi il teatro, ancora con I duellanti di Joseph Conrad, teatro che è il tuo primo amore…

Per me il teatro è fondamentale. Io vengo dall’Accademia e per sette anni dopo che ne sono uscito ho fatto solo teatro. Poi è arrivato Carlo Lizzani che mi ha proposto La donna del treno, poi è arrivato Incantesimo ed è andata come è andata. Al cinema sei una pedina, fai la tua scena e poi il regista e il montatore insieme ne faranno il film. In teatro invece lo spettacolo appartiene davvero all’attore che se lo forgia addosso come un vestito, gli dà più responsabilità, è senza rete davanti al pubblico e può sentirne l’umore e capire se vuole profondità o leggerezza. Il teatro è il lusso dove, a differenza del cinema, puoi permetterti di spendere tempo su una scena e sul sentimento umano, impiegare anche due o tre mesi di prove per la stessa scena finché non te la senti tua prima di portarla davanti allo spettatore. Ed è un lavoro meraviglioso perché sondi i meandri dello stato umano, una cosa rara che puoi fare solo in analisi o magari se studi psicologia o filosofia. Per pochi fortunati, insomma. E io me lo posso permettere con il teatro molto di più che con il cinema.

Quindi è vero che volevi fare lo psichiatra?

Se non mi avessero preso all’Accademia d’Arte drammatica sarei andato a studiare Psicologia a Milano e poi chissà come sarebbe andata, forse avrei fatto l’analista. È proprio una mia deformazione, sono sempre stato così, ora per esempio ciò che hai in mente tu mi interessa di più di cosa penso io e mi piacerebbe molto mettermi a tavolino e farti un’intervista…
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 13. Sep 2016 08:34

12.09.2016
Alessio Boni in Catturandi su Raiuno: «Io e il manganello»
In Tv - dal 12 settembre in prima serata su Raiuno - scopre la mafia, nella vita ha arrestato una volta una femminista («le peggiori: ti lanciavano i pomodori con dentro le lamette e ti tiravano i calci nei coglioni»). Eppure sogna un primo ministro donna

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Alessio Boni in Catturandi su Raiuno: «Io e il manganello»

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1|5Alessio Boni Foto: Gianmarco Chieregato

Una fiction coraggiosa. Racconta una mafia siciliana che non è più coppola e asinello, ma è radicata nelle istituzioni». Alessio Boni parla di Catturandi - Nel nome del padre, la nuova serie che lo vede dal 12 settembre su Raiuno nel ruolo di «un imprenditore milanese che va nelle Madonie per fare un investimento enorme sulle pale eoliche, e così entra in contatto con la mafia» (sotto, la clip in anteprima).

Da qualche settimana, però, Boni sta girando un’altra serie a Torino. Dove fa «vita di residence» con i colleghi di set. Come Sergio Rubini, che incontro davanti all’ingresso, mentre lui scende qualche minuto dopo, riccioloni da far invidia a un putto, camicia e pantaloni di lino per combattere il caldo umido dell’agosto piemontese. La serie, anche questa della Rai (probabilmente in palinsesto l’anno prossimo), s’intitola La strada di casa. «Il mio personaggio va a sbattere con la macchina contro un tir. Stacco. Lo si rivede in ospedale. Sembra sia appena stato ricoverato, in realtà sono passati cinque anni. Casi come questo sono rarissimi. Ho parlato con uno psicologo, mi ha detto che la mente cancella i ricordi negativi perché fanno male al cervello e trattiene solo quelli positivi. Lui ricorda che amava sua moglie, però ha dimenticato che negli ultimi anni la tradiva e la maltrattava. Lo scopre dopo, e non si piace».

In un’altra fiction, Di padre in figlia, che andrà in onda nella prossima stagione, lei è un industriale del Nordest, un patriarca degli anni Cinquanta.
«Un padre padrone. Ma allora era normale. È una storia interessante proprio perché dà l’idea dei progressi fatti dalla donna nella società, i traguardi raggiunti e gli sforzi per arrivarci. Eppure, ancora oggi c’è parecchio maschilismo. È come se ci fosse sempre bisogno di una sorta di concessione da parte dell’uomo: “Vabbè, questa volta eleggiamo una sindaca”. Perché non abbiamo mai avuto un primo ministro o un presidente donna? Spesso si fa solo finta di essere emancipati».

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Leggi ancheAlessio Boni e Isabella Ragonese: «Il nostro posto bellissimo»


Lei, invece, ha trattato sempre le donne alla pari?
«Le mie compagne, mia madre, le colleghe? Certo. E sono molto attratto dalle donne in gamba. Voi avete fatto tutto, conquistato i vostri diritti, mi sa che adesso tocca a noi darci da fare, lavorare su noi stessi. Perché non è possibile che ancora oggi moltissime siano vittime della violenza maschile. Non voglio fare il puritano, uno schiaffo durante una lite può anche scappare, ma qui stiamo parlando di altro».

La sua prima fiction è stata Il conte di Montecristo, nel 1996. Le è mai capitato di pensare «tornerò ricco e spietato»?
«Non proprio ricco e spietato, ma quando ho deciso di smettere di lavorare nella ditta di piastrelle di mio padre, per un paio di anni non ci siamo quasi parlati. Era scattata la fase "ti faccio vedere io che ce la posso fare"».

Poi ha fatto il servizio militare in polizia, come si è trovato?
«In casa nostra non si parlava mai di politica, i miei non erano né di sinistra né di destra. Non avevo preconcetti altrimenti, forse, in polizia non ci sarei andato. In realtà volevo solo scappare dalla provincia (è nato a Sarnico, vicino a Bergamo, ndr), non volevo finire negli alpini, non abbastanza lontano da casa. Così ho fatto domanda per i carabinieri, la polizia, la guardia di finanza e i paracadutisti».

Ha preso qualche criminale?
«Niente di che. Una volta ho arrestato una femminista in corteo a Milano. Erano le peggiori: ti lanciavano i pomodori con dentro le lamette e ti prendevano a calci nei coglioni perché sapevano che, se lo toccavi, finivi nei guai. Però alla fine è stata una esperienza utile. Marco Tullio Giordana dopo il provino per La meglio gioventù mi disse: "Non voglio controfigure, il mio maestro d'armi ti spiegherà come s'impugna una pistola, come si tiene lo scudo". Lo fermai: "Scusa se ti interrompo, ma ho fatto il militare in polizia, reparto celere". Sul set ero io a insegnare agli altri come si usa il manganello...».
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Leggi ancheLe serie tv più attese dell'autunno


L'intervista completa sul numero di Vanity Fair in edicola da mercoledì 31 agosto 2016


Über den Link gibt es ein kleines Video und Bilder

http://www.vanityfair.it/show/tv/16/09/ ... intervista
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 21. Sep 2016 08:14

http://www.spettacolomania.it/alessio-b ... il-teatro/

Alessio Boni: torno in TV con Catturandi, ma la mia psicanalisi è il teatro

di Patrizia Simonetti · 12 settembre 2016
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Da stasera, lunedì 12 settembre, torna in TV nella serie di Rai1 Catturandi- Nel nome del padre, ma non sarà l’unica occasione per rivedere in televisione Alessio Boni. Bergamasco di Sarnico trapiantato ad Arezzo, è davvero impegnatissimo e super richiesto non solo dal piccolo schermo dove lo attendono più di una serie, da Di padre in figlia a La strada di casa, sempre per Rai1, ma anche dal cinema dove lo vedremo ne Il Manoscritto e Respiri, e dal palcoscenico, il suo primo grande amore, come ci conferma nella nostra intervista.

Dunque da stasera ti rivediamo in TV nella serie di Rai1 Catturandi - Nel nome del padre che è già stata definita la nuova Piovra, accanto ad Anita Caprioli, Massimo Ghini e Leo Gullotta…

Sì ed interpreto Tito Vergani, un imprenditore del nord che scende per fare un megainvestimento sul parco eolico nelle Madonie, in Sicilia, e come tutte le movenze economiche in quella trinacria meravigliosa, appena uno porta del denaro, si avvicina, appunto, una piovra che si chiama mafia…

E…?

E da qui vi lascio solo immaginare, non dico niente perché ci sono tanti colpi di scena per ogni puntata e non voglio svelare troppo.

Sappiamo però che Tito Vergani ha una figlia che si chiama Alina interpretata da Marta Gastini e che nella serie ci sono anche amori e tradimenti… tu cosa temi di più in un rapporto di coppia, il tradimento o la noia?

In genere nella vita, e quindi anche in un rapporto di coppia, ho più paura della noia. Questo non vuol dire però che approvo il tradimento, il tradimento non va bene. Se desideri una persona diversa, e non più l’altra, quel suo corpo e quel suo sguardo, c’è qualcosa che non va ed è un dato di fatto oggettivo che il tradimento ne sia il segnale. Ma a mio avviso c’è qualcosa ancora di più potente nella vita che è appunto la noia, e accade che magari ti metti con una persona rispettando l’etichetta e tutti i canoni, con l’anello di fidanzamento, il matrimonio, eccetera, e all’inizio è tutto bellissimo, con quel grande fermento amoroso e ormonale, ma poi spesso di quell’entusiasmo resta poco e allora manca la cosa più importante in un rapporto d’amore.

C’è chi dice che bisognerebbe finirla con tutte queste serie che parlano di mafia e di politica e di corruzione perché in questo periodo il pubblico, anche quello cinematografico, ha più voglia di ridere e distrarsi, quindi meglio la commedia…

Io non ho assolutamente nulla contro la commedia italiana perché è da lì che nasciamo, ma è sbagliato che ci sia solo quella. Credo invece che in questo periodo storico la gente abbia voglia di ragionare, pensare e controbattere, di uscire da un cinema o da un teatro e discutere dello spettacolo che ha appena visto, anche di una serie televisiva.

Quindi non farai mai un cinepanettone?

Non ho la puzza sotto al naso e non ho nulla neanche contro i cinepanettoni, ben vengano, fanno cassa e c’è posto per tutti, ma non devono esserci solo quelli. È come se vai in libreria, chiedi un libro di Pasolini e ti rispondono che hanno solo fumetti: ma io voglio leggere Pasolini se ne ho voglia, poi ben venga anche chi compra i fumetti. Così va bene anche il cinepanettone, però ci deve essere anche Il nastro bianco che vince Cannes e io lo voglio vedere.

A proposito di cinema, c’è tanta roba per te che bolle in pentola…

Sì, ho già girato Il Manoscritto di Alberto Rondalli, un film ispirato al romando dello scrittore polacco Jan Potocki, una sorta di fantasy dove interpreto un cabalista ebreo del 1700; e anche Respiri, un thriller psicologico che è l’opera prima di Alberto Fiorillo dove farò uno schizofrenico, ma di più davvero non ti posso dire…

Poi per te ancora TV con la miniserie Di padre in figlia scritta da Cristina Comencini e diretta da Riccardo Milani dove sarai un patriarca, e con La strada di casa di Riccardo Donna su un uomo che si risveglia dal coma, e poi il teatro, ancora con I duellanti di Joseph Conrad, teatro che è il tuo primo amore…

Per me il teatro è fondamentale. Io vengo dall’Accademia e per sette anni dopo che ne sono uscito ho fatto solo teatro. Poi è arrivato Carlo Lizzani che mi ha proposto La donna del treno, poi è arrivato Incantesimo ed è andata come è andata. Al cinema sei una pedina, fai la tua scena e poi il regista e il montatore insieme ne faranno il film. In teatro invece lo spettacolo appartiene davvero all’attore che se lo forgia addosso come un vestito, gli dà più responsabilità, è senza rete davanti al pubblico e può sentirne l’umore e capire se vuole profondità o leggerezza. Il teatro è il lusso dove, a differenza del cinema, puoi permetterti di spendere tempo su una scena e sul sentimento umano, impiegare anche due o tre mesi di prove per la stessa scena finché non te la senti tua prima di portarla davanti allo spettatore. Ed è un lavoro meraviglioso perché sondi i meandri dello stato umano, una cosa rara che puoi fare solo in analisi o magari se studi psicologia o filosofia. Per pochi fortunati, insomma. E io me lo posso permettere con il teatro molto di più che con il cinema.

Quindi è vero che volevi fare lo psichiatra?

Se non mi avessero preso all’Accademia d’Arte drammatica sarei andato a studiare Psicologia a Milano e poi chissà come sarebbe andata, forse avrei fatto l’analista. È proprio una mia deformazione, sono sempre stato così, ora per esempio ciò che hai in mente tu mi interessa di più di cosa penso io e mi piacerebbe molto mettermi a tavolino e farti un’intervista…
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 21. Okt 2016 10:40

http://www.innamorarsialsemaforo.com/20 ... a-cultura/
Mi trovo davanti Alessio Boni – al Galà del Cinema e della Fiction in Campania per il premio speciale “Cinema & Teatro” ndr – e la prima domanda che mi viene in mente è: come si fa la differenza?



Lo chiedo a lui, all’attore che ho visto a teatro, a cinema e nelle fiction e che proprio nel teatro, nel cinema e nella fiction credo abbia saputo fare quella differenza lì. Quella che fa scomparire la poltrona di velluto rosso o il divano di casa su cui sei seduto e ti conduce altrove. In una storia, più o meno paradossale, più o meno vicina alla vita-vera, di cui riesci persino a percepire gli odori e i sapori.
Lo chiedo ad uno i cui personaggi – mi dice toccandosi la pancia – sono tutti qua dentro. Che basta tirarli un po’ fuori e loro ti rispondono (anche se l’assassino – ride – forse è meglio lasciarlo là). Ad uno che ha interpretato persino Dio – anche se quel Dio, mi spiega, era una metafora, un pretesto dell’autore (Schmitt, Il Visitatore ndr) per far dialogare l’ateo – Freud, interpretato da Alessandro Aber – con la fede in un gioco sublime e straordinario sotto la regia di Valerio Binasco.

In risposta alla mia domanda, Alessio Boni parafrasa Goethe: l’arte non esiste senza il talento. E’ vero, il talento è quel materiale grezzo che ti danno. Ma il talento è nullo senza il lavoro.
Lavoro che parte dalla scuola – con la premessa che la scuola non fa l’attore ma quanto meno ti dà la dimensione di cosa puoi fare fuori di essa. Dalla conoscenza dei tragici greci, dalla letteratura, dalla storia del cinema. Lavoro che si concretizza nella pratica. Nella sperimentazione di sé stessi sul palcoscenico o dietro una cinepresa. Nello studiare canto, danza, mimica, mimesica, recitazione teatrale da un buon maestro. Lavoro che significa sprecare energie. Esserci. E poi prendere la propria strada.

La sua, di strada, l’ha portato a ricevere un premio speciale, quello di Cinema & Teatro, nell’ambito di un festival che – mi dice – soprattutto in Campania, e in una location straordinaria come il Castello Medievale di Castellammare di Stabia, è importante perché la gente deve venire, deve conoscere, deve sapere che non è solo paglietta, non è solo esibizionismo, non è solo un bel vestito, non è solo la pettinatura, non è solo un bell’occhio: dopo c’è tutt’altro, tutto il resto. A quel punto non ho potuto fare a meno di chiedergli: cos’è tutto il resto?

«Avere la forza, la capacità di elargire la completa nudità dei sentimento umani, avere la curiosità di scoprirsi. La cultura.»

E in questa risposta – ormai lo so – sta la differenza.

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 27. Okt 2016 13:16

Alessio Boni: “Non si può essere attore con il braccio sinistro”
Abbiamo avuto il piacere di disquisire con uno degli attori di teatro, fiction e cinema più affascinanti e appassionati di sempre: Alessio Boni, nato a Sarnico, un paese che affaccia sul Lago D'Iseo, in provincia di Bergamo.

Si forma attraverso il teatro e il suo maestro Orazio Costa, realizzando capolavori dal palcoscenico al grande schermo, mantenendo, nel cuore, quell'ardore per l’arte che contraddistingue il suo sguardo e il suo savoir faire.

In due rispettive fiction, hai interpretato Caravaggio e Heathcliff (protagonista di “Cime tempestose” di Emily Brontë): in quale personaggio ti rispecchi maggiormente?

Caravaggio, che è pura passione, totalizzazione dell’essere. Un personaggio che realizza qualcosa in cui crede. Un artista che dà il massimo di se stesso, fino a farsi del male; in grado di esternare, al 100%, quello che è, nella sua vera essenza.
http://www.sceridan.com/news/alessio-bo ... o-sinistro

Ne “La strada di casa” interpreti Fausto, un uomo che esce dal coma e a cui diversi personaggi nascondono la verità. Cosa hai potuto capire della vita, attraverso questo ruolo?

Quando si esce dal coma, la maggior parte delle persone continua a vivere in stato vegetativo, muore, oppure rimuove gli attimi più tristi della propria esistenza. L’istinto di sopravvivenza ha il potere di allontanare i brutti ricordi e mantenere soltanto le esperienze più gratificanti. Fausto ricorda l’ultima notte, quella prima dell’incidente, ma cancella ogni dettaglio delle faccende “truffaldine”, concluse con malfattori, delle azioni disdicevoli che ha commesso; tuttavia, il coma assurge ad espediente attraverso cui può migliorarsi, riscattarsi, cambiando il proprio atteggiamento nei confronti di chi lo circonda. Questo aspetto è estremamente interessante ed è il motivo per il quale ho detto di “sì” al copione. Si tratta di una vicenda del tutto nuova, non convenzionale.

Quale aspetto del personaggio di Fausto influenza maggiormente l’intero racconto?

La relazione che Fausto ha con il mondo esterno che, in generale, è specchio della società di oggi. Una collettività rovinata dall'arroganza e dalla supponenza di chi crede di avere la verità in bocca. La presunzione di chi è convinto di agire in modo corretto, quando non c’è niente di giusto in ciò che sta facendo, risulta essere uno dei danni più gravi verso il prossimo. Soprattutto verso le menti colte, sensibili, delicate, ispirate, quelle che nutrono costantemente dubbi. Avere un dubbio non è sinonimo di fragilità, ma di curiosità, di scoperta. Laddove ci sono dittatori, ci sono anche vittime, senza alcuna possibilità di mettersi in gioco e di cambiare in meglio.

Quale è la differenza tra lavorare in teatro e per il cinema/televisione?

Nel teatro, si avverte il fiatone dell’attore, si scorge il sudore, la sua passione trasmessa dal vivo. Ci sono dettagli corporali, fisici che non si possono nascondere, ma anzi arricchiscono la rappresentazione, dando una diretta e tangibile percezione di cosa l’artista prova in quel preciso momento (parliamo di particelle corporali). Esiste un filo rosso che contagia palcoscenico e platea, a vicenda, nel tempo esatto della realizzazione scenica. In una pellicola, non è possibile avvertire gli stessi elementi, ma ciò non implica che un film non sia in grado di far ridere, piangere, esaltare, emozionare. Dipende da come si fanno le cose, dalla qualità. Ci sono film che sconvolgono la mente: esci dalla sala cinematografica, invaso da incredibili sensazioni. Penso sia fantastico. La diversità, quindi, consiste soltanto nella differenza del canale di fruizione da parte del pubblico (di persona, nel teatro; attraverso lo schermo, nel caso della tv o del cinema). “Il cinema e la televisione mi prendono, il teatro mi dà” (Bivalente, l’accezione di prendere e dare: probabilmente si intende il doppio significato di essere coinvolti in prima persona e donare emozioni agli altri, nello stesso momento).

Se dovessi paragonarti a un personaggio di Shakespeare, chi saresti?

Avendo studiato a fondo Shakespeare, sicuramente Amleto. Un personaggio tormentato dal dubbio, ma che agisce e ne combina di tutti i colori. Complesso, ma non complicato; perché complicato è un modo di essere fine a se stesso. Al contrario, la complessità è mistero, quindi è fascino, è una scelta- spesso inconsapevole- indelebilmente impressa, in noi, per tutto il resto della vita. Amleto è sagace, colto, viscerale: è completo. Il suo monologo “dormire o morire”: dormire è un po’ come morire, ma non è proprio morire, perché si sogna. Pensare che un’opera del ‘600 sia così attuale è semplicemente geniale.



Tre consigli attraverso cui potenziare la curiosità dei telespettatori nel genere della fiction televisiva.
•La tematica, ovvero il messaggio che essa deve lanciare;
•Gli attori. Quando il pubblico è a conoscenza di quali attori saranno presenti nella fiction; se hanno un vissuto particolare, un’esperienza alle spalle, una serietà, un percorso di scelte sincere, allora c’è curiosità da parte dei telespettatori;
•Il regista, anche se non tutti conoscono sempre il background di esperienze che egli/ella ha avuto; e aggiungerei anche
•Il trailer. Sì, il trailer è il “Bignami dei romanzi”, perché in pochi minuti, percepisci passioni, vedi la qualità dei costumi, dei dettagli paesaggistici, etc. Comprendi subito se la storia ti piace e se hai un buon motivo per vedere come andrà a finire.

Cosa ti ha spinto a diventare attore, intendevi comunicare qualcosa agli altri?

Non avvertivo esigenza di comunicare. Sono stato scelto, dopodiché è stata la forma d’arte a fagocitarmi e a farmi rendere conto che posso donare, alle persone, delle emozioni. Far ridere, piangere, divertire. Questo è il grande potenziale di un attore. In particolare, credo che non si possa fare questo mestiere “con la mano sinistra”: mi piace dare il meglio di me sempre e comunque, perché il pubblico ha bisogno di sentire che c’è autenticità, sincerità nelle cose che faccio. Non si può mercanteggiare in questo ambito, la qualità viene prima di tutto e non esiste forma di guadagno che possa dare gratificazione quanto la compiacenza del pubblico. Trovo piacere nel dare agli altri: mi accade spesso di essere più felice quando faccio regali, piuttosto che riceverli. La stessa cosa succede nel lavoro. Anche perché il successo è incomprensibile: arriva e non arriva. A volte, per un’opera, si scelgono i migliori attori, registi, etc. eppure, può non dare i risultati sperati; mentre è facile che avvenga il contrario. L’arte è fluidità, è qualcosa di inarrestabile e mai uguale a se stesso.

Ti vedremo presto ne “La strada di casa”. Ci sono profumi, odori che ti ricordano casa?

Sì, quello della lavanda e del rosmarino (Toscana).

E… a Bergamo?

Il sapore e l'aroma della polenta cotta nella casseruola di rame, di mia mamma Roberta: unica, inconfondibile, la sua.
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 3. Feb 2017 09:19

Vivo da solo ma vorrei un figlio": Alessio Boni al Monte tra code, spesa e buona tavola


Una casa al confine con Civitella, innamorato della zona. "Mi piacciono la quiete e la bellezza di questi luoghi: mi permettono di fantasticare, scrivere e rilassarmi"

Arezzo, 3 febbraio 2017 - Piace come attore di cinema e teatro, adesso è impegnato in tour nei teatri con «I duellanti» di Conrad, e piace, molto, alle donne. Stiamo parlando dell’attore Alessio Boni, 50 anni ben portati, riservato ma semplice e cordiale. L’amatissimo attore, diventato famoso con «La meglio gioventù», da anni ha un casolare nel Comune di Civitella proprio al confine con quello di Monte San Savino.



E’ qui che ha avuto una lunga «relazione» con una bellissima donna, da poco, dicono, interrotta anche se l’attore si schermisce con un semplice «no comment». Spesso pranza al Monte, in una trattoria del centro storico, ed è sempre al Monte che passa molti week-end e non solo.

L’ultima volta lo abbiamo incontrato allo sportello del Cup. In diversi lo hanno riconosciuto e lo volevano farlo passare senza aspettare il turno, ma lui si è messo in fila come tutti gli altri. Cappotto, pantalone marrone, un maglione di lana, sciarpa, guanti e si è seduto su una panca ma ha volnetieri risposto alle nostre domande.

C’è un’altra donna nella sua vita come riportano le cronache rosa?
Faccio, come sempre, una vita solitaria, da single, qualche amicizia particolare, frequentazioni. In passato ho avuto storie importanti. Sono solitario, mi piace la quiete e la bellezza di questi luoghi che mi permettono di pensare, fantasticare, scrivere qualcosa, ma soprattutto rilassarmi».

Un desiderio?
«Sono contento anche perché vivo la quotidianità intensamente. Il mio primo pensiero è rivolto a chi non ha un tetto, a chi ha difficoltà ad arrivare a fine mese, agli ammalati lungodegenti, ai disabili, soprattutto se sono bambini. Adoro i bambini e, sinceramente, vorrei adottarne uno».

Anche da single?
«Certamente, ma spero che un giorno di avere un figlio, magari, in coppia. Mai dire mai». Arriva il suo turno al Cup e lo salutiamo con un arrivederci. Che si è rivelato profetico. Dopo pochi giorni lo abbiamo incontrato al supermercato a fare la spesa (il suo piatto forte è il riso alla parmiginana), finita con un aperitivo in centro.
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 18. Feb 2017 00:43

Intervista con Alessio Boni: “La mia vita come una sfida…”
redazione 17 febbraio 2017 0 Comment

DI FAUSTA TESTAj

E’ già approdato al T.ABC di Catania, al T. Vittorio Emanuele di Messina andrà al T. Rosso di San Secondo di Caltanissetta, al T. Quasimodo di Ragusa per concludere il mini tour siciliano domenica 19 al T. Comunale di Carlentini il bellissimo lavoro, del polacco conosciuto con il nome di Joseph CONRAD :”I Duellanti” con il riuscitissimo adattamento teatrale di Francesco Niccolini.In scena si riesce a raccontare un arco di circa vent’anni di guerre napoleoniche puntando l’attenzione soprattutto sulla disastrosa campagna di Russia del 1812 la quale segnò il suo lento declino fino a far decadere la sua egemonia sui territori Europei ed a farlo arrivare all’esilio sull’isola del’Elba, ma il tema principale dei :”Duellanti” è l’ossessione che hanno questi due ussari, il damarino (così soprannominato ) Armand D’Hubert (interpretato impeccabilmente da uno straordinario Alessio Boni) ed il suo compagno d’armi Gabriel Florian Feraud (messo in scena da un eccezionale Marcello Prayer ) , a sfidarsi, un’ossessione a sfidare l’altro che sarebbe in realtà una sfida con se stessi una voglia di sfida senza la quale sia D’Hubert che Feraud non riuscirebbero a sopravvivere.Ottima l’idea avuta dagli scenografi Massimo Troncanetti e Daniele Gelsi di ambientare il tutto in una specie di garage dove qua e là si trovano oggetti napoleonici, scenografia che tende a far sviluppare la fantasia del pubblico facendolo interagire ancora di più con la storia e con i protagonisti, bellissimo il gioco di luci creato da Giuseppe Filipponio durante i duelli, con lo stacco cinematografico di luci da un duellante all’altro, per non parlare dei costumi di Francesco Esposito e delle musiche di Luca D’Alberto. Il pubblico viene subito catturato dalla breve ma intensa presenza in scena della violoncellista Federica Vecchio che interpreta anche la parte della donna con la quale s’intrattiene spesso Feraud completa il superbo cast Francesco Meoni che come tutti gli attori di questo incantevole lavoro interpreta più ruoli.Inoltre il camaleontico cast riesce a tenere alto il ritmo recitativo per un’ora e quaranta minuti di seguito, dato che lo spettacolo non prevede il quarto d’ora di pausa che avrebbe interrotto la concentrazione sul racconto.Da sottolineare anche i “duelli” parlati di D’Hubert (A. Boni) e Feraud(M. Prayer) i quali rivolti verso il pubblico in un armonizzare incalzante di voci riescono straordinariamente a dare vita in pochi minuti alla sconfitta dell’esercito napoleonico in Russia ed a tutto quello che ha dovuto subire.

Buona sera Alessio, lei con Roberto Aldorasi ,Marcello Prayer e Francesco Niccolini avete partecipato alla stesura della drammaturgia di questo bellissimo lavoro di Conrad :”I Duellanti”

Si, il nostro gruppo si chiama il Quadrivio Francesco Niccolini ha fatto la traduzione e l’adattamento del testo teatrale, tutti insieme abbiamo fatto la drammaturgia ed io, Roberto Aldorasi e Marcello Prayer ne abbiamo fatto anche la regia.

Questo è un testo che deve essere stato difficile mettere in scena perchè non è mai stato un testo teatrale ma solo un romanzo di Joseph Conrad

Era quasi impossibile se non creavi l’immaginifico, anche perchè è ambientato nel periodo ussaro, è difficile farlo in scena perchè ci sono seicento mila cavalli , soldati, come fai a farlo o lo fai cinematograficamente o vai ad immaginazione, spero che sia arrivato perchè noi lo abbiamo fatto di fronte a voi , fermi e l’immaginazione dietro che si creava con le parole che facevamo noi in questa specie di concertato a due, questo è il nostro diciamo brevetto mio e di Marcello che portiamo avanti da vent’anni questa anche dualità, questo continuare a parlarci addosso , ci mangiamo le parole l’uno con l’altro , le finiamo e Beh è l’essenza dei “duellanti” “the duel” perchè non sei solo ma c’è l’Alter ego dentro di te, questo era il senso.

E’ stata anche una bella trovata la scenografia

Si, è una specie di fight club, abbiamo deciso di fare una specie di discarica che poteva essere un cantiere navale dove hanno accostato un pò di roba, che sono tutte cose napoleoniche, che si sposta cavalli, cose ecc… ecc…

Soprattutto è una scenografia che tende a sviluppare la fantasia del pubblico

Si, è quello che cerchiamo di tirar fuori, è quello che facciamo, vedi che andiamo di fronte al pubblico ed è per voi, è il vostro immaginario che galoppa, non le nostre parole,non siamo noi che parliamo, la maggior parte del tempo siamo di fronte a voi perchè vogliamo che voi, col vostro immaginifico entrate dentro la campagna di Russia e vedete i morti, il meno trenta, il gelo, quello che diventa un cannibale, voglio che li vediate voi non che li raccontiamo noi ed ognuno ha il suo immaginifico c’è chi è più sensibile chi meno e va bene.

E questa ossessione dei duellanti alla sfida?

Eh ma è della vita di ognuno di noi, tu hai la tua ombra , lei ha la sua, ognuno ha le sue ombre.

Io due anni e mezzo fa l’ho potuta ammirare anche nell’interpretazione del:”VISITATORE”accanto ad A. Haber che interpretava Freud al T.Biondo di Palermo con la regia di Valerio Binasco.Il vostro “Visitatore” che non si sa se è Dio o un pazzo visionario, era rappresentato come un clochard

L’idea di rappresentarlo come un clochard è venuta al regista Valerio Binasco e quando me l’ha detta mi è piaciuta subito ed ho deciso di farlo perchè era molto più interessante da clochard che da damerino. Ora però ti devo lasciare perchè sto morendo di fame. F. T: OK vada a mangiare e alla prossima.

Prima di andare anche lui a mangiare Marcello Mayer mi ha confessato:” dopo questa bella esperienza dei “duellanti”ed il grandissimo successo che abbiamo ottenuto in tutta Italia abbiamo già in mente un’altra rivisitazione ma seccome ancora non c’è niente di sicuro non te ne posso parlare.
alessio boni 00
http://www.ilsudonline.it/58624-2/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 24. Feb 2017 08:47

Boni porta le lotte interiori sul palco del Teatro Abbado
Alessio Boni da stasera a sabato torna al Teatro Comunale Abbado di Ferrara con . I Duellanti di Joseph Conrad; una pièce che può essere interpretata come una metafora della vita. Una lotta contro il proprio io interiore, un confronto/scontro eterno con sé stessi. Boni, che nel corso della sua carriera ha interpretato ruoli e storie diverse, dalla Meglio Gioventù di Giordana a Walter Chiari, da Caravaggio al principe Andrej Bolkonskij di Tolstoj, fino ad arrivare ad indossare i panni di Dio ne Il visitatore con Alessandro Haber (a Ferrara nel 2014), racconta alla Nuova lo spettacolo che lo vede protagonista, ripercorrendo anche i suoi cambiamenti dagli esordi ad oggi.

Cosa rappresenta per lei “I Duellanti”?

«È uno spettacolo molto diverso dal precedente. Qui non faccio “solo” l’attore ma ho sposato il progetto in toto curandone insieme ai miei collaboratori anche la drammaturgia e l’allestimento. È un ruolo diverso, bellissimo e faticosissimo allo stesso tempo. Anche per questo I Duellanti mi sta dando grandi soddisfazioni; è uno spettacolo che può piacere oppure no, però è onesto e sincero. Fino in fondo».

Il testo di Conrad è uscito più di un secolo fa. Perché risulta ancora attuale?

«Per come la vedo io, è come se nel corso di una giornata qualunque aprissi una botola ed entrassi nel mio “Fight Club”. In questo luogo comincio a duellare e confrontarmi con me stesso, con la mia ombra. Ed è qui che sento il pugno della vita, la realtà. Poi, dopo il confronto/scontro esco, richiudo la botola e torno alla normalità. Questa però è la mia lettura dello spettacolo, ce ne sono tante altre. I Duellanti è una metafora della vita perché dobbiamo sempre confrontarci con il nostro nemico principale che, generalmente, siamo proprio noi stessi».

A Ferrara fa tappa spesso. Cosa la lega a questa città?

«Non lo dico per piaggeria però mi piace moltissimo il Teatro Comunale. I cartelloni che propongono sono sempre di qualità, quello di Ferrara è un palco importante per me e quella di domani (oggi per chi legge, ndr) sarà un po’ come una prova del nove».

Ha superato i 25 anni di carriera. Quanto e come è cambiato l’approccio al lavoro e chi è Alessio Boni oggi?

«Mettiamola così, ogni 4 anni le cellule del nostro corpo cambiano. Cambiamo fisicamente ma anche interiormente. Leggere Siddhartha di Herman Hesse a 30 o 40 anni non è come quando lo si è letto la prima volta a 16; non cambia il libro, cambiamo noi. E così anche nella mia carriera. In questo quarto di secolo abbondante sono cambiato almeno sei o sette volte. Ogni volta mi confronto con personaggi e storie diverse. Devo studiare, approfondire, capire, entrare in altre dimensioni e questo inevitabilmente ti trasforma. Più conosci e più sai gestire le cose della vita. Oggi sono di certo un uomo migliore».

Lei ha lavorato e lavora in tanti campi però non rinuncia mai al teatro. Perché?

«Io ho cominciato dal teatro. Ho studiato all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e poi per 6-7 anni ho fatto solo teatro. Ne ho bisogno, almeno tre o quattro mesi all’anno devo dedicarmi solo a questo. Il cinema, la televisione, gli audiolibri, i radiodrammi, sono tutte cose che mi piacciono moltissimo ma il teatro è fondamentale. È l’unico posto in cui ti puoi permettere il lusso di destrutturare e ricominciare un giorno dopo l’altro».
http://lanuovaferrara.gelocal.it/tempo- ... 1.14928246
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 18. Apr 2017 07:47

Alessio Boni: «Sogno quattordici figli
In Tv è un despota maschilista. Ma nella vita fai il tifo per le donne e vuole una famiglia numerosa con cui «andare a raccogliere le olive». E se fossero figlie femmine? «Mi scioglierei»
Giovanni Franza è arrogante, ruvido, maschilista. Umilia le figlie, tradisce la moglie e venera il primogenito appena nato, Antonio: finalmente un erede per la distilleria Franza, la più importante di Bassano del Grappa. Ma Di padre in figlia, la miniserie in quattro puntate in onda su Raiuno dal 18 aprile, racconta come Giovanni dovrà fare i conti con la fine del suo patriarcato per fare posto a quella figlia che aveva sempre sottovalutato, Maria Teresa (Cristiana
Nei panni del capofamiglia, c’è Alessio Boni, calato alla perfezione – con tanto di accento veneto – nel ruolo dell’industriale ottuso e prepotente.

Eppure, l’attore lo difende: «Non era un tiranno, era un uomo degli anni Cinquanta, la mancanza di rispetto nei confronti delle donne era la norma: non ho fatto altro che portare in scena le storie che mi ha raccontato mio nonno», spiega Boni, nato 50 anni fa a Sarnico, in provincia di Bergamo. «Mi sono commosso interpretandolo, ha toccato delle corde personali, ma non posso anticipare niente, dico solo che avrà un cambiamento impressionante».
Anche lei ha avuto momenti difficili con suo padre, vero?
«Sì, ho alzato la testa, altrimenti sarei rimasto sotto la sua egida. Mi sono rivisto in molte cose. Mio padre avevo creato un impero delle piastrelle, si aspettava che i figli maschi seguissero le sue orme, invece nessuno di noi l’ha fatto».

Come l’ha presa?
«Per lui è stata una delusione totale, soprattutto perché gli dissi che volevo andare a Roma a fare l’attore: non mi ha parlato per due anni. Ora lo capisco, per lui è stato un tradimento».

Era maschilista come Franza?
«No, non era un padre padrone: mia madre è un pilastro della famiglia, hanno sempre lavorato insieme, era un’imprenditrice nata, si occupava lei delle vendite, gestiva tutto. Ho avuto un grande referimento femminile».

Quindi è un femminista?
«Per me la donna ha un’importanza enorme, e non lo dico perché va di moda dirlo. Ho avuto un esempio incredibile da mia nonna Daniela e da mia madre Roberta, se posso difendere le donne, lo faccio».

Quanto è maschilista il suo ambiente?
«Molto, è dura soprattutto all’inizio, ma poi sul set meno, ogni ruolo è importante. Qui c’è una saga con diverse donne protagoniste ed è una cosa che mi piace molto, ci sono parti delle donne che vanno tirate fuori. Purtroppo ci sono più film con più ruoli pazzeschi maschili che femminili, ma le cose stanno cambiando molto rispetto a dieci anni fa».

Qual è la sua idea di famiglia?
«Quattordici figli, una donna, un caminetto, tutti attorno alle piante che raccogliamo le olive a novembre».

Come tratta la sua compagna?
«Ci appoggiamo e aiutiamo a vicenda, ormai basta con questi ruoli divisi, è passata».

Se avesse una figlia femmina, che papà sarebbe?
«Penso che mi scioglierei come un panetto di burro al sole. Ma glielo potrò dire quando sarò padre».
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