Interviews mit Alessio/Interviste

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 12. Nov 2017 20:07

Martina Barbieri

salve, ho avuto il piacere di intervistare Alessio, posso chiedere di condividere articolo sulla pagina?GRAZIE, INVIO LINK: https://corrieredellacampania.it/2017/1 ... ssio-boni/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 14. Nov 2017 09:34

farebbe innervosire perfino un monaco zen. Il motivo di tanta serenità è che la fiction «La strada di casa» (sei puntate dirette da Riccardo Donna al via su Raiuno il 14 novembre) lo ha entusiasmato. Per diverse ragioni. Non ultima quella di essere ambientata in campagna, nel torinese, dove gli attori hanno girato per sei mesi un anno e mezzo fa. Ma andiamo per ordine.

• «La Strada di Casa» con Alessio Boni su Rai1

• Alessio Boni: «Il mio destino era fare il piastrellista»

Alessio, ci parli del suo personaggio, Fausto.
«Mi ha intrigato fin dall’inizio. Nelle prime sequenze si intuisce che potrebbe aver commesso un omicidio. Subito dopo ha un incidente d’auto, e quando si risveglia scopre di essere stato in coma per cinque anni. Una figlia piccola ormai è fidanzata. Il figlio maggiore ha preso in mano l’azienda di famiglia, ora sull’orlo del fallimento. Mentre la moglie…».

Si fermi, altrimenti sveliamo troppo.
«Diciamo allora che dopo il coma Fausto deve riprendersi. Fa sedute di logopedia e fisioterapia e inizia un percorso psicologico per ritrovare la memoria e scoprire cosa sia successo quella notte. Piano piano si rende conto che non si piaceva e che conduceva una vita sbagliata. A volte bisogna fermarsi, prendersi un anno sabbatico e riflettere sulla vita che conduciamo».

Lei lo ha mai fatto?
«Sì, quest’anno mi sono preso otto mesi di pausa e sono volati! Fai un viaggio con il Cesvi (l’organizzazione umanitaria di cui l’attore è testimonial, ndr), fai promozione, vai a trovare i tuoi genitori, leggi, vai in vacanza e il tempo è già finito. Avere la capacità di oziare senza ansia è terapeutico».

I protagonisti
Schermo intero

Nella fiction Lucrezia Lante della Rovere è sua moglie, mentre Sergio Rubini interpreta un veterinario. È la prima volta che lavorate assieme?
«Sì, e mi sono trovato benissimo. La cosa bella è la passione e la dedizione che metti nel lavoro e se hai colleghi motivati si crea una sinergia unica. A Lucrezia piaceva il suo personaggio e così pure a Rubini. È stato faticoso, ma è meglio fare una scalata in montagna con degli amici in serenità che non una gita al mare con dei compagni con cui non ti trovi bene».

Nella scena in cui si schianta contro un camion è stata usata una controfigura?
«Nella fiction ci sono alcune scene d’azione, ma nulla di pericoloso. Sul set c’era uno stuntman che ci insegnava come muoverci. Nella scena dell’incidente abbiamo usato un fuoristrada scassato che poi avremmo buttato, quindi doveva essere buona la prima. Al mio posto c’era un manichino mentre sul sedile posteriore c’era una persona che guidava: negli ultimi 50 metri si è nascosta andandosi poi a schiantare contro un tir. Per fortuna non si è fatta niente».

All’inizio la si vede andare a cavallo in una bellissima campagna. Sembrava le piacesse molto.
«Infatti, starei sempre in mezzo alla natura. Da 12 anni ho lasciato la città per vivere in un casale in Toscana, dove taglio la legna, raccolgo le olive e faccio l’olio. La natura non ti giudica e ti fa sentire sempre accolto. A volte sto meglio in un campo di grano che non in piazza Navona a Roma».

Se anche lei dovesse risvegliarsi tra cinque anni, come si immagina?
«Vorrei ritrovarmi davanti a un camino con tre figli accanto. È la mia massima aspirazione, anche se per come sta cambiando la società forse è meglio vivere il presente».

Per lei la strada di casa qual è?
«Lo sterrato che porta al mio casale. Non è il posto in cui sono nato, ma quello che ho scelto perché mi fa stare bene».

In questi giorni è al cinema con «La ragazza nella nebbia» e anche qui è accusato di omicidio. Ma ruoli più leggeri, mai?
«Nel film di Donato Carrisi (autore dell’omonimo libro, ndr) sono il mostro da sbattere in prima pagina. Mi piacerebbe fare anche delle commedie e mi arrivano molte proposte, ma se non mi convincono preferisco i gialli: la paura mi attira come le montagne russe».

Per questo ama gli sport estremi?
«In realtà mi piace anche il tiro con l’arco, il biliardo e le bocce. Diciamo che amo mettermi alla prova».

La prossima sfida?
«Tra pochi giorni vado in Tunisia una settimana in moto per assaporare il silenzio del deserto. Fare 80 chilometri tra le dune, arrivare all’oasi, fumare il narghilè e mangiare una tajine (pietanza berbera a base di carne, ndr) rappresenta per me il vero lusso».

http://www.sorrisi.com/tv/fiction/aless ... aggi-cast/

Am besten Link anklicken, da sind auch Fotos
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 21. Nov 2017 08:57

“Essere uomo, oggi è questa la difficoltà più grande”. Intervista ad Alessio Boni
21 Nov 2017
Giulia Farneti
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Alessio Boni, fiction, intervista, Intervista a Cavani
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Occhi azzurri e fascino da vendere. Alessio Boni non è solo questo. Sia che si tratti del piccolo o grande schermo o anche di un palcoscenico di teatro arriva sempre un’emozione fortissima. E’ infatti capace di raccontare le sfumature dell’animo umano. E’ conosciuto per le sue interpretazioni in numerose produzioni teatrali e cinematografiche. Popolare con la serie televisiva “Incantesimo”, partecipa come protagonista a molti film: da “La meglio gioventù” a “La bestia nel cuore”, da “Quando sei nato non puoi più nasconderti” ad “Arrivederci amore, ciao”, da “Sangue pazzo” a “Complici del silenzio”. Da non dimenticare la sua partecipazione a numerose fiction televisive, come “La donna del treno”, “Cime tempestose”, “Guerra e pace”, “Puccini” e “Walter Chiari – fino all’ultima risata” che contribuiscono a renderlo uno degli attori più apprezzati dalla critica e dal pubblico del panorama culturale italiano. In queste settimane lo vediamo su Rai1 ne “La strada di casa” e al cinema con “La ragazza nella nebbia”.

Ti stiamo vedendo su Rai1 ne “La strada di casa”. Un ruolo non semplicissimo ma che hai reso benissimo.

Mi piace ricordare anche il cast di cui ho fatto parte, colleghi bravissimi, quali Lucrezia Lante della Rovere e Sergio Rubini. E’ un giallo, che ha come protagonista il mio personaggio, ovvero l’allevatore Fausto Morra. Una notte ha un incidente con il suo Pik-Up e al risveglio non ha più la memoria, non riesce a riconoscere nessuno. Dopo cinque anni di coma, è costretto a cercare se stesso e per fare questo deve ricostruire tutto, ricominciare a parlare, fare terapia posturale per riprendere a camminare ed esercizi per riacquistare la memoria. Non sarà semplice per lui ma non posso svelarvi altro.

Chi è Alessio Boni?

E’ una persona che ha varcato i cinquant’anni. E’ un uomo che è arrivato in cima alla collina e ora scende dall’altra parte, ma la discesa non è più semplice della salita. Ora sente e ascolta molto più di un tempo. Prima, in parte per fragilità e insicurezza, era più concentrato su se stesso; a 30 anni voleva dimostrare chi era, nonostante ancora non avesse piena consapevolezza della vita, vista la sua giovane età. Ora ha finalmente capito che ascoltando il respiro e l’umore di chi gli sta intorno riesce ad arricchirsi di più, afferrando e comprendendo al meglio. Ascoltare non è un fattore di poco conto, anzi. Spinti dalla frenesia di tutti i giorni, tendiamo a proseguire per la nostra strada incuranti di ciò che colora la nostra esistenza.

Nel tuo sito si legge: “Se il tuo mondo non ti permette di sognare, scappa verso uno dove puoi“. ci spiegheresti meglio? E’ importante sognare?

E’ fondamentale! Non possiamo scegliere dove nascere e in quale famiglia, ma per tutto il resto abbiamo la grande possibilità di essere artefici di noi stessi. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia straordinaria ma non per tutti è così. Se non riesci a sentirti, non devi assolutamente lasciarti fagocitare dal tetto che ti sovrasta. In quel caso, vai e cerca quello che ti manca per essere felice. Credo fermamente che la persona più povera al mondo sia colei che non possiede un sogno. Sognare ci rende liberi, oltre ad affievolirci dalla pesantezza della quotidianità, a volte. Ognuno di noi dovrebbe fare di tutto per conquistare il proprio sogno e farsi forza dinnanzi agli ostacoli che molto spesso l’esistenza ci mette davanti. Per anni ho fatto teatro senza neanche prendere un centesimo ma avevo la passione. La prima volta che feci uno spettacolo teatrale a Udine presi 500 mila lire da consumare in buoni spesa, non mi lamentavo perché di fatto stavo inseguendo un sogno che volevo a tutti i costi realizzare. Mi sto accorgendo invece che molte persone non sono soddisfatte del proprio mestiere e questo è molto triste perché se non ami quello che fai è molto difficile arrivare a fine giornata.

E’ difficile essere attore oggi come oggi?

E’ difficile essere uomo! La recitazione è una professione che ti può riuscire come no, ma è comunque un mestiere che hai scelto di svolgere con passione. E’ molto complesso restare con i piedi ben saldati a terra ed essere uomo. L’attore tuttavia deve saper contemplare e rivelare la vita, elargendo le complete nudità del sentimento umano.

Il pubblico ti ha amato con il ruolo di Matteo Carati de “La meglio gioventù”. Qual è la meglio gioventù di oggi?

Sono i ragazzi. Dovremmo davvero infondere fiducia in loro. I giurassici dovrebbero smetterla di tenere le fila, bensì dovrebbero far loro capire che sono la ventata d’aria nuova di cui abbiamo bisogno. L’Africa dovrebbe davvero essere il giardino d’infanzia del mondo e l’Italia la casa di cura. Per diventare dirigente di un’azienda o di un quotidiano non si devono aspettare i 65 anni, ma soltanto i 30. Purtroppo chi è ben saldo alla poltrona non si ritira. I più vogliono arrivare a 80 anni ed essere ancora a capo di tutto. La meritocrazia ai giovani, questa dovrebbe farsi largo nel nostro Paese per evitare una fuga di cervelli all’estero.

Nella tua carriera hai recitato molto in teatro. Cosa vuol dire stare su un palcoscenico piuttosto che davanti a una macchina da presa?

Se in teatro voglio arrivare fino all’ultima fila, necessito di esercizi vocali e una macro mimica; al cinema basta alzare un sopracciglio per emozionare il pubblico e avere un microfono per riuscire a farmi sentire. Sia per il piccolo e grande schermo sia per il teatro, l’impegno deve essere al massimo. E’ sbagliato pensare che il cinema o il teatro siano l’uno migliore dell’altro perché in entrambi ci deve essere un’enorme concentrazione. L’unica differenza è che quando sei sul palco non puoi permetterti di sbagliare, mentre davanti alla macchina da presa puoi rifare la scena. Io sento il bisogno di fare teatro, per mesi interi studio cercando poi di portare in scena le emozioni che mi hanno investito. La macchina da presa fa la radiografia dei sentimenti.

Hai preso parte a tantissimi progetti televisivi come “Guerra e pace”, “Caravaggio”, “Tutti pazzi per amore”, “Puccini”. L’ultimo è stato “Di padre in figlia”, targato Rai 1 in cui interpreti un padre padrone che nel corso degli anni ha un’evoluzione.

Cambia totalmente! Il mio personaggio è l’uomo di una volta, con una cultura spaventosa, profondamente convinto che la donna debba tacere e pensare unicamente al bene della famiglia. Le persone anziane sono estremamente attaccate a un credo per loro incrollabile ed è molto raro che lascino spazio ai più giovani. Per Michele Franza ci sono voluti anni per comprendere che doveva passare il testimone alla figlia. Quando la moglie lo lascia, con una solitudine che lo attraversa in maniera impietosa, comprende il grande valore della famiglia.

“La ragazza nella nebbia” è ora al cinema. Per quali motivi hai accettato questo progetto cinematografico?

Sin dalla prima lettura, sono stato totalmente rapito dalla sceneggiatura. Quando la prima volta che ho incontrato Donato Carrisi, con la sua descrizione, mi ero già immaginato alcune scene del film. Il cast è davvero eccezionale a cominciare da Tony Servillo e Jean Reno. Il mio era personaggio enigmatico e davvero molto interessante da rendere. “La ragazza nella nebbia” ha, inoltre, un messaggio molto forte: vuole infatti far comprendere come di fatto molto spesso la cronaca nera venga strumentalizzata per il proprio circo mediatico. Cerchiamo di portare sul grande schermo il dolore di una madre per la scomparsa della propria figlia e sottolineare come il male serpeggi intorno a noi, senza neanche rendercene conto. La storia ruota intorno a un paesino irreale e sconosciuto, nel quale si può identificare qualunque piccola comunità cittadina, dalla Valle d’Aosta alla provincia di Parma. Il mostro non è visibile molto spesso ma c’è, non si fa vedere. Ad Avechot, nulla è come appare. Quello che accade ad Anna Lou può capitare a chiunque. Il film è crudo, profondamente realistico, diretto e onesto. E’ stata una scommessa molto interessante, un’opera prima di Carrisi in cui ognuno di noi ha creduto, a cominciare da produzione e distribuzione.

Interpreti Loris, un professore. Qual è il valore dell’istruzione?

E’ enorme! Le scuole dovrebbero riprendere a fare educazione civica per riuscire ad affrontare al meglio tematiche molto delicate come per esempio la violenza sulle donne. Ultimamente, episodi di femminicidio e violenza sessuale ricoprono una brutta pagina della nostra cronaca. Ritengo fondamentale educare al rispetto e all’importanza dell’altro. Colui che ognuno di noi dovrebbe conoscere è Padre Maria Turoldo, teologo e poeta. Costruì una casa per l’ospitalità, che chiamò “Casa di Emmaus”; questa costituì un simbolico richiamo all’accoglienza, senza distinzioni di sesso, ceto sociale e di religione. Era benvenuto chiunque volesse accedervi: disadattati, drogati e prostitute; per questa sua decisione venne scomunicato dalla Chiesa, azione che quest’ultima non avrebbe mai dovuto compiere. E’ stato un personaggio considerato dai più molto scomodo. Due anni circa prima della sua morte, gli venne chiesto da un noto giornalista quale fosse il suo più grande rammarico. Lui rispose di aver insegnato teologia per ben cinquant’anni e quando chiedeva ai suoi studenti cosa desideravano per il proprio futuro nessuno che gli ha mai risposto: Io voglio diventare un uomo.

http://www.restoalsud.it/2017/11/essere ... ssio-boni/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 4. Jan 2018 15:50

«Alessio, mi hai fatto piangere»
Firmato: il figlio di Walter Chiari

Fabio Santini - 4 gennaio 2018

Alessio Boni da Sarnico compie 52 anni il prossimo 4 luglio. Al cinema ha interpretato 21 film, tra cui molti d’autore. Tra questi ricordiamo: La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana; La bestia nel cuore di Cristina Comencini e La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. In tv ha recitato in 28 fiction, l’ultima delle quali, La strada di casa, è andata in onda su Rai1 a partire dal 14 novembre scorso. Tra le altre: Caravaggio di Angelo Longoni e Walter Chiari – Fino all’ultima risata di Enzo Monteleone. Ha portato su palcoscenico 27 lavori teatrali, tra i quali: Michelangelo – La carne del marmo, con la regia di Alessio Pizzech e L’avaro di Moliere diretto da Giorgio Strehler. Ha interpretato due opere liriche. In radio, ha condotto due programmi: Titanic – Le ultime 100 ore e Il Graal. Ha inciso un audiolibro, Peter Pan. E ricevuto 39 premi nazionali e internazionali in carriera. Ha messo la sua immagine e il suo impegno a disposizione di otto campagne a sfondo sociale.
Val di Chiana, un gioiello incastonato tra Toscana e Umbria che Goethe definiva così: «Non è possibile vedere campi più belli, non vi ha una gola di terreno che non sia lavorata alla perfezione…». Qui c’è il casale di Alessio Boni, da Sarnico, 51 anni, fidanzato con una giornalista, grande attore di teatro, cinema e televisione. In un garage della fattoria, Alessio si dedica a uno dei suoi hobby. «Sto mettendo a posto delle lampade acquistate alla Fiera di Parma, verifico se funzionano, se la presa è a posto, se l’alloggiamento della lampadina non si è ossidato».

Alessio lei è nato a sul Lago d’Iseo, torna spesso da quelle parti?
«Appena posso, ci vado. Ho avuto la fortuna di nascere in un bel contesto famigliare dai solidi valori etici, cui sono legato da sempre. Sento molto l’appartenenza ai miei fratelli Andrea e Marco, ai miei genitori per cui appena posso ci torno, anche se debbo vivere la mia vita, la mia libertà, nessuno mi può incatenare. Sono così di carattere».
Si fermi, se può, nei suoi luoghi della memoria.
«Le passeggiate su Viale Garibaldi, il lungolago, ricordo i luoghi dove presi la decisione di andarmene, i mandarini sotto un salice piangente, la Vespa 50. Ricordo dove ho dato il primo bacio, quando ho preso la prima sberla da una ragazzina in un anfratto vicino a un bosco, la prima caduta col Garelli. Sono immagini indelebili. Come il primo tuffo al lago a sei anni. Allora si poteva fare il bagno».

E il suo fisioterapista, Gigi Spina di Chiuduno…
«Scriva massofisioterapista se no s’arrabbia. Giro il mondo, ma quando salgo a trovare i miei, una o due sedute dal Gigi non me le toglie nessuno. Ho altri fisioterapisti in Toscana, a Roma, a Milano… ma lui è speciale».

Ho letto che quando è nel suo casale taglia legna, raccoglie olive, produce l’olio.
«Sì, l’ho appena fatto. Non lo commercializzo, lo imbottiglio per famigliari e amici e lo regalo per Natale, per un compleanno. Chi mi conosce si aspetta la bottiglia d’olio, per me regalarla ha un significato particolare. Ricorda i nostri contadini, la dignità del lavoro della terra».

Prima di diventare attore affermato, lei ha fatto mille mestieri, anche l’animatore in un villaggio turistico.
«Quella è una scuola pazzesca, prenda l’esempio di Fiorello. Nel senso che puoi nascere artisticamente dove e quando meno te l’aspetti. Guardi Stefano Accorsi. Si è fatto notare con lo slogan pubblicitario “Due gust is megl che uan”. Poi la carriera va avanti a seconda dalle scelte che fai, dopo devi saper scalare. Benigni, quando ricevette l’Oscar per La vita è bella disse: “Ringrazio i miei genitori che mi hanno fatto scoprire che cos’è la povertà, che cos’è la fame”. Loro non avevano niente, nemmeno il bagno in casa. Se poi tu ti volti a riguardare il tuo passato, quei ricordi lì sono straordinari».
Tra i vari lavori, anche il piastrellista.
«Non solo: il cameriere e l’attore di fotoromanzi per Grand’Hotel, non mi vergogno di nulla. Frequentavo l’Accademia a Roma e dovevo sbarcare il lunario con 50mila lire in tasca. Quando mi chiamavano per i fotoromanzi, facevo salti di gioia perché mi consentivano di pagare l’affitto per altri due mesi».
Lei ha dichiarato: un attore deve interpretare la vita e sensibilizzarsi agli eventi della natura.
«La natura ha una forza spaventosa, non ti senti mai giudicato da lei. Quando stai in mezzo a un bosco, o tra le dune di un deserto, o in mezzo al mare o in montagna potresti trovare l’assassino più ferale della terra ma ti senti comunque a tuo agio. Perché c’è l’equilibrio costante che ti circonda. E non potrai mai dire quel sentiero è troppo stretto, quella nube è troppo grigia. C’è una perfezione nella natura dall’equilibrio straordinario, quella a cui, credo, attori, scultori, letterati, cantanti, direttori d’orchestra cercano di assurgere».

È come se lei cercasse l’equilibrio perfetto.
«C ’è una frase incisa sul sarcofago di Raffaello che dice: qui giace colui che fece arrossire la natura perché la superò nella sua bellezza con la sua arte pittorica. È una cosa enorme superare la natura. Io cerco di portare in scena dei sentimenti di vita vissuta e apprendo da tutti coloro che mi circondano. Il prossimo non è un alieno».

Nella fiction di Rai1 La strada di casa lei è Fausto Marra, un uomo che va in coma per cinque anni e poi si risveglia.
«Il fattore che più mi ha incuriosito di questo lavoro televisivo è che il pubblico, con gli occhi di Fausto, potesse riavvolgere il nastro della memoria del personaggio, creando lentamente un suo puzzle. Ci ho pensato anch’io tante volte. Tanto che, se dovesse succedere a me una cosa del genere, al risveglio mi vedrei davanti a un camino con tre figli accanto».
Un’ipotesi di futuro, eppure lei dice: meglio vivere il presente.
«L’oggi inteso come la battaglia quotidiana che devi combattere. Non devi aver paura di questa signora Italia che magari zoppica, è in una casa di cura, ha degli acciacchi. È una fiaccola la nostra Italia e io cerco di alimentarla, di sostenerla, di farla vivere. Il presente è vivere al di là del fatto che possa essere pesante, storicamente inetto, burocraticamente insostenibile. Vivere cercando la positività».

Positività, un termine che sembra fuori moda.
«Magari c’è poca onestà, non si sottolineano le regole. Si ha poco rispetto delle eguaglianze tra gli esseri umani. Un brutto modo di procedere questo, però si può fare altro, se ci si crede davvero».

Nel lavoro, quando si è sentito più realizzato?
«Al cinema senz’altro ne La meglio gioventù. Ha vinto Cannes, una marea di premi, mi ha cambiato il modo di vedere la vita professionale. Un’opera di impatto che molti critici hanno paragonato a C’era una volta in America di Sergio Leone. Ma il personaggio che mi ha dato più filo da torcere è stato Walter Chiari».

Un grande successo, con lo share tra il 21 e il 23 per cento.
«Avevano tutti i fucili puntati per poterti massacrare. E invece ne è nata una rievocazione corretta. Ho studiato come un pazzo. Ho parlato con chi l’aveva conosciuto, gli amici, i figli, l’ex moglie. Ero talmente dentro il personaggio che dal punto di vista artistico ho toccato qualche corda e ne è uscita un’interpretazione fuori dal comune».

Il complimento più bello.
«Me lo ha riservato Simone Annichiarico, il figlio di Walter. Arriva ’sta telefonata alla fine della seconda puntata molto drammatica, girata con Lorenzo Monteleone, dove Chiari muore. Simone è commosso, telegrafico, mi dice: “Ma vaffanculo, Alessio. Ho pianto due volte nella mia vita: quando è morto mio padre e adesso… ciao”».
Ha detto: se non avessi fatto l’attore avrei fatto lo psicologo.
«Mi interessa sapere di più quello che pensa la gente di quanto la pensi io. Il pensiero dell’altro è una ricchezza. Se potessi mi piacerebbe fare un’intervista a lei. Parlando di me non aggiungo nulla di quanto già io non sappia di me, non mi arricchisco. Aggiungo qualcosa nel momento in cui chiudo la telefonata e mi metto a leggere un libro di filosofia, un romanzo».

Lei ama gli sport estremi, ma anche il tiro con l’arco, il biliardo, le bocce.
«Sono appena tornato dalla Tunisia dove ho fatto un lungo viaggio in moto, una cosa meravigliosa. La moto è un cavallo che cavalco da quando ho quindici anni. Non avevo nemmeno 14 anni e già guidavo il Garelli di mia madre. Mi piace il mare, nuotare, tutto ciò che mi dà adrenalina. Circuiti come il Mugello, Misano dove, quando tocchi i 260 all’ora con la motocicletta, il cuore va a 150 battiti al minuto. Con Giacomo Agostini, grande bergamasco, ultimamente abbiamo visto il Gran Premio Moto GP a Misano. Poi yoga, training autogeno, respiro interiore, frecce, bocce, biliardo perché ha un respiro interno che è importante per il mio mestiere. Niente convulsione, eccitazione, c’è bisogno di massima concentrazione quando ti cali in un personaggio. Amo le bocce, tra l’altro mio padre e mia madre ne sono grandi giocatori. Dall’anno prossimo, organizzo il Torneo Boni di bocce nei circoli di Sarnico. Sono già tutti in agitazione i giovanotti di ottant’anni che praticano questo sport».
E la moto?
«Un mix di adrenalina e libertà. Puoi andare in certi posti dove arrivi solo a piedi o con gli asini. Nel deserto, nelle dune, ci vanno solo i cammelli, i tuareg e le moto. Credo sia un privilegio imbattersi nell’immagine di una carovana di cammelli, capitanata da un tuareg che si perde nell’immensità del deserto. Ho girato la Patagonia, sono andato a San Pietroburgo, vorrei seguire la strada dell’Orient Express. Adesso vado a Cuba e me la giro in camper. Voglio respirare l’aria di quell’isola magnifica, utopica, un esempio per tutto il mondo. Quel senso che ha Cuba di totale libertà e sorriso non c’è da nessuna parte».

L’incontro che le ha cambiato la vita?
«Sono tre: il mio maestro Orazio Costa Giovangigli, un grande luminare, pedagogo del teatro. Giorgio Strehler, un genio che ho incontrato a 28 anni e mi ha fatto capire l’importanza dell’energia che ti può arrivare dal pubblico. Il maestro Marco Tullio Giordana per La meglio gioventù. Da lì è partito tutto. Incontrare persone di valore è meglio che avere successo».

Il mondo che ci sta attorno che effetto le fa?
Siamo noi e non dobbiamo ghettizzarlo perché ne facciamo parte. E non bisogna andare appresso alle mode, ai modi di dire. Mi ricordo sempre questo gesto di mia nonna Maddalena. Ero in montagna con lei, c’era un bivacco, era sporco, scartoffie e rifiuti dappertutto. Scartai una caramella e buttai la carta per terra. Mi arrivò uno schiaffo che sento ancora oggi: tu devi fare il tuo e vedrai che la società cambierà…».

Insomma, Alessio lei è un grande sognatore, come De André che diceva: non bisogna impedire all’uomo di sognare.
«Se non puoi sognare, scappa dove puoi farlo. La persona più povera al mondo è colui che non possiede un sogno. Il sogno ti consente anche in un quotidiano pesante, di mettere un po’ di panacea, di zucchero alla tua esistenza, ti può far volare ovunque. Ci sono tantissimi letterati e autori che ci hanno portato a sognare. Perché una volta che riesci a conquistare il sogno dei popoli, hai conquistato il mondo intero. Intendo il sogno magico, quello vero, quello onirico della mitologia, del cavallo alato, quello per cui vorresti essere un pesce. Questo sogno infantile ci salverà».
http://www.bergamopost.it/chi-e/alessio ... er-chiari/
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Beitragvon gaby » 12. Jan 2018 22:32

Il grande salto

Il salto professionale arriva con Giorgio Strehler: «Mi scelse nel ruolo del giovane Cleante nell’ “Avaro” di Molière accanto a Paolo Villaggio. Non era solo un grande regista, ma un maestro istrionico, capace di rotolare sul palcoscenico per spiegarti come dovevi affrontare una determinata scena». E il terzo incontro fondamentale arriva nel cinema: «Con Marco Tullio Giordana ne “La meglio gioventù” mi vengono aperti canali incredibili: dovevo imparare a recitare in maniera diversa, perché nel cinema devi lavorare a sottrarre nella mimica, tutto il contrario del teatro». Il personaggio che piacerebbe a Boni interpretare? «Un transgender». Perché? «È una persona nata in un corpo che fa di tutto per cambiare profondamente, un corpo che non accetta e quindi per anni si sottopone a interventi: è una condizione distantissima da me, per questo mi attira». La vita privata? «Sono fidanzato da due anni con una giornalista, Nina, come la Caravella di Colombo. Lei vive a Milano, io a Roma, la distanza non è un problema, se il sentimento c’è. Però ci incontriamo a metà strada in un casale che ho in Toscana, in Val di Chiana, dove respiriamo in sintonia con la natura».
http://www.corriere.it/moda/news/17_dic ... d8d8.shtml
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Beitragvon mingi17 » 8. Mär 2018 09:44

http://www.sipario.it/attualita/dal-mon ... icola.html

INTERVISTA a ALESSIO BONI - di Pierluigi Pietricola

Mercoledì, 07 Marzo 2018 Scritto da Pierluigi Pietricola dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font Stampa Email

Alessio Boni Alessio Boni

È un periodo particolarmente impegnativo per Alessio Boni. In questi giorni si divide tra quattro set: due film (Tutte le mie notti di Manfredi Lucibello e Non sono un assassino di Andrea Zaccariello) e due serie televisive (La compagnia del cigno di Ivan Cotroneo e Il nome della rosa di Giacomo Battiato). A estate inoltrata, poi, vestirà di nuovo i panni di Fausto Morra, protagonista de La strada di casa, fortunata fiction firmata Riccardo Donna. Lo incontriamo nel mezzo di questo turbinio in un elegante ristorante del centro di Roma. Davanti a un piatto di pasta, tra un ricordo dei suoi anni di formazione all'Accademia d'Arte Drammatica Silvio d'Amico e il racconto di un episodio divertente accaduto sul set de La meglio gioventù che l'ha lanciato, l'attore 51enne confessa a noi, prima di tutti, quale sarà la sua prossima sfida teatrale: il Don Chisciotte.

Il capolavoro di Miguel De Cervantes: bellissimo!
Bellissimo ma complicatissimo.

A che punto sei del lavoro?
Abbiamo isolato le parti della storia che rappresenteremo. Di più non posso anticipare.

Abbiamo?
Sì, io e il mio gruppo cureremo drammaturgia e regia, come abbiamo già fatto due anni fa per la trasposizione teatrale de I Duellanti di Joseph Conrad. Accanto a me: Roberto Aldorasi, Marcello Prayer e il drammaturgo Francesco Niccolini. A produrci è il Nuovo Teatro di Marco Balsamo.

A quando il debutto?
Gennaio 2019.

Cominciate già ora?
Per forza: parliamo di 1400 pagine del 1600 da raccontare in due ore su assi che rimbalzano tutto ciò che sa di falso, retorico o anacronistico.

Vale a dire?
Anche una frase scritta magnificamente da un grande autore, recitata sul palcoscenico può risultare stonata. La ricerca dell'armonia tra testo e contesto storico attuale - con il suo linguaggio, la sua soglia di attenzione, i suoi ritmi, il suo immaginario - è la difficoltà principale di ogni progetto teatrale.

Per esempio?
Prendiamo una scena conosciutissima: il momento di Miseria e nobiltà in cui Totò si infila la pastasciutta in tasca. O riesci a creare l'atmosfera giusta e a far fare al pubblico un balzo nell'Italia del dopoguerra; oppure, nel 2018, quell'ironia non verrebbe capita.

Perché?
Perché non si sa cos'è la fame. Oggi in Italia al massimo abbiamo appetito. Ma, tranne casi estremi, fame proprio no.

A livello attoriale, quante differenze tra teatro, cinema e televisione?
Te la faccio semplice: per cinema e tv sei davanti a un mezzo meccanico, la macchina da presa. A teatro, hai davanti l'elemento umano. Tu condividi tutto con gli spettatori. Incameri la loro energia, la fai tua e la ritrasmetti. È una sorta di terapia di gruppo e un buon metodo per analizzare il presente che viviamo.

Tu che cosa hai capito del momento storico attuale?
Che la parola d'ordine è ritmo. L'oggi è rapido, istantaneo, immediato. Quasi effimero. Mettere in scena uno spettacolo che dura più di due ore è un rischio, perché la soglia di attenzione si è abbassata parecchio.

E i lunghi spettacoli di Luca Ronconi, di Peter Stein, di Eimuntas Nekrošius?
Eccezioni che confermano la regola. Ma, ti assicuro, rarissime.

Tu come fai, ogni volta, a calarti nel personaggio che interpreti?
Le battute scritte sul copione non mi bastano. Ho bisogno di entrare in quel mondo, di viverci e comprenderlo. Per farlo, mi documento il più possibile. Per "diventare" il principe Bolkonskij di Guerra e pace, ho letto praticamente tutto Tolstoj e un'infinità di saggi critici su di lui. Stessa cosa per Caravaggio o Puccini. Adesso, per Don Chisciotte sto leggendo Cervantes, anche in spagnolo. Però, al di là dello studio, c'è un'altra cosa essenziale.

Sarebbe?
L'umiltà.

Spiega.
Chi sono io al confronto di Amleto, Otello, Don Chisciotte? Posso tentare di avvicinarmi il più possibile alla loro grandezza, ma rimarrò sempre un passo indietro. Ecco perché si dice che il mestiere dell'attore nasce da un fallimento: falliamo nel paragonarci a personaggi grandiosi ideati da menti geniali.

Un privilegio, invece, della tua professione?
Fare ciò che dici. E dire ciò che pensi. Senza riserve.

Questo non dovrebbe essere prerogativa esclusiva degli attori!
Concordo. Ma trovami qualcuno, oggi, che fa ciò che dice e dice ciò che pensa.

Effettivamente non è facile.
In questi mesi di campagna elettorale, poi, siamo circondati dal rumore: tutti parlano, promettono e, per noi cittadini, è persino difficile ricordare chi ha detto cosa. I discorsi di Berlinguer, invece, li ricordiamo ancora perché lui aderiva al suo ideale con mente e cuore. Ecco, diciamo che il privilegio del teatro è quello di restituirci questa dimensione perduta del linguaggio.

Il personaggio più difficile che hai interpretato?
Walter Chiari. Mi sfuggiva come un'anguilla. Era amabile e odioso, egoista e altruista, energico e debole. Ogni volta che rientravo a casa dopo una giornata di riprese, dicevo fra me e me: "Quanto mai ho firmato questo contratto!". Avevo il terrore di non afferrarlo mai.

Un personaggio che si è rivelato più complesso del previsto?
Qualche anno fa ho girato Tutti pazzi per amore 2, una serie scritta da Ivan Cotroneo e diretta da Riccardo Milani. Io ero Adriano, un ornitologo un po' nerd. Pensavo che sarebbe stato relativamente semplice, ma mi sono subito ricreduto: il tempo comico non ammette errori. È una misura matematica precisa al millimetro, non puoi sforare.

Hai preferenze tra commedia e dramma?
In generale il dramma mi appartiene di più. Per quanto riguarda la commedia, mi piace molto quella di situazione più che di battuta. Esempio: Quattro matrimoni e un funerale per me è geniale. Peccato che, in Italia, film del genere siano merce rarissima.

Perché non provi tu a fare una commedia di situazione?
Ci vuole un talento specifico per scrivere una sceneggiatura di questo tipo. E, devo ammettere, non credo di averlo.

Tentar non nuoce.
Dovrei fermarmi almeno un anno. Adesso non è il momento.

Per che cosa, invece, accetteresti di fermarti?
Per il mio primo film da regista. Non sarebbe una commedia, ma un dramma, con sfumature di noir.

Faresti anche il protagonista?
Possibilmente no.

Stai pensando a un cambio di carriera?
Non a un cambio, magari a una diversificazione. Recitare mi piace troppo, è parte della mia passione. Non so se potrei farne a meno. Ogni volta che studio per un personaggio è come se mi preparassi per un esame universitario.

Come "professori", agli esordi, hai avuto due grandi: Giorgio Strehler e Luca Ronconi. Che ricordo hai?
Strehler ti ascoltava: quando carpiva anche una minima frase che suonava giusta, ti fermava. Te la faceva riconoscere. Saliva sul palco con te e, a un metro di distanza, si costruiva insieme il personaggio. Tornavo a casa esaltato e camminavo dieci centimetri sopra terra: non vedevo l'ora di ributtarmi nello studio. Ronconi era l'opposto. Tu provavi e non ti interrompeva. Una volta finito, dava la sua sentenza, tipo: "La partenza mi pare inadeguata. La fisicità è inetta. L'intenzione completamente assente. La psicologia inesistente". Tornavo a casa e volevo suicidarmi.

Avevi paura di lui?
Paura no, perché comunque Ronconi è un grande, e dei grandi non bisogna mai aver paura: con loro si cresce.

Vale anche per i colleghi attori? Nello spettacolo di Strehler, se non sbaglio, affiancavi Paolo Villaggio. Non eri in soggezione?
Al contrario. Ho un bellissimo ricordo di Paolo. Facevamo L'Avaro di Molière. Io ero Cleante. Lui, un perfetto Arpagone: aveva quell'equilibrio tra parsimonia e ironia nei confronti del denaro tipico dei genovesi. E poi si dedicava anima e corpo al progetto. Ma soprattutto, in teatro era umile: "Non ce la farò mai", diceva. E invece fu un grande successo.

Strehler come si comportava con lui?
Lo trattava come tutti gli altri. E Paolo ne aveva soggezione.

La tua carriera è esplosa con quello spettacolo?
In realtà, immediatamente dopo, ha subito una battuta d'arresto. Ho trascorso mesi e mesi in cui nessuno mi chiamava. Non è stato un bel periodo. Poi Carlo Lizzani mi ha voluto per La donna del treno, un giallo in due puntate per la Rai. Ho fatto quattro provini e ha combattuto per avermi. Non lo dimenticherò mai. Da lì, è partito tutto.

Era il 1998. 20 anni dopo, come definiresti l'uomo che sei diventato?
Uno che vuole sempre imparare. Da tutti. Senza mai dare niente per scontato.

Pierluigi Pietricola
Ultima modifica il Mercoledì, 07 Marzo 2018 08:40
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Primo_piano Alessio Boni
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 21. Mär 2018 09:23

Nei thriller Alessio Boni si rivela sempre straordinario interprete, da appassionato lettore di libri gialli. E il successo riscosso di recente al cinema con “La ragazza nella nebbia”, tratto dal romanzo di Donato Carrisi, al fianco di Toni Servillo e Jean Reno, conferma il suo spessore di attore che entra nel personaggio e ammalia il pubblico. Nel film è stato il professore che, trasferitosi ad Avechot con moglie e figlia, finisce nella lista dei sospettati. In televisione invece è stato Fausto Morra, protagonista dell’intrigante fiction “La strada di casa”, che potrebbe tornare con una seconda serie su Rai 1 per il riscontro avuto di critica e di ascolti. Sul grande e piccolo schermo comtemporaneamente a fine 2017, sempre al cinema è arrivato in coincidenza anche “Agadah”, pellicola storica ambientata nel Regno di Napoli.
Adesso Boni è sul set per altri thriller, “Non sono un assassino” e “Tutte le mie notti”. Un momento esaltante per l’attore di Sarnico, un paese in provincia di Bergamo, formatosi all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico: “Si è verificata questa favorevole congiuntura che mi riempie di gioia perché rappresenta un riconoscimento al mio lavoro. Vivo il momento con grande serenità e soddisfazione, mi piace il rapporto con la gente, e ora mi appresto a portare avanti i progetti del 2018”.

– Quali, se vogliamo citarne alcuni?

“Intanto i film che sto girando. Poi dovrebbe essere l’anno buono per “Respiri” di Alfredo Fiorillo, altro thriller psicologico girato qualche anno fa. Ma ho anche in cantiere ancora fiction tv e il mio progetto teatrale che mi vedrà impegnato pure in regia”.

– E vederti nelle vesti di regista per un lungometraggio?

“Per quello c’è bisogno di tanto tempo che adesso non ho, oggi il mio mestiere di attore lo fagocita. Diversamente dovrei stare fermo almeno nove mesi, ma è un sogno nel cassetto che prima o poi realizzerò”.

– Ti abbiamo percepito molto a tuo agio nei panni di Fausto Morra, nella fiction di Rai1 “La strada di casa”…
“Mi è piaciuta molto l’ambientazione, nel torinese. Quel paesaggio agreste, gli animali, mi hanno fatto fare una full immersion di sei mesi senza che mi pesasse. Quasi non ho mai lasciato quei posti durante le riprese, piuttosto venivano i miei affetti a trovarmi. Io arrivo da un paesino del bergamasco, non dalla città, ho respirato davvero l’aria bucolica della provincia, dove c’era chi curava l’orto o il suo campo da coltivare. Non a caso anch’io ho investito in un casale del 1600 in Toscana, ci ho messo dieci anni per ristrutturarlo, ma ora sono circondato da ulivi, alberi di frutta, piante di tabacco, girasoli. Non ti senti mai giudicato quando ti avvolge la natura”.

– …e se ti coinvolgessero in un set siciliano?

“Mi ci tufferei a capofitto, immediatamente. Mi trasferirei giù per un po’ con un coach al seguito per studiare, sarebbe una sfida bellissima”.

http://www.m-ilmagazine.it/alessio-boni/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 31. Mär 2018 09:42

Alessio Boni: «Lo yoga è il mio antiage» 18/19

OK Salute
15 ore fa


Mi chiamo Alessio, sono un attore e ho 51 anni. Non sono più un ragazzino, ne sono consapevole e soprattutto il mio mestiere, che è la mia passione, me lo ricorda ogni giorno. Perché recitare non significa solo imparare le battute del copione e dare vita al personaggio, ma anche avere una solida e costante preparazione fisica. Insomma, quella prestanza tipica di quando si hanno vent’anni. Ma, come succede per alcuni vini, anche l’attore, col trascorrere degli anni, migliora. Peccato, però, che io non abbia più il fisico atletico degli inizi carriera e, quindi, passare da una scena d’azione all’altra diventa abbastanza impegnativo.

Niente più sport "esplosivi", sì allo yoga

Dopo i 40 anni ho iniziato a percepire che gli sport che praticavo fino a quel momento, dal pugilato al sollevamento pesi, non erano più adatti a me. Erano tipi di allenamento troppo pesanti, esplosivi e che non mi davano più l’energia necessaria per sostenere le ore di attività a teatro. E poi... chi ha più il fisico per tirare a pugni ogni giorno? Io no, ma non lo dico con rammarico, anzi. Perché ho trovato la mia dimensione e la mia arma contro l’invecchiamento nello yoga e in particolare nell’Ashtanga Yoga.

Ero scettico, poi mi sono "innamorato"

Su consiglio di un collega, una decina di anni fa, mi sono iscritto, più per curiosità che per reale convinzione, a una scuola di yoga. Ho iniziato il corso e già dalle prime lezioni ho notato dei grandi benefici: ero più elastico, rilassato e allo stesso tempo energico. Ho frequentato la scuola per un po’ di mesi in modo da imparare i movimenti e poterli ripetere anche da solo. Questo mestiere comporta una vita frenetica ed è quasi impossibile, per esempio durante una tournée teatrale in giro per l’Italia, riuscire ad andare in palestra. Lo yoga si è rivelato il mio allenamento perfetto anche per questo motivo: arrotolo il mio tappetino e lo porto sempre con me, ovunque.

Mi alleno tutti i giorni

Lo srotolo ogni mattina prima di iniziare a lavorare e inizio la mia sessione di esercizi, che dura al massimo 45 minuti. Mi sono appassionato a questo tipo di disciplina indiana perché, a differenza della versione classica, è più dinamico e richiede un impegno fisico maggiore. È caratterizzato dalla combinazione tra il respiro controllato e l’esecuzione in serie di diversi esercizi di postura, chiamati asana. In questa maniera il corpo si rafforza tantissimo e allo stesso tempo è leggero e flessibile.

È un'abitudine che dura da anni

Da quando ho iniziato non ho più smesso, perché anche solo 15 minuti al giorno mi permettono di essere agile, attivo e soprattutto di reggere le lunghe ore di messa in scena a teatro. Per di più questo tipo di attività ha influito notevolmente sul controllo e sulla gestione del respiro, aspetto fondamentale per un attore. Lo yoga è la mia cura antiage che, comunque, si rivelerebbe del tutto inefficace se mangiassi ogni giorno un bombolone alla crema per colazione e una carbonara per cena. Seguo, infatti, un’alimentazione sana ed equilibrata, con tanta frutta e verdura, e presto particolare attenzione alla quantità di alcuni alimenti: 80-100 grammi di pasta e 150-200 di carne o pesce, per fare un esempio. Non di più, per restare in perfetto equilibrio anche a tavola.

L’insegnamento di Mariangela Melato

Non è stato semplice riuscire a incastrare l’attività fisica e un’alimentazione controllata con uno stile di vita sregolato che induce, piuttosto, a cadere in eccessi. Dopo tutto, non ho fatto altro che ispirarmi ai più grandi attori. Come Mariangela Melato, per la quale il benessere fisico era importante tanto quanto il talento nella recitazione. Un volta, prima di andare in scena, ricordo che si mise a fare cento addominali. Poi ho scoperto che era una pratica che eseguiva ogni volta prima di iniziare uno spettacolo. Non a caso quando le chiesero, in un’intervista, le tre caratteristiche che un attore deve possedere, lei rispose: «La salute, la salute, la salute». E come darle torto.

Alessio Boni (testimonianza raccolta da Cinzia Galleri per OK Salute e Benessere)

https://www.msn.com/it-it/salute/health ... li=BBqg6Qc
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 16. Apr 2018 17:19

Alessio Boni, il noir è la mia passione
Torna al thriller in Respiri. Sarà Dolcino in Il nome della Rosa
ANSA) - ROMA, 15 APR -Da Buonanotte, amore ciao di Michele Soavi ad uno dei successi italiani della stagione, La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi, premiato anche con il David, Alessio Boni ha sempre alimentato una relazione profonda con il noir e thriller. Un percorso che si rinnova con Respiri, l'opera prima di Alfredo Fiorillo in anteprima come evento speciale al Festival del Cinema europeo di Lecce, in attesa dell'uscita in sala dal 7 giugno con Europictures e L'Age d'or. Nel film, che ha nel cast anche Eva Grimaldi, Pino Calabrese Lidiya Liberman, Milena Vukotic, Lino Capolicchio e la bravissima piccola co-protagonista Eleonora Trevisani, "sono Francesco, un padre bipolare, lancinato da una tragedia, che spera di ritrovare la serenità tornando nella casa d'infanzia, e invece sbaglia tutto. Era un ruolo delicato, ho fatto molte ricerche, e ho potuto vedere in veri malati a che punto di dramma si possa arrivare con questa patologia" spiega l'attore al telefono con l'ANSA. E' un personaggio di quelli "che amo di più interpretare, complesso, con una febbre interiore, le parti 'da mulino bianco' non mi interessano. Poi mi piace la sfida di lavorare con registi esordienti in cui trovo idee nuove. Alfredo ha un immaginario molto forte e preciso, tra noi c'è stata una grande collaborazione". Il noir tornerà nei prossimi film dell'attore, Non sono un assassino di Andrea Zaccariello, con Riccardo Scamarcio, Edoardo Pesce e Claudia Gerini ("una storia d'amicizia d'infanzia tradita e di lotta alla criminalità") e Tutte le mie notti di Manfredi Lucibello, con Barbora Bobulova, prodotto dai Manetti Bros, "dove ho una piccola parte ma faccio un po' da deus ex machina alla vicenda. Vediamo raccontato quel mondo parallelo fatto di festini pieni di personaggi importanti, cocaina e baby prostitute". Cosa le piace di più dei noir e dei thriller? "la tensione continua, ancora ricordo l'emozione che mi ha dato fino all'ultimo secondo Il silenzio degli innocenti. Il pubblico è reso più partecipe". Dopo i grandi ascolti nel 2017 su Rai1 con 'Di padre in figlia', e poi a inizio stagione con La strada di casa, sempre su Rai1, tornerà anche alla tv con la nuova serie ideata da Ivan Cotroneo, La compagnia del cigno, su un gruppo di giovanissimi musicisti talentuosi che frequentano il Conservatorio Verdi di Milano."Io interpreto un loro professore, un direttore d'orchestra severissimo, un vero bastardo, più cattivo forse anche di quello di Whiplash" sottolinea. Inoltre Boni è nell'adattamento per il piccolo schermo de Il nome della rosa, nel ruolo dell'eretico Fra Dolcino, con un cast internazionale che comprende il protagonista John Turturro e Rupert Everett. "Dovrò tornare sul set per una scena, quella dove mi daranno fuoco - spiega scherzoso -. Ero preso da tanti altri impegni ma quando Giacomo (Battiato, il regista) mi ha offerto il ruolo, ho detto subito sì, è un personaggio meraviglioso, una specie di Robin Hood molto violento, come lo erano quei tempi. Le idee di Dolcino erano visionarie, molto avanti. Voleva una Chiesa spoglia di tutto, pensava che un religioso non dovesse avere una mela in più di quanto gli fosse necessario e che le donne fossero paritetiche all'uomo e potessero diventare non solo preti ma anche Papa". Com'è stata l'esperienza sul set? "Incredibile, mi sono emozionato, tra le ambientazioni, le abbazie, i costumi e la cura infinita in ogni dettagli, ti sembra veramente di tornare indietro nel tempo".
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