Interviews mit Alessio/Interviste

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 18. Apr 2017 10:29

«Di padre in figlia», Alessio Boni: da Giovanni Franza al ragazzo più chiuso della classe (e sulla fidanzata...)
In "Di Padre in figlia" è il burbero papà Franza che ci mette 30 anni ad accorgersi delle cose che cambiano. Ma nella vita Alessio Boni è un attento e curioso spettatore. E progetta il salto dall'altra parte della macchina da presa






Alessio Boni

Così “cattivo” non lo avevamo mai visto. Alessio Boni è perfetto anche nei panni dell’autoritario, bigotto, ottuso e limitato Giovanni Frazza, protagonista maschile della serie tv “Di padre in figlia”, in onda dal questa sera su Raiuno. Nata da un’idea di Cristina Comencini e diretta da Riccardo Milani è la storia di una saga famigliare che si sviluppa nell’arco di trent’anni e che racconta gli scontri, le lotte e i cambiamenti del nostro paese a partire dall’emancipazione femminile.

«Non voglio difendere né avvallare il mio personaggio ma dire che è interessante perché ricorda quello che eravamo, non dimentichiamolo». Straordinariamente lanciato ne “La meglio gioventù”. Ha lavorato in teatro con Strehler e Ronconi. Ha incarnato Ulisse, Caravaggio, Puccini. Mille straordinari volti per uno degli attori di maggior talento in circolazione.

Alessio Boni: "Giovanni Franza è il nostro bisnonno"

Interpreta Giovanni Franza, un padre padrone, capostipite di una famiglia veneta che comanda come un tiranno. Può parlarci del suo personaggio?

Giovanni Franza è il nostro nonno, il nostro bisnonno. Era l’Italia degli anni ‘50, della famiglia patriarcale dal retaggio contadino, prima del boom economico. Cerca il riscatto sociale e vuol far vedere che non c’è più la fame.

La storia dei Franza attraversa i grandi cambiamenti storici che hanno portato la donna alla conquista di molti diritti.

L’Italia ci ha messo più di trent’anni per dare più diritti e libertà alla donna. Allora era difficile alzare la testa contro il patriarcato e il maschilismo. La donna ha impiegato tantissimo e fatto di tutto per conquistare i diritti ed oggi dobbiamo fare qualcosa anche noi, più di prima. Questo è il segno forte che incide su queste quattro puntate su rai uno.

Le è piaciuto fare un ruolo da cattivo?

Mi piacciono tutti i personaggi che sono completamente distanti da me. Per un attore togliere la sua morale, la sua etica e diventare altro da sé rappresenta un lavoro straordinario. Un processo interiore spaventoso. Ovvio che non mi ci ritrovo, ma questo è il fascino.

Come si è preparato?

Ho scartabellato le foto di famiglia. Ho raccolto le testimonianze di alcuni signori del mio paese, quelli di mio padre che ha 76 anni, ma anche i racconti dei miei zii e di una mia zia che ha 101 anni. Tutto questo è stato un humus umano e storico straordinario per potermi approcciare a Giovanni Franza senza alcuna forma di giudizio. Altrimenti non potrai mai fare l’attore.

Ho letto che si è commosso quando ha letto la sceneggiatura.

Si l’ho sviscerata e mi ha emozionato. Ci sarà un cambio struggente in Giovanni, a causa di un dramma che colpirà la sua famiglia. E’ fantastico, io amo quel personaggio, più di me stesso. Impiegherà 30 anni, dai ‘50 agli ‘80 per cedere, - da qui il titolo “Di padre in figlia”, il testimone della sua ditta di grappe alla figlia. Accetta che abbia studiato chimica e che prenda in mano l’azienda.

Pensa che sia un esperimento televisivo valido solo come memoria storica, o se al contrario possa insegnare qualcosa anche ai giovani?

Entrambi, dipende da come si legge. Ovvio la memoria storica ti ricorda come eravamo e quanto siamo fortunati oggi. Una donna nata negli anni ‘40 o ‘50 non aveva quei diritti che oggi ha conquistato, però dobbiamo tenere sempre presente quanto nonne, bisnonne e donne hanno dato per raggiungere questa uguaglianza. Certamente può essere anche un messaggio per i giovani e un amarcord per le persone di 70 anni che vedono tanta televisione.

E’ stato testimone di Pangea, la campagna contro la violenza sulle donne, cosa può fare ognuno di noi concretamente?

E’ follia pura. La violenza avviene soprattutto dentro le mura domestiche. Oggi siamo fagocitati da tremila pensieri, problemi, corse, bambini, scuola, lavoro e non si ha mai tempo per se stessi, anzi paghi a volte un’analista 100 euro perché ti ascolti. Bisogna ricominciare a equilibrare noi stessi. Iniziamo ad ascoltarci. Partendo dall’essere umano, e non dal mercato e dal mondo virtuale in cui ormai siamo tutti assorbiti.

Ha recitato e diretto a teatro lo spettacolo “I duellanti” che si basa sul senso dell’onore.

Il senso dell’onore è solo un primo livello di lettura, avevo un po’ di nostalgia per le regole cavalleresche che non ci sono più e che bisognerebbe ogni tanto riprendere in mano. Oggi non ci sono più duelli all’ultimo sangue, ma se nella tua vita non dai una bella stoccata non vivi ma sopravvivi. In qualsiasi ambito e professione, ma soprattutto come uomo e come donna.

E’ sul set di "Una ragazza nella nebbia", la versione cinematografica del romanzo omonimo di Donato Carrisi. Di cosa parla?

Sto girando a Bolzano un thriller con uno splendido cast: Toni Servillo, Jean Reno e Michela Cescon. E’ una denuncia sociale contro i mass media. Carrisi si domanda se sono i media ad accanirsi su un fatto di cronaca efferato o è il pubblico che si ciba di questo. Chi è ha più colpa? Un interrogativo che nel film viene ampiamente indagato.

Cosa cerca di trasmettere con il suo mestiere?

Con il cinema e il teatro vorrei mandare un messaggio, e fare educare la gente, quello è il bello, non ho mai dato credito all’ovunque, come diceva Pasolini “la poesia è per pochi”. Mi ha sempre interessato il ragazzo più chiuso della classe, quello in un angolo, che guarda fuori la finestra e che ha un mondo, piuttosto che quelli che ti si attaccano addosso per un motivo o per l’altro e ti contornano. Mi ha sempre incuriosito l’intimità dell’altro, la psiche, se non mi avessero preso in accademia avrei fatto psicologia. Mi interessa anche quello che stai pensando tu adesso.

Ha compiuto 50 anni, ha paura di invecchiare?

Il mio volto è segnato da quello che ho vissuto. Ci sono i miei acciacchi, le mie vicissitudini e nello stesso tempo la mia maturità. Non cambierei nulla e non tornerei mai indietro. Un 50enne deve essere un 50enne. Mi fanno ridere i 60enni che vogliono fare i 30enni.

Secondo lei quale è l’età migliore per un uomo?

A 40 - 45 anni sei giovane e puoi fare tutto. Ma sei anche abbastanza uomo da aver recepito le lezioni dalla vita e capire quanto devi rispettare gli altri perché viviamo degli altri. Siamo animali sociali, non siamo lupi solitari ma abbiamo bisogno dell’altro.

Ho letto che sogna di passare dietro la macchina da presa. Che tipo di storia le piacerebbe dirigere?

Ho già tutto in mente. Il titolo è “Un amore impossibile” ed è tratto da una storia realmente accaduta. Per fare un film dovrei fermarmi almeno un anno ma ho talmente tanti impegni che non ce la faccio.

E’ capitata direttamente a lei?

No, ad un’altra persona.

Era in cerca dell’amore, oggi lo ha trovato?

Ciao, devo scappare sul set.
http://www.pianetadonna.it/notizie/temp ... ncini.html
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 7. Mai 2017 19:32

Alessio Boni vuole metter su famiglia: “Vorrei un figlio”
Domenico Giampetruzzi - 18-04-2017 11:44 Aggiornato il: 18-04-2017 11:44

Alessio Boni è uno degli attori più apprezzati e desiderati dalle donne italiane. Il protagonista di numerose fiction tv di successo è attualmente single, ma non vede l’ora di metter su famiglia. L’intrigante attore di numerosi e famosi film, tra cui In un posto bellissimo e La ragazza nella nebbia, ha rivelato il suo grande sogno al settimanale Gente: metter su famiglia e diventare papà per la prima volta!
Ho vissuto in una famiglia al maschile – ha detto Boni -, con mio padre e due fratelli (Andrea, ex sacerdote, e Marco, che lavora per l’attore, ndr). Ma il cuore e il traino di tutto sono state mia madre Roberta e mia nonna Maddalena, due donne straordinarie. Con la nonna sono cresciuto – ha sottolineato Alessio -, mentre i miei genitori portavano avanti la nostra azienda di piastrelle: mi raccontava che quando era giovane si cucinava per gli uomini e lei mangiava in disparte, con i figli. E stiamo parlando di meno di 100 anni fa”.

ui è rimasto in ottimi rapporti con tutte le sue ex fidanzate, anche con quelle con cui è finita male: “Con il tempo, rimane solo il bene che ci si è scambiati”.

Il suo sogno di metter su famiglia spera presto di realizzarlo: “La vorrei tanto. E mi manca anche un figlio. Anzi, una figlia. Non mi dispiacerebbe avere una femmina. Sarebbe un bel confronto con lei”. Al tempo stesso vorrebbe adottare un bambino. “Mi piacerebbe adottare un bambino – ha detto Boni -, indipendentemente dal mio stato civile. Ci sono tante situazioni di sofferenza e disagio: questi ragazzi starebbero meglio anche se venissero affidati a un single, che deve comunque affrontare i test psicoattitudinali e i controlli del caso. Ci sono stati tanti momenti, tanti posti in cui mi sarebbe piaciuto fermarmi e prendermi cura di qualcuno, ma mi sono sempre frenato”.

Il protagonista della fiction Di padre in figlia, in cui veste i panni di un produttore veneto di grappa degli anni Cinquanta Giovanni Franza, ha parlato anche del suo nuovo ruolo: “Non mi piace interpretare ruoli lineari, preferisco le sfaccettature, io stesso sono un inquieto
https://www.igossip.it/gossip/alessio-b ... un-figlio/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 8. Mai 2017 07:38

Alessio Boni: «Il mio destino era fare il piastrellista»
L’austero Giovanni Franza della fiction Di padre in figlia racconta a Sorrisi di quando disubbidì alla sua famiglia...

Foto: Alessio Boni in «Di padre in figlia» - Credit: © Rai
04 Maggio 2017 | 12:29 di Stefania Zizzari | Guida Tv: Stasera in Tv

«In questo momento sono sulla riva del lago di Carezza. Davanti a me ho dei boschi e in lontananza le cime delle Dolomiti innevate. Un paradiso» dice con voce rilassata Alessio Boni, protagonista di «Di padre in figlia».

Allora la mia telefonata è un elemento di disturbo?
«No. Ci tengo a parlare di “Di padre in figlia”, è una serie che mi piace moltissimo».
Il suo personaggio, Giovanni Franza, è tremendo...
«Ha usato un aggettivo forte per descriverlo e mi fa piacere. Osservandolo dal punto di vista di una persona di oggi, uno che ragiona come Giovanni, un padre padrone che non considera il pensiero e le aspettative della moglie e delle figlie, è giustamente tremendo».
Invece?
«Dietro alla sua sgradevolezza c’è tutto quello che le donne hanno conquistato dagli Anni 50 a oggi. Mia nonna Maddalena mi raccontava che lei cucinava per mio nonno e per i figli maschi, mentre le donne mangiavano in cucina. Era normale. Come era normale che l’eredità andasse solo al figlio maschio. O che un padre non spingesse il passeggino del figlio. Neanche mio padre lo faceva con mio fratello. E non era Medioevo, parliamo degli Anni 60. È appena dietro l’angolo… Questa saga familiare, ideata da Cristina Comencini, è potentissima e molto femminile, perché racconta come la donna sia riuscita a conquistarsi i propri diritti».
Un messaggio che vale anche oggi.
«Già. E ancora ci sono incongruenze: in Italia per la stessa professione, nella stessa azienda, con lo stesso ruolo, la donna guadagna meno dell’uomo. Perché? La cosa che vogliamo sottolineare è questa: tanto è stato fatto, ma non tutto. Ora tocca a noi uomini fare qualcosa».
Sul set ha ritrovato Cristiana Capotondi, con cui aveva girato «Rebecca, la prima moglie».
«Già. Nel 2008 Cristiana era mia moglie, adesso è mia figlia. O ho avuto un tracollo io o lei beve un elisir di eterna giovinezza!».
Le è mai capitato di aver fatto qualcosa che potesse offendere o discriminare una donna?
«Fin da piccolino ho avuto grandi insegnamenti da parte di mia nonna Maddalena e di mia madre Roberta, due colonne portanti della mia esistenza. A casa mia, in 60 anni di convivenza tra mia madre e mio padre, ci sono state discussioni, ma sempre nel rispetto reciproco. E questo è stato l’esempio che ho seguito».
È vero che quando era poliziotto una volta ha arrestato una donna?
«Non ho mai arrestato nessuno. Da celerino nel servizio d’ordine ho seguito tanti cortei, e quello delle femministe nel 1986 me lo ricordo bene. Mettevano paura: lanciavano oggetti, urlavano, erano belle toste! Ma era un momento di ribellione».
Cosa ci faceva in tenuta antisommossa da agente della Celere?
«Per un anno ho fatto il poliziotto a Milano. Il mio motto è sempre stato: scegli! Se il tuo mondo non ti permette di sognare, scappa verso dove puoi farlo. Non puoi decidere tu dove nascere, ma puoi scegliere cosa fare, l’uomo che diventerai, la donna che avrai accanto».
E lei cosa ha scelto?
«La mia situazione di partenza, una famiglia di piastrellisti, era in basso nella scala sociale. Io desideravo crescere, ma quando ho detto ai miei che volevo fare l’attore mio padre non mi ha parlato per due anni. Per lui era un tradimento il fatto che lasciassi la nostra ditta. Allora non capiva, adesso è orgogliosissimo di me».
Al primo tentativo di entrare al Centro sperimentale di cinematografia però non l’hanno presa…
«Sono arrivato 11° su dieci. Ma parlavo ancora bergamasco, era giusto così. Ho studiato dizione. Quando ho tentato di entrare all’Accademia di arte drammatica ho detto: “Se mi prendono faccio l’attore, altrimenti vado a Milano e studio psicologia”. Mi piace molto capire come funziona la mente».
Invece l’hanno presa, e ora è già su un nuovo set.
«Si, quello del film di Donato Carrisi, tratto dal suo romanzo “La ragazza nella nebbia”. Nel cast ci sono anche Toni Servillo, Galatea Ranzi, Michela Cescon. Poi a giugno dovrei iniziare un film internazionale che mi occuperà fino a novembre e mi porterà a Barcellona, New York, Tokyo, Milano, Bruxelles e Madrid: interpreto un direttore d’orchestra che gira il mondo».

http://www.sorrisi.com/tv/fiction/aless ... trellista/
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Beitragvon gaby » 12. Mai 2017 11:25

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Beitragvon mingi17 » 16. Mai 2017 07:53

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Beitragvon mingi17 » 26. Okt 2017 07:34

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di Sara Canali
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Home Sport

Alessio Boni, «Il golf è una metafora del teatro»
Abbiamo incontrato l’attore in occasione del 74° Open d’Italia. Ci siamo fatti raccontare la sua metafora in cui il campo da golf è come un palcoscenico

Quando si concentra, trattiene il fiato. Poi vibra la mazza e la pallina vola. Alessio Boni sta giocando a golf e lo fa con la stessa concentrazione con cui aspetta sul palco l’alzarsi del sipario. Lo abbiamo incontrato in occasione del 74esimo Open d’Italia, svoltosi a Monza dal 12 al 15 ottobre, mentre sui campi di gara i più forti golfisti al mondo si confrontavano per vincere il titolo.

«Immagina un set, persone che parlano, truccatori, macchinisti, comparse. Poi all’improvviso il silenzio e una voce che ti dice “bene, ora piangi”». Ci vuole una campana di vetro per estraniarsi dal mondo, questo secondo l’attore che da alcuni anni pratica yoga e training autogeno.

Un passato di motocross, kickboxing e arrampicata prima di cercare attività più funzionali alla sua professione. «Questa concentrazione la trovo anche nel golf. Il respiro, la natura, l’obiettivo. Mi aiuta a focalizzarmi. Hai uno scopo che è la buca, ma è un traguardo che poni con te stesso: nasce una sorta di agonismo con il tuo essere.

Aggiungici che il gesto in sé è bellissimo e mette insieme plasticità, eleganza, rotazione».

Sembri un golfista esperto
«Un golfista no, ma un attore sì. Questo sport lo vedo come una metafora teatrale visto che, come in una sala di teatro, sei circondato dal silenzio. Per un istante si ferma tutto e nasce una magia nei confronti del gesto. La buca poi è l’applauso a scena aperta, come una battuta che fa ridere o un’interpretazione che sa emozionare».

Dopo tutta questa TV, cosa ti resta del teatro?
«Il teatro mi appartiene da sempre. Fin da quando sono partito con la mia panda 45 da Villongo in provincia di Bergamo per raggiungere Roma. Ho dormito una settimana in macchina prima di trovare un appartamento da condividere con sei persone. Volevo entrare all’Accademia di arte drammatica Silvio d’Amico. Dopo un anno trascorso nella capitale, sono riuscito a passare le selezioni e mi si è aperto il mondo del teatro».

Che personaggio è Alessio Boni?
«Vorrei essere un personaggio di Dostoevskij, ma la verità è che c’è ancora tanto Matteo Carati in me, il ruolo che ho interpretato ne “La Meglio Gioventù”, che mi ha cambiato la vita. Quel film era stata una scommessa che ha vinto con un “all in”. Da quel momento la mia vita è cambiata, non ho più avuto bisogno di fare provini e ho avuto la possibilità di scegliere che ruoli interpretare. In ogni caso, dentro ogni attore rimangono degli sprazzi di ogni personaggio a cui ha dato vita vita».

Come una sorta di collage?
«La verità è che siamo tutti dei puzzle. Siamo in equilibrio tra bene e male, ognuno di noi. Dipende dagli episodi della vita, da ciò che ci succede. La mia di vita è stata una montagna russa, ora però sto attraversando un periodo davvero positivo in cui vedo la tranquillità e la gioia in ciò che faccio».

Uno, nessuno, centomila. Chi siamo?
«Penso solo che senza l’altro non sei nessuno, dobbiamo smetterla di avvitarci su noi stessi, intenti solo a pensare al nostro personale orticello. L’uomo è un animale sociale e dobbiamo dare vita a un nuovo umanesimo. La vita si fa insieme. Serve il confronto, lo sanno anche i bambini che apprendono per imitazione».

Ma sei sempre così zen?
«Ci provo. Ma la verità è che sono attratto dagli sport estremi, dal fango. A novembre ho in programma un viaggio in Tunisia con la moto e il progetto di bivaccare nelle tende tuareg nel deserto».

https://www.gqitalia.it/sport/2017/10/2 ... el-teatro/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 28. Okt 2017 07:26

Alessio Boni questa sera alle Muse
«Io che sono innamorato del mare»
Alessio Boni stasera alle Muse: «Io che sono innamorato del mare»

Al mare, Alessio Boni dedica un’intensa interpretazione teatrale, “Lo stesso mare”, stasera alle Muse alle 21. «Una felice coincidenza, per me – esclama Boni, mentre gli si illumina lo sguardo di mare – debuttare finalmente questo spettacolo al Festival Adriatico Mediterraneo». Programmato per “La Notte dei Poeti”, l’estate scorsa a Nora, era andato in scena con altri interpreti, perché Alessio aveva dovuto mollare per un disturbo al pericardio.

Bello spavento! Tutto risolto?

«Per fortuna, sì. I medici mi hanno rassicurato. Ma è stata una brutta esperienza. E per rinunciare io, che ho recitato anche con 40 di febbre, vuol dire che stavo davvero male».

Intanto si gode il successo che ha riscosso a Roma la sua ultima interpretazione…

«Un film bellissimo, “La ragazza nella nebbia”, che ti tiene col fiato sospeso fino alla fine, girato da padreterno da Carrisi».

Lo spettacolo. Com’è successo che un attore bergamasco si è innamorato del mare?

«L’ho sempre adorato, voleva dire la fine della scuola, le vacanze. In Italia, se non vivi sul mare, devi andarci: per quanto stai lontano da lui, ti richiama. Per me, è sempre stato un regalo meraviglioso. E sì che da Bergamo, prima di arrivare in Liguria o sull’Adriatico, ne devi fare di chilometri, non è uno scherzo».

Animano questo suo spettacolo i versi di tanti poeti: per tutti “lo stesso mare”?

«Siamo composti per il 70% di acqua. E il mare, dall’Artico all’Antartide e dal Mediterraneo al Pacifico, è sempre lo stesso. I poeti ne parlano come di un’entità diffusa, comune. Con Giuseppe Conte, con cui ho selezionato i testi, non potevo limitarmi alla poesia italiana. Decine di poeti in tutto il mondo hanno scritto versi indimenticabili dedicati al mare, da Baudelaire a Emily Dickinson e da D’Annunzio a Nazim Hikmet. Il mare, come l’amore, è universale, dalle coste dell’India all’Alaska».

Nel suo viaggio nel mare dei poeti, che legame le è sembrato di riconoscere?

«Il movimento, il flusso delle maree, le correnti denotano una vita, anche un’animosità, che è metafora dell’uomo che si interroga. A un uomo come me, vissuto ai piedi dei monti e sulle sponde di un lago, immobile anche quanto tira vento, il mare trasmette una febbre vitale, la carica energetica per affrontare responsabilità e pericolo. I più grandi eroi si sono misurati con il mare: innamorati di lui, come Ulisse, anche quando ce l’hanno contro. È come un rapporto d’amore, o di vera amicizia».

È stato difficile scegliere? Che criterio avete adottato?

«Di pancia! Quello che ci colpiva di più! E l’abbiamo organizzato senza seguire un ordine cronologico. Ha un andamento ondoso e riflessivo, spudorato, istintivo, amaro e folle. Fa venire nostalgia dei banchi di scuola, con “A Zacinto” di Foscolo e con D’Annunzio. Qui ad Ancona, poi, lo spettacolo finisce sui versi di Francesco Mario Chirco, un vostro poeta forse meno noto, che sa esprimere bene la sonnolenza della città e il rapporto col suo mare. Ci ritrovo l’atteggiamento degli anconetani. Sono stato parecchie volte a recitare qui alle Muse e mi è rimasto nel cuore questo affaccio sul porto. Per questo sono felice che “Lo stesso mare”, per puro caso, salpi da qui”».

E la musica?

«Come le onde, la musica. Contribuisce all’andamento fluido della corrente dei versi. Due musicisti e una vocalist strepitosi». Sul palcoscenico solo voi? «Nel buio secco, musica, voce e parola, come su un piedistallo di cristallo».

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 28. Okt 2017 20:06

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Beitragvon mingi17 » 1. Nov 2017 08:43

Alessio Boni: «Quando avevo 24 anni un produttore americano mi molestò»
Alessio Boni (Toiati)
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Alessio Boni ospite al Messaggero Tv (Foto Paolo Rizzo/Ag.Toiati)
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di Filippo Bernardi

Nel suo ultimo film, La ragazza nella nebbia, opera prima dello scrittore Donato Carrisi (un milione di euro di incassi dopo il primo weekend in sala), interpreta un professore di lettere molto attaccato alla famiglia e al suo lavoro, ma con inquietanti lati oscuri. Alessio Boni, l’indimenticabile poliziotto suicida de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, a 51 anni una famiglia non l’ha ancora messa su (anche se forse ci siamo quasi) e di lati oscuri sembra proprio non averne. Giura che il successo non gli interessa e appena può si rifugia in un isolato casolare in Toscana. Lo scandalo Weinstein e ora quello che ha travolto Kevin Spacey? Non lo ha sorpreso più di tanto: «Anche io ricevetti le avances indesiderate di un direttore gay americano - rivela -. Avevo 24 anni».

E cosa fece?
«Lo respinsi con fermezza e finì lì»

Cosa pensa di chi denuncia dopo tanti anni?
«Penso che sia molto positivo che si esca dal silenzio, si denunci e se ne parli. Assolutamente. Ma non solo nel cinema perché il problema esiste in tutti gli ambienti. La violenza sulle donne mi fa orrore. Poi è vero anche che di fronte a delle avances indesiderate si può dire di no ma è un argomento molto delicato e complesso perché entrano in gioco altri fattori come il potere della persona che compie le avances, il senso di colpa della vittima, la paura che denunciare non porti a nulla».

Il cinema è un mondo maschilista?
«In Italia lo è. Quante registe ci sono? Quante produttrici?»


Ne “La Ragazza nella nebbia” il suo personaggio è uno dei maggiori sospettati per la sparizione di una ragazzina di 16 anni. Un ruolo controverso.
«Quando Donato mi ha dato la sceneggiatura mi ha colpito subito. C’è dentro tutta la banalità del male che intriga e crea angoscia. Il male non sfacciato, quello che non ti aspetti e che magari alberga nel vicino di casa architetto con cui sei andato a bere uno Spritz»

Il film contiene anche una critica al circo mediatico che si crea intorno a determinati delitti. Lei nella vita segue la cronaca nera?
«Sì, la seguo, mi intriga. Però mi fermo al fatto, non mi interessa molto tutto quello che si innesca dopo, il cosiddetto circo mediatico, appunto»


Lei, nella vita, prima di fare l'attore ha fatto di tutto e ha iniziato a lavorare molto presto, a 14 anni. Come mai?
«A quei tempi era normale. Sono nato a Sarnico, in provincia di Bergamo, da una famiglia di piastrellisti. Lo facevano mio fratello, di due anni più grande, mio cugino che lo fa tuttora, mio zio, mio padre. Era un periodo abbastanza duro perché mio padre aveva fatto un mutuo per costruire casa e quindi aveva bisogno di manodopera, di aiuto»

Non studiava?
«Facevo le serali di ragioneria e mi sentivo un po’ ignorante»

Quando ha capito che il piastrellista non era il suo lavoro?
«Subito perché era pesantissimo. Però non avevo idea di cosa fare, non pensavo ancora di fare l’attore anche perché pensare di fare l’artista nel mio paese era un’utopia pura. Ti prendevano per il culo per tutta la vita, non potevi neanche dirlo»

E poi?
«Poi arrivò la possibilità di entrare in polizia e io pur di scappare ci provai. Mi presero e mi dissi “ah, diventerò un Serpico”. Poi la realtà fu diversa è così dopo un anno e mezzo sono scappato in America».

Cosa l’ha fatta scappare?
«Non era il mio mondo. Stimo molto chi fa quel lavoro ma la gerarchia, il nonnismo... sono cose che non mi appartengono»

Però le è tornato utile per interpretare il poliziotto ne La meglio gioventù...
«Sì quando mi presero fu molto bello, feci il provino con Jasmine Trinca. Tre giorni dopo mi chiama Tullio Giordana e mi fa “per me tu sei Matteo Carati, però siccome devi fare il celerino devi imparare a maneggiare il manganello, lo scudo...”. “Guarda che io ho fatto un anno e mezzo in polizia, reparto celere”»

E lui?
«“Sei un genio!”. Finì che spiegai io a tutti come muoversi»

Ma c'è un ruolo che manca nella sua carriera e che vorrebbe fare prima o poi?
«Se mi proponessero di fare la drag queen accetterei subito»

Perché proprio la drag queen?
«Mi piacciono i personaggi lontani da me, le sfide. E poi mi piacerebbe conoscere meglio la realtà di chi non si sente nel corpo in cui è nato e vuole cambiarlo. Lo trovo un tema molto interessabte e dall'enorme potenziale drammatico»

È vero che in California ha fatto anche il babysitter?
«Ebbene sì. Lo feci per una famiglia di americani, amici della fidanzata con cui stavo al tempo, che aveva bisogno il venerdì e il sabato perché spesso andavano fuori per lavoro. Fu un’esperienza terrificante»

E come nasce l’idea di fare l’attore?
«Succede che torno dall’America perché non avevo la carta verde e non avevo intenzione di sposarmi per averla e faccio per un paio di stagioni l’animatore in un villaggio turistico. Già quelle prime esperienze su un palco, per quanto minuscole, risvegliarono qualcosa dentro di me. Poi approdo a Roma e succede una cosa...»

Che cosa?
«Vedo la Gatta cenerentola di De Simone al teatro Sistina, era il 1988. Mi si scoperchiò il cervello: mi fu chiaro che volevo fare l’attore. Poi mi hanno preso all’Accademia d’arte drammatica ed è partito tutto».

Suo padre la appoggiava?
«Per mio padre, pragmatico e stacanovista come ogni buon bergamasco, ero il lazzarone che se ne era andato e stava a Roma a non far niente. Anche quando gli dissi “papà mi ha preso Giorgio Strehler”, che per me fu un’enorme iniezione di fiducia, mi rispose: “cos’è?” Per lui il teatro era zero. Ha cominciato a prendermi sul serio quando ho fatto Incantesimo e la gente lo fermava in paese»

Il suo bell’aspetto l’ha certamente aiutata, ma è mai stato un limite?
«Non ho mai fatto della bellezza l’unica risorsa di vita altrimenti avrei fatto un’altra strada. Mi é servita agli inizi, durante l’Accademia. Al tempo lavoravo tre sere a settimana come cameriere qua a Roma al Puff di Lando Fiorini che è stato un secondo padre per me. Prendevo 50mila lire a sera. Un giorno di lavoro per Grand Hotel invece mi fruttava 500mila lire. Erano tantissimi soldi per me che condividevo una casa con altri ragazzi a Talenti»

Poi però a un certo punto con i fotoromanzi ha chiuso
«Certo, bisogna fare delle scelte. Prendi Stefano Accorsi: é partito con una pubblicità e poi ha fatto il cinema. Poi vabbeh, lui era bravo persino nella pubblicità»

Il successo è importante?
«Per me no, sono sincero. Io ero felicissimo di fare teatro. Ho sempre cercato di diventare una persona di valore nel campo che ho scelto, non per forza di successo. Se tu sei di valore ottieni la stima delle persone che poi é la cosa che ti porti appresso nel quotidiano e la senti. Il successo non é affatto detto che si porti dietro la stima, anzi: spesso capita il contrario».

Lei vive in un casolare tra Arezzo e Siena. Non ama la mondanità?
«No, per niente. Certe cose mi pesano molto: le cene, le serate. Per questo mi sono segregato in Toscana. Sono dieci giorni che vado in giro per il film e non vedo l’ora di tornarci. Tra il mio eremo e la croisette a Cannnes scelgo tutta la vita il primo»

Ma abita da solo?
«Sì, la casa più vicina è a 500 metri. Non ho ancora animali perché non vivo lì con continuità però quando avrò una famiglia ne prenderò di sicuro»

A proposito, la sua relazione con Nina Verdelli è pubblica. In passato ha detto che sogna una famiglia numerosa, ci sta lavorando?
(Ride) «Ci sto lavorando».

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 10. Nov 2017 08:15

L’amore fa trovare la strada di casa". Parola di Boni: è il bello della fiction


"Interpreto un uomo che si risveglia dal coma. Deve ricostruire la propria identità e capisce che molto di ciò che aveva fatto era sbagliato"

Roma, 9 novembre 2017 - Fausto si risveglia dal coma dopo cinque anni. Da quando ha perso conoscenza per un incidente d’auto, sono cambiate molte cose nella sua famiglia e nella sua azienda, un’impresa agricola in Piemonte. Dovrà impegnarsi molto per risanare il suo corpo e recuperare la memoria. Chi era esattamente, e cosa aveva fatto? “La strada di casa”, fiction in sei episodi diretta da Riccardo Donna (su Raiuno in prima serata da martedì 14 novembre) racconta questo ritorno alla vita: l’interprete è un intenso e carismatico Alessio Boni. Accanto a lui, Lucrezia Lante della Rovere (nella parte della moglie), Thomas Trabacchi, Sergio Rubini, Christiane Filangeri.

«E’ una storia che mescola molti elementi, dal tema della paternità al mistery, perché Fausto non ricorda chi fosse – spiega Eleonora Andreatta, direttore di Rai Fiction – e c’è chi l’accusa di essere un assassino. E contiene un archetipo: Ulisse. L’eroe omerico torna dalla guerra, Fausto torna dopo una lunga assenza. Ma la sua Penelope non gli è rimasta fedele e Telemaco ha preso il suo posto».

Boni, chi è Fausto Morra?

«è la prima volta che interpreto un personaggio come questo, che non indaga sugli altri ma su stesso. Deve ricostruire la sua identità: 5 anni di coma hanno cancellato sentimenti e memoria. Rimette insieme i tasselli del suo passato, e lo spettatore compie lo stesso percorso insieme a lui. Ricostruisce chi era, e quel che era non gli piace. C’è anche un elemento giallo, un omicidio di cui solo alla fine si scoprirà il colpevole, e questo crea un clima di suspence affascinante».

Cinque anni di coma: espediente narrativo ma nella realtà è difficile che accada...

«Raro ma non impossibile. Mi sono informato, ho parlato con uno psichiatra. Intanto c’è differenza tra chi si trova in uno stato di coma profondo, e quindi in una condizione vegetativa, e chi è in coma vigile. Un ragazzo, a Torino, entrato in coma a 12 anni, si è risvegliato a 19 e ha raccontato come sentisse le persone attorno, compresa sua madre quando aveva detto che avrebbe preferito vederlo morto piuttosto che in quello stato e ha raccontato la sofferenza che aveva provato nel sentire quelle parole. Certo, nel 99,9 per cento dei casi non c’è ripresa, ma noi ci siamo ispirati a una storia che, per quanto rara, è reale».

È anche il racconto di una seconda occasione. Lei pensa che ci sia sempre, nella vita?

«Se ci stiamo ad ascoltare, le occasioni non sono soltanto una o due, sono tantissime. Sei tu che, a trent’anni e poi a quaranta o a cinquanta, devi saper cogliere le opportunità che hai di poterti migliorare».

In televisione (dove è stato anche Ulisse) di recente ha interpretato un altro padre, Giovanni Franza, in ‘Di padre in figlia’.

«Con Giovanni Franza siamo nell’Italia degli anni Cinquanta, quando la donna inizia a battersi per affermare i propri diritti. Franza è un padre che inizialmente non ritiene sua figlia, in quanto femmina, all’altezza di prendere le redini dell’azienda familiare. Mia nonna mi raccontava che quando lei era giovane, pranzavano prima gli uomini di casa e solo dopo le donne si mettevano a tavola. Con Fausto Morra siamo ai nostri giorni e a un padre che non è un padre padrone come Franza. Sono tutti padri diversi».

Interpreta un padre anche nel film attualmente nelle sale, “La ragazza nella nebbia”. Molti padri nella finzione ma nella realtà non ha figli.

«Chissà, magari è di buon auspicio»
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