"Il Vistiatore" - "Der Besucher"

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Re: "Il Vistiatore" - "Der Besucher"

Beitragvon mingi17 » 7. Nov 2014 09:14

Heute in Ferrara Begegnung mit dem Publikum:
Nell’ambito delle iniziative legate allo spettacolo “Il visitatore” che inaugura la stagione di Prosa al teatro Comunale, oggi venerdì 7 novembre alle 17, Alessandro Haber, Alessio Boni e gli altri attori della compagnia incontreranno il pubblico al Ridotto in un appuntamento coordinato da Massimo Marino, critico teatrale dell’edizione bolognese del Corriere della Sera.
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Re: "Il Vistiatore" - "Der Besucher"

Beitragvon mingi17 » 8. Nov 2014 09:22

8 novembre 2014, 0:03
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Freud e Dio, l’incontro impossibile
Un affiatato duo Haber-Boni ha inaugurato la stagione di Prosa del Comunale

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Haber-Boni - Il visitatore locandinadi Federica Pezzoli

Siamo nella Vienna del 1938, occupata dai nazisti, il padre della psicanalisi sta meditando sulla propria fuga dall’Austria dell’Anschluss e già presagisce la fine a causa del cancro alla gola che ormai non gli dà pace. Una notte un giovane senzatetto, all’apparenza mentalmente disturbato, che sostiene di essere Dio, fa capolino nel suo appartamento: “Parliamo un po’, volete?”. Per un’ora e mezzo i due parlano, dibattono, si scontrano su temi come il Male, il senso della vita, il destino dell’Uomo, l’etica, la scienza. Non c’è da preoccuparsi: non è una lezione di filosofia, i personaggi non parlano da dietro una cattedra.

Freud ha molte domande per questo giovane Dio dall’aria trasandata, alla continua ricerca di prove della sua reale esistenza, proprio lui che per tutta la vita lo ha definito un’invenzione degli uomini. Dal canto suo, Dio è incuriosito da questo “prete dell’incredulità”, dal suo acume e dalla sua esperienza. Le domande di Freud sono le nostre domande e questo Dio ha la spavalderia di certi folli e l’innocenza maliziosa dei bambini e delle loro domande tanto semplici e dirette da mettere in crisi ogni convinzione. Gli argomenti di entrambi sono così convincenti che lo spettatore de “Il Visitatore”, che ha inaugurato la Stagione di Prosa al Teatro Comunale Abbado di Ferrara, passa tutto lo spettacolo a parteggiare ora per l’uno, ora per l’altro. “Perché saresti venuto a trovare proprio me, e non un prete o un rabbino?” “Trovo noioso conversare con gli ammiratori, preferisco altre persone”. Freud non sta al gioco, il suo ateismo è radicale: “Il cielo è vuoto, la Ragione ha cacciato gli spiriti da secoli”. E ancora: “Se Dio esistesse, sarebbe un dio bugiardo, perché promette e non mantiene” e la vita non è altro che “una promessa non mantenuta”. Per tutta risposta Dio si scaglia contro il peccato capitale “del secolo dell’uomo: la superbia”. “L’Uomo, che prima si accontentava di sfidare Dio, adesso ha preso il suo trono”: “l’Uomo rivelato” è signore della natura, della materia, della morale, eppure “mai la storia avrà visto persone più infelici e insoddisfatte. Quando un ragazzo chiederà a uno come te qual è il senso della vita, nessuno sarà in grado di rispondere”. Il dubbio forse si sta insinuando nell’anziano professore: “Se siete Dio dimostratelo, fate un miracolo, almeno fermate quei criminali là fuori”. Il barbone scoppia a ridere: “Il dottor Freud, uno dei più grandi spiriti dell’umanità, mi chiede un miracolo? Credevo che i miracoli fossero cose per anime semplici”. Infine la domanda delle domande: “Perché l’hai fatto il mondo?”. E la risposta delle risposte: “Per amore”. La verità è che “preferite un padre terribile di fronte al quale inginocchiarvi, piuttosto che uno amorevole che si inginocchi di fronte a voi”.

Il duo Boni-Haber è affiatato ed efficace. Alessandro Haber dà sostanza a un Freud avvolto dalle sue inquietudini, lui che ha dedicato la sua vita al pensiero razionale in una notte vede mettere in discussione ogni convinzione, ogni certezza. Alessio Boni è un essere divino esuberante, curioso della vita, mai statico e immobile come la sua natura ultraterrena vorrebbe.
 Alla fine dell’incontro non ci sono vincitori né vinti, anzi il dubbio, il mistero hanno preso il sopravvento su ciascuno dei presenti, come afferma il misterioso visitatore: “Fino a questa sera pensavi che la vita fosse assurda, adesso sai che è misteriosa”. A trionfare ne Il visitatore di Binasco è la magia, l’ambiguità del teatro che grazie al potere persuasivo della parola fa emergere le verità e le fragilità dell’uomo, il bisogno di credere che la bellezza e l’amore possano salvare il mondo.

Il Visitatore sarà sul palco del Teatro Comunale Claudio Abbado fino a domenica 9 novembre, mentre venerdì 7 alle 17 nelle sale del Ridotto il pubblico potrà incontrare tutta la compagnia.
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Beitragvon mingi17 » 9. Nov 2014 09:33

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«Noi due, sul palcoscenico della vita»

I due protagonisti riflettono e scherzano sul significato del loro spettacolo

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08 novembre 2014
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«Noi due, sul palcoscenico della vita»

È ricominciata la stagione di prosa e con essa i suoi incontri. Che bello tornare nel Ridotto del Teatro Abbado di Ferrara e trovarlo gremito. La sala completamente esaurita, con tanto di gente in piede, ieri ha ospitato l'incontro tra Alessio Boni, Alessandro Haber e il pubblico. In scena fino a domani "Il visitatore", spettacolo brillante e a tratti commovente diretto da Valerio Binasco. Al tavolo dei relatori manca però Haber che arriva in ritardo. «Ha deciso di partecipare alla maratona di New York il prossimo anno e quindi ogni giorno - sdrammatizza Boni - deve fare quindici chilometri di corsa», tentativo simpatico per mascherare la sua assenza. Ma quando arriva, il "puntuale ritardatario", svela l'arcano: «Mi ero addormentato - confessa - perché fate gli incontri così presto (erano le 17, ndr)? Stavo facendo il riposino pomeridiano». Niente pericolo, anzi, solo applausi. Dal suo arrivo si è entrati nel vivo della conversazione che si è protratta per oltre un'ora. La prima domanda avanzata dal coordinatore riguarda l'allestimento del palcoscenico e la parola tocca a Boni: «Binasco voleva lasciare tutto nudo e voleva che l'essenza delle anime si incontrasse in scena. Il palco è diviso in due, la parte in ombra rappresenta l'inconscio di Freud» Lo spettacolo porta in scena l'essenza della vita, le grandi domande sulla vita e sul dopo. «Quando si arriva a una certa età si ha forse meno voglia di rischiare e mettersi in gioco, noi attori siamo invece sempre in gioco e siete voi - afferma Haber rivolto ai presenti - a darci la forza di andare avanti». (s.g.)
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Re: "Il Vistiatore" - "Der Besucher"

Beitragvon gaby » 9. Nov 2014 16:17

Dio contro l’Io, quando i Visitatori siamo noi
Ultimi appelli, stasera e domenica pomeriggio, per godere dello spettacolo “Il Visitatore” tratto da un’opera di Éric-Emmanuel Schmitt con protagonisti Alessandro Haber e Alessio Boni. In questi giorni fra gli spettatori del Teatro Comunale l’entusiasmo è stato contagioso.

Le cinque del pomeriggio è un orario difficile da gestire. Lo confessa Haber, che, scusandosi con i presenti per il leggero ritardo, è accolto da un fiume di applausi e da flash di macchine fotografiche con zoom potentissimi. Lo conferma la compagnia, riunita davanti al tavolo del Ridotto per rispondere alle domande di un pubblico in trepidante attesa. Lo comprendono gli spettatori, tanti e incuriositi, che, ieri pomeriggio, si sono precipitati in Teatro Comunale per assistere all’incontro con il cast dello spettacolo “Il Visitatore”, in scena da giovedì e sino ad oggi pomeriggio alle 16.
La pièce, che, lo scorso giovedì, ha inaugurato la Stagione di Prosa 2014-2015 a Ferrara, vede il ritorno sul palco del Teatro Comunale dell’acclamata coppia Haber-Boni, protagonista della commedia Art nel dicembre 2011. Un ritorno in grande stile, a detta di chi ha già “gustato” l’opera messa in scena dal regista Valerio Binasco, il quale ha acceso i riflettori su un testo di Éric-Emmanuel Schmitt che, in Italia, è stato rappresentato solo una volta da Kim Rossi Stuart e Turi Ferro. Un ritorno che, sfidando l’insensibilità odierna, inchioda lo spettatore alla poltrona per affrontare quesiti seri ed esistenziali senza abbandonare la leggerezza di una commedia esilarante e commovente, scritta da Schmitt quando il teatro scomponeva la personalità di grandi uomini del passato al fine di studiarne le debolezze dell’animo.
E, in effetti, protagonista della pièce è nientemeno che il celebre dottor Freud, padre della psicoanalisi e, nello spettacolo, vecchio angosciato dagli inquietanti avvenimenti svoltisi in una sola notte. Quella del 22 aprile 1938. In una Vienna conquistata dai nazisti, infatti, Schmitt narra la disperata esperienza vissuta dallo psicoanalista a seguito dell’arresto della figlia Anna, interpretata da Nicoletta Robello Bracciforti, per aver insultato un caporale della Gestapo – alias Alessandro Tedeschi -. L’irruzione nell’abitazione di Freud del militare tedesco non fa altro che precedere la seconda “visita” con cui il protagonista dovrà confrontarsi, abbandonato in una stanza tagliata a metà e con una parte immersa nel buio. Sarà proprio da questa oscurità, infatti, che comparirà il coprotagonista dell’opera, il “disadattato fuori dalla norma” cui Binasco dà le sembianze di un barbone. Un clochard che, interpretato da Alessio Boni, afferma di essere Dio e dimostra al dottore di conoscere ogni segreto della sua vita, dando inizio a quel dialogo serrato in cui il Bene, il Male e l’Amore si mescolano tra loro per dare origine a domande senza risposta e a tentativi di spiegare il senso della vita.
Un dialogo che, dimostrando la forza delle parole, è stato al centro dell’incontro svoltosi con il pubblico ieri pomeriggio. Coordinata da Massimo Marino, la presentazione ha visto Haber e Boni spiegare i tratti più nascosti dei loro personaggi, che, pur essendo destinati a fallire, “rappresentano ognuno di noi”. “Il Visitatore fa breccia nel cuore di Freud” ha spiegato Alessio Boni, che non ha rinunciato a tracciare le somiglianze tra la trama elaborata da Schmitt e un fool shakespeariano: “La trama mi ha ricordato la storia di Re Lear, il sovrano inglese spodestato che comincia a riflettere sui sentimenti e sul senso della vita aiutato dal Buffone Fool” ha aggiunto l’attore ai microfoni del Ridotto. Nessuna perplessità neanche sulla tenuta da clochard con cui Binasco ha dipinto la figura del Visitatore, la quale, secondo alcuni critici, potrebbe alterare l’ambiguità di un personaggio che afferma di essere Dio ma irrompe sulla scena come un diavolo pazzo e tentatore. “L’essenza c’è tutta. Penso che il regista, aprendo il confronto tra un dandy come Freud e un disadattato fuori dalla norma come il Visitatore abbia saputo evidenziare ancora di più la debolezza del padre della psicanalisi” ha spiegato Boni anticipando l’intervento di Haber.
“Freud crolla e, in realtà, rivolge delle domande a se stesso. E’ la storia di un uomo che, dopo aver dedicato la sua vita agli altri, risolvendone i problemi dell’animo, è costretto a fare i conti con i Punti Interrogativi della nostra esistenza: dove andremo? Perché tutto questo?”. Le parole di Haber rimbombavano nel silenzio del Ridotto e il pubblico sembrava immergersi nelle “domande vertiginose” che, come Binasco ha scritto nella Nota di Regia pubblicata nella brochure de Il Visitatore, la commedia ci pone nell’arco di 100 minuti.
E’ stato Boni a interrompere l’alienante atmosfera creatasi nella sala del Teatro Comunale, rivelando di non aver mai visto Haber “così mistico”. Un commento che, anticipando le domande conclusive, ha mostrato al pubblico la complicità con cui i due attori hanno dato inizio a una tournée lunga e impegnativa. “D’altronde, dobbiamo sempre trovare la forza di andare avanti” ha spiegato la compagnia approfondendo l’avventura “dietro le quinte”. Dall’importanza del testo al talento dell’improvvisazione, Haber e Boni hanno tracciato i caratteri di un’esperienza in cui “gli attori hanno giocato a risultare credibili”, come ha affermato l’affascinante interprete del “Visitatore” elogiando Tedeschi per aver reso il caporale nazista una figura personalissima. “D’altronde, è un gioco in cui tutti giocano” ha aggiunto Haber nella fase conclusiva dell’incontro, ammettendo di sentirsi “più buono e vivace”. Merito del personaggio interpretato? L’attore non approfondisce, limitandosi a elogiare il testo della pièce. Ma la lunga digressione psicologica, dedicata all’analisi di un uomo che, calata la maschera di psicoanalista dalla fama mondiale, lascia intravedere “i dubbi e le sofferenze di una società attanagliata da una crisi e morale” sembrano evidenziare una profonda intesa con il Freud portato in scena, questa sera, alle 21.
Un appuntamento da non perdere, a cui lo stesso Haber ha consigliato di partecipare perché “si uscirà dal teatro soddisfatti”. Ma, soprattutto, un appuntamento con noi stessi e con la forza delle parole, che, riscoperta da Schmitt e portata sul palco da Binasco, troverà nell’eccezionale dialogo messo in scena dal duetto il punto di partenza per un coinvolgimento trascendentale ed emozionale, in cui i massimi sistemi dell’Amore, dell’Odio e della Religione aprono le porte alle Domande un’umanità fragile e priva di vincitori. Un’umanità che, vagando nel buio del palcoscenico, è destinata a convivere con due sole certezze: la risposta “sì” e la bravura di una coppia come Haber e Boni che, ancora una volta, è capace di dirci veramente qualcosa.
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Re: "Il Vistiatore" - "Der Besucher"

Beitragvon mingi17 » 11. Nov 2014 22:24

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Der Look in dieser Spielzeit, zumindest zu Beginn.
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Re: "Il Vistiatore" - "Der Besucher"

Beitragvon mingi17 » 12. Nov 2014 07:36

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DIALOGHI EVENTUALMENTE x Primissimo piano
L’INTERVISTA Alessio Boni: “Il dubbio è l’unica certezza dell’uomo”
L’INTERVISTA <br />Alessio Boni: “Il dubbio è l’unica certezza dell’uomo”

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Federica Pezzoli

Federica Pezzoli
6 novembre 2014

Quella con Alessio Boni è iniziata come conversazione su “Il visitatore”, il testo di Éric-Emmanuel Schmitt che da oggi a domenica, insieme ad Alessandro Haber, porterà al teatro comunale Claudio Abbado di Ferrara con la regia di Valerio Binasco. Il drammaturgo francese immagina che nella Vienna del 1938, mentre il padre della psicanalisi sta preparando la sua fuga dall’Austria dell’Anschluss e già presagisce la fine a causa del cancro alla gola che ormai non gli dà pace, Freud riceva la visita di un misterioso individuo con il quale inizia una sorta di duello verbale sui grandi temi dell’Umanità. È proprio Boni a impersonare questo enigmatico personaggio, che per tutta la durata dello spettacolo insinuerà in Haber-Freud e nel pubblico il dubbio sulla sua vera identità: è quel Dio del quale il grande scienziato ha sempre negato l’esistenza o è un pazzo che si crede Dio?
Presto però la nostra è diventata una chiacchierata sul dubbio, sul mistero, sull’etica e la morale, sulla società e sulla contemporaneità in cui non c’è più spazio per la persona e per le diverse dimensioni che racchiude.

Questo testo affronta grandi temi, si potrebbe dire le grandi domande che l’umanità si pone da sempre, però lo fa con grande semplicità, senza altisonanti discorsi filosofici, persino con un pizzico di humor…
Credo sia proprio la forza de “Il Visitatore” di Schmitt e in fondo del teatro, che dalle sue origini cerca di avvicinare la gente, anche quella non ferrata su un determinato settore, prendendo degli spunti, gli aspetti più importanti dell’argomento che vuole trattare, e portandoli in scena, con drammaticità o ilarità, facendo interagire personaggi. In questo caso attraverso l’escamotage di un dialogo tra Freud, il massimo degli atei, e Dio, ovviamente il massimo della fede, ci si porta a casa un sunto dell’esistenza dell’essere umano, poi spetta allo spettatore approfondire il discorso. Qui si scende il primo gradino, poi sta allo spettatore addentrarsi nel tentativo di capire chi è l’uomo pensante e quello non pensante, dov’è l’etica, cos’è la morale, ognuno ha la sua in questa vita, ma dove sta il limite che non si può trascendere in termini sia di etica sia di morale? Questo è il tema, non è una questione di religione, di credenti e non credenti, si cerca di mostrare entrambi i punti di vista: da qui scaturisce il dialogo interessante, tanto che a volte si parteggia per Freud e a volte per Dio, perché entrambi hanno dalla loro argomenti interessanti. La cosa importante è far pensare l’essere umano, certo in modo ilare, leggero, perché vuole essere un input, uno stimolo alla riflessione.

Paul Ricoeur ha definito Freud uno dei tre ‘maestri del sospetto’, insieme a Marx e a Nietzsche. Qui però viene rappresentato in un momento di crisi personale che il misterioso visitatore non farà che aumentare: è come se il dubbio che ha instillato negli altri ora colpisse le convinzioni sulle quali ha costruito tutta la sua vita. O no?
Il dubbio è fondamentale, è una follia pensare di poter avere solo certezze: si prende un personaggio straordinario, con una grande mente, come Freud e in un momento di fragilità lo si colpisce ai fianchi per causare un cambiamento. Schmitt prende un personaggio tutto d’un pezzo, un nichilista, un agnostico e gli infonde il dubbio, ma non sulla fede, bensì su se stesso, sul suo pensiero e sulle sue convinzioni. In altre parole il dubbio non è più una fragilità, diventa una componente fondamentale dell’essere umano, che impedisce che avvitarsi su se stessi, perché spinge al confronto con l’altro, che può dare una chiave di lettura diversa della vita.

Tutta l’azione si svolge nell’appartamento viennese di Freud e questo costringe il pubblico a concentrare la propria attenzione sul dialogo fra i protagonisti. Sintomo di grande fiducia nel potere della parola?
Siamo nella Vienna del 1938 nello studio del fondatore della psicanalisi, ma potremmo essere nell’ufficio del Presidente del Consiglio ieri mattina, in una delle stanze dei bottoni a Wall Street, addirittura in uno degli uffici dell’Onu, perché quando i due personaggi interagiscono in realtà è l’Uomo che parla, e ultimamente c’è una grande necessità, almeno credo, di ritornare all’Uomo, anche per capire da dove viene questa crisi, che è in realtà è una crisi etica prima ancora che economica.
Padre Turoldo una volta in un’intervista disse “In tanti anni che insegno, in scuole private e non, ho conosciuto tutte le classi sociali, ma quando chiedo ‘Cosa vuoi diventare da grande?’ Tutti i bambini, senza alcuna distinzione, mi rispondono con una professione, non ci sono mai stati una bimba o un bimbo che mi abbiano risposto ‘Voglio diventare un uomo’. Diventare un uomo è una delle cose più difficili e importanti di questa vita, ma quasi nessuno la prende seriamente, invece fin da piccoli si tenta di capire cosa fare per potersi inserire nella società, perché altrimenti si è delle nullità. In realtà l’importante non è la professione, ma la base su cui si fonda il nostro operare come uomini e donne, quello che sta succedendo è che la società sta perdendo la sua umanità. Ricostituiamo il senso vero dell’essere uomo, del porci in una relazione con gli altri, una relazione che può essere anche dialettica, che non è solo condivisione, ma può essere anche scontro: questo è il messaggio di Schmitt sul palcoscenico.

Rimanendo in tema, immagino che l’interazione in scena fra lei e Haber sia molto forte. Come è cambiato con il passare delle date il vostro modo di interagire sul palcoscenico?
Tutte le volte è una sfida e un’esperienza diversa, Haber è un professionista che si dà totalmente, quindi si sente una grande professionalità e un grande confronto in scena. Non ci poniamo delle domande sul fatto di evolverci, di cambiare: dopo la prima, lo spettacolo diventa dell’attore e del pubblico, quindi noi percepiamo, ascoltiamo, sentiamo il pubblico e gli rispondiamo, perciò a volte attraverso pause, accenti e tempi diversi cambia il senso che diamo alle battute. Il lavoro dell’attore quando va in scena è sentire il termometro del pubblico, quindi è inevitabile che l’interazione in scena porta a una continua evoluzione.

In conclusione: perché dovremmo venire a vedere Il visitatore?
Quante volte ultimamente ti sei fermata a pensare a te stessa come donna nei confronti del mondo? La verità è che non si parla e non si riflette più su certe cose, si va avanti con la propria vita quotidiana, pensando solo a portare a casa dei risultati. Non si considera più l’importanza del dialogo come occasione di arricchimento interpersonale, sembra non esserci più la voglia di ascoltarsi l’un l’altro, di percepire se stessi come singoli e come esseri in relazione con gli altri, di darsi, eppure è una cosa fondamentale: bisogna vivere ciò che si fa. Ecco in questo testo, invece, questo anelito c’è, perché c’è la possibilità di fare una sorta di terapia di gruppo con il pubblico: spero con questo testo di ampliare l’orizzonte dei dubbi e restringere quello delle certezze del pubblico, spero che si torni a casa con delle domande e con la voglia di allargare il proprio spirito, leggendo un libro o andando a vedere una mostra. La cosa meravigliosa del teatro è proprio la possibilità di estraniarsi per due ore per parlare e riflettere sull’essere umano, sui sentimenti umani: qui sta la sua sacralità, perché parla dell’uomo e comunica emozioni preziose, che colpiscono e possono rimanere dentro il nostro intimo tutta la vita.

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Beitragvon mingi17 » 13. Nov 2014 09:01

Alessio Boni: “Dopo Ulisse ora interpreto Dio. E sconvolgo Freud”
Domani al via la stagione teatrale diretta da Massimo Bagliani all’Alessandrino ne “Il visitatore” di Eric Emmanuel Schmitt. Coprotagonista Alessandro Haber, la regia è di Valerio Binasco

Alessio Boni e Alessandro Haber

12/11/2014
brunello vescovi
alessandria

Non c’è che dire, interpretare Dio è una bella responsabilità. E tocca ad Alessio Boni nella pièce «Il visitatore» di Eric Emmanuel Schmitt, in scena domani (alle 21, ci sono ancora biglietti) per l’apertura della stagione teatrale diretta da Massimo Bagliani all’Alessandrino. Con Alessandro Haber nella parte del dottor Freud e nel cast anche Francesco Bonomo e Nicoletta Robello Bracciforti, mentre la regia è di Valerio Binasco.



Boni, una scommessa vinta questo spettacolo?



«Si può dirlo. Il testo l’ho letto due anni fa, non era conosciutissimo in Italia. Ma tutti insieme ci abbiamo creduto e fin dalla prima, a Castellammare di Stabia un anno fa, abbiamo sentito il pubblico con noi. Un pubblico che ride, si commuove, piange, si emoziona. E abbiamo capito di aver fatto bingo».



Che cosa succede in questo testo?



«Dio vuole parlare con Freud. O perlomeno può essere Dio o un pazzo, questo resta in sospeso. Ma l’importante è il dialogo che nasce fra lo scienziato e questo sconosciuto che s’introduce nella sua casa. E prova a confutare le sue teorie».



Non è una lezione di filosofia?



«No, perchè i dialoghi sono profondi, ma leggeri. Ci si commuove e si ride. Lo spettatore al rientro a casa potrà sorridere pensando a quel certo passaggio, un altro si sentirà toccato, un altro magari andrà a scartabellare dei tomi. Io stesso, mentre stavo studiando il testo, ho cercato l’aiuto di Andrea, il mio fratello sacerdote. Poi, prima di entrare in scena devi resettare completamente, lasciarti andare».



E Haber, il suo interlocutore, che Freud è?



«Un Freud malato, il regista Binasco ha puntato molto sull’uomo più che sul letterato. L’ha reso fragile, debole, è in un momento di sconforto. Ecco perché si lascia andare a parlare con questo pazzo che altrimenti avrebbe cacciato a calci. Freud era un “rustego”, un agnostico. Ma qui ha ottant’anni, è malato, a Vienna ha i nazisti sotto casa che lo braccano. E in questo momento di paura compare questo signore, all’apparenza un folle».



E lui che fa, lo mette sul lettino?



«Certo, è abituato a parlare con i folli. E lo fa col suo tono, ma qui la situazione si ribalta. Questo lo incalza, sente i canti dei nazisti in lontananza e dice che lui, Dio, ama il bene e il male, perché è la conseguenza dell’aver dato all’uomo la libertà. E a Freud che gli chiede perché mai Dio dovrebbe rendere visita a lui, non certo un amico, risponde: “E da chi avrei dovuto? Da un sacerdote, da un rabbino? Che noia conversare con gli ammiratori».



Poco conosciuto in Italia, ma un bestseller tradotto in 22 lingue.



«In Italia ne hanno fatto solo un allestimento con Turi Ferro e Kim Rossi Stuart, ma tocca il pubblico, sembra quasi una terapia di gruppo. Tutti attenti, che pendono dalle tue labbra. Ho recitato grandi classici, Molière per esempio, ma la gente è più distante. Qui si parla di argomenti che toccano tutti. Il timore della morte, ci sarà una vita dopo? E chi non ci ha mai pensato? Ognuno di noi, più che mai in un momento di crisi come questo, ha bisogno di esser considerato come essere umano, piccolo atomo poetico dentro lo spartito della vita».

Il finale?

«Il dubbio insorge enormemente in Freud, prima solo posseduto dal pragmatismo. E non è che si converta, ma nasce in lui il senso che la vita può essere anche misteriosa e il mistero crea il dubbio. Che è bello, perchè ti fa scavare».

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Beitragvon mingi17 » 14. Nov 2014 23:05

Alessio Boni, misterioso visitatore nei “panni” di Dio
14-11-2014 di Giuseppe Distefano
fonte: Città Nuova

Dopo il grande successo della scorsa stagione teatrale, è ripresa dal Teatro Comunale di Ferrara la tournée de “Il Visitatore” di Eric-Emmanuel Schmitt, con la regia di Valerio Binasco. Riproponiamo una parte dell’intervista all’attore bergamasco, pubblicata sul nostro sito lo scorso anno. Lo spettacolo sarà in scena anche al Quirino di Roma, dal 25 novembre


Alessio Boni Il Visitatore

«È stato un successo impensato - esordisce Alessio Boni -. Nessuno di noi se l’aspettava così grande». Già, perchè proporre un testo così impegnativo per il fatto che pone riflessioni sull'esistenza di Dio, sul bene e sul male, sull'amore, la libertà, la storia, il senso della vita, insomma, sui massimi sistemi, è rischioso, abituati come siamo all'ottundimento televisivo delle menti e dello spirito, all'imperante intrattenimento ridanciano.

Eppure il pubblico esce contento, dopo essere rimasto inchiodato alla poltrona per oltre novanta minuti assistendo al dialogo tra uno strano visitatore – che capiremo essere Dio in persona - e Freud, nella cui casa si è misteriosamente introdotto. Col razionale padre della psicanalisi (interpretato da Alessandro Haber) ingaggia un corpo a corpo verbale, un duello di opinioni, pensieri, concetti, che sollevano dubbi, riflessioni, ripensamenti. Tutto questo si svolge dentro la cornice storica della tragedia del nazismo, nella sera dell’annessione dell’Austria alla Germania. Quella del 22 aprile 1938. Visto l'argomento della pièce e il contesto, si penserebbe ad un tedioso dramma filosofico, ad una disputa cervellotica. E invece siamo dentro una commedia brillante, intelligentemente leggera, a tratti commovente, esilarante, che ci fa sorridere ponendoci quesiti seri, esistenziali, che riguardano tutti.

Cosa si prova a calarsi nei panni nientemeno che di Dio?


«Non sono io che mi sono messo nei suoi panni. Sarebbe impossibile. È Lui che si è scelto un corpo, che potrebbe essere il mio: cioè di un attore che nascerà anni dopo Freud (lo dice Schmitt nel testo). Il compito mio è stato trovare la spiritualità, il mistero, la gioiosità, l’ironia, la rabbia, che può avere un’entità che entra nel corpo di uno che esisterà anni dopo. La cosa più difficile è stata cercare di eclissarsi dallo standard canonico di dover imparare la memoria, le pause, sezionare le battute del testo. E sentirsi inadeguati».

Valerio Binasco, il regista, ha operato dei tagli al testo. So che lo avete fatto insieme. Con quale criterio avete lavorato in questo senso?

«Col criterio di focalizzarsi sulla crisi di Freud, quella di uno che può essere l’uomo di oggi, cioè io, tu, chiunque. Freud è rappresentato all’età di 82 anni, quindi con una saggezza umana e una forma compiuta. Sa che presto morirà di tumore, e quindi diventa anche più puerile, più fanciullo. Si lascia anche trascinare dal dialogo con Dio, pensando di trovarsi davanti ad un pazzo, abituato com’è ad avere a che fare con i matti».

Nel lavoro col regista ci sono stati dei momenti di difficoltà?


«Sì, e anche di crisi. Soprattutto di sprone da parte di Binasco. Non è come altri personaggi definiti che ho fatto, tipo Ulisse o Caravaggio. Per un simile ruolo è stato inevitabile porsi delle domande su come andare in scena. Come si vuol rappresentare? Il solo pensare di identificarsi con Dio sarebbe una follia. E neanche con Cristo, in quanto uomo. Ho cercato di fare spazio dentro di me; non per essere vuoto, ma perché tutto possa accadere nel momento che lo fai. Il tentativo è di dare spazio all’essenzialità dell’evento, a quello che dici con Freud, come a quello che diresti con chiunque ti sta di fronte. È un interagire continuo e innovativo secondo lo stato d’animo. È difficile da spiegarti. Perché è imprendibile. Questa è una commedia che vuole portare la gente a mettersi in discussione giocando in scena, anche con ironia, ma che porta a una riflessione sull’ateismo e la fede. O comunque sulla crisi dell’uomo».

Qual è, secondo te, il punto centrale del testo?


«È l’uomo nel suo dubbio, nel suo “non sapere”, nel sentire che c’è un mistero. Freud incanala tutto nella scienza, e allora Dio gli va addosso, nel senso che lo provoca, anche divertendosi, perché forse si annoia. Freud gli domanda perché non sia andato a visitare un prete piuttosto che lui. E Dio gli risponde che la gente è talmente abituata a parlare in suo nome che sentirebbe di dare fastidio. “Trovo molto noiosa la conversazione con gli ammiratori”, dice. “Invece è meglio stare con uno che mi contrasta”. Lo diceva anche, a suo modo, Alda Merini: “Ringrazio i miei nemici perché sono i più attenti a ciò che scrivo”. Ed è vero».

Freud è un ateo convinto, e ha scritto dei tomi su questo. Nello spettacolo lo afferma anche che non c’è bisogno di Dio. Gli atomi e la fisica bastano…


«Per lui Dio è un’invenzione geniale degli uomini, è soltanto un’allucinazione consolatoria. Questo lo scrive Schmitt prendendo da dati storici. E gli crea il dubbio. Poi si lascia andare, entra nel gioco e ci sta bene, però ha paura di credere. Personalmente ho colto spesso più spiritualità in un ateo che non in un credente. Credo che ci sia più spiritualità, per esempio, in un quadro di Caravaggio che in altri quadri pietistici. Eppure Caravaggio era un libertino. Però amava. Qual è allora l’amore assoluto? È difficile definirlo perché l’uomo è troppo sfaccettato. Ognuno in questo testo prenderà del suo. Il teatro te lo permette. Ed è fantastico, perché il testo non dà risposte. Non vuole, infatti, insegnare niente a nessuno, né convertire. Ma lascia una traccia, succede qualcosa nello spettatore».

La materia trattata è quasi tutta filosofica. Il testo, però, nelle intenzioni dell’autore, non è un trattato ma una commedia…


«Sì, però si può spostare facilmente la chiave di lettura in una direzione o in un’altra. Si può calcare la mano, per esempio, sul fatto che Dio odi il Terzo Reich di cui si sente la presenza fuori dalla finestra. Binasco invece ha puntato sul fatto che Dio lascia gli uomini liberi: liberi di fare il bene come anche il male, altrimenti che libertà sarebbe? Dio ama il capitano del Terzo Reich tanto quanto il prete. Ama me, te, perché siamo tutti suoi figli. Anche se si sbaglia. Cerca di indirizzare questa libertà in un’etica, di fare capire il mistero della vita».

Tutti i temi che emergono sono trattati, però, con leggerezza, con ironia…


«Ti ho detto da dove siamo partiti, ma quello che si vede in scena è molto più profondo, ed è reso tutto in maniera musicale, leggera. È uno spartito lieve, ma con l’orrore che lo circonda per il contesto drammatico in cui si svolge, con la disperazione di Freud che deve arrivare allo spettatore. Ci sono delle cose che lui dice in cui mi viene da parteggiare per Freud, e altre in cui parteggio per Dio».

C’è una forte dialettica fra i due, che fa parte dell’uomo: un confronto e una ricerca in cui è contemplato il dubbio…


«Esatto. Ed è la cosa che più mi è piaciuta nel testo. Anche perché non esprime nessun giudizio che possa ghettizzare né gli atei, o chi crede».

Il testo suscita varie riflessioni: sulla fede, sull’amore, sul bene e il male. Cosa ha suscitato in te come persona?


«Ha alimentato ancora di più il dubbio in generale. Ha toccato a trecentosessanta gradi qualcosa di me. Entrare nel testo con grande umiltà e disponibilità non è stato facile. Ho impiegato del tempo, facendo anche degli esercizi fisici pazzeschi a terra creati da Valerio, perché non riuscivo a sbloccarmi, abituati come siamo, involontariamente, a chiuderci. Stiamo sempre in difesa. Soprattutto adesso, con la crisi che respiriamo. Che non è una crisi economica, come vogliono farci credere, ma una crisi etica, nata anni fa, e che adesso è diventata la punta di un iceberg. Il problema è che tutti pensiamo al nostro orticello personale. La vita, invece, è l’arte dell’incontro, del dare. Qual è la funzione del teatro? Qual è il suo senso vero, alto, profondo? Il teatro è deriso dai nostri ministri della cultura perché nel capitalismo in cui viviamo non cambierà mai le sorti della storia e dell’economia, perché non è tangibile. Però è sacro. È sacro perché può cambiare il pubblico. E basterebbe che ne cambi anche uno solo, e facendo riflettere. Allora, tornando a Il Visitatore, di questo spettacolo vorrei che rimanesse al pubblico il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, e che uscisse con una grande riflessione. E il sorriso dentro».

Prossime date: a Bologna, fino al 16/11; al Quirino di Roma, dal 25/11 al 7/12; quindi La Spezia, Brugheiro, Pavia, Casale Monferrato, Cesena, e da gennaio riprende da Ascoli Piceno per proseguire fino al 15 marzo.
http://www.cittanuova.it/c/442607/Aless ... i_Dio.html
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Beitragvon mingi17 » 16. Nov 2014 13:56

https://www.youtube.com/watch?v=N70upUyZ648

Ein kleiner Film aus Bologna, vom "Incontro"
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Beitragvon mingi17 » 17. Nov 2014 08:58

Prosa
Il Visitatore. La coppia Haber-Boni incanta e commuove il pubblico bolognese
Andato in scena dal 14 al 16 novembre al Teatro Duse di Bologna

fotoAl Teatro Duse di Bologna prosegue una stagione teatrale di indiscusso valore con proposte che, oltre a nomi prestigiosi della scena contemporanea, offrono al pubblico spettacoli molto interessanti, in linea con la grande tradizione dell’arte.

Proprio in questo contesto, venerdì 14 novembre nel delizioso e accogliente teatro di via Cartoleria, in cui si respira il profumo e l’atmosfera dei palcoscenici storici, ha debuttato “Il Visitatore”, una pièce di Éric-Emmanuel Schmitt con una straordinaria coppia di attori composta da Alessandro Haber e Alessio Boni. Si tratta di un lavoro già tradotto in 15 lingue e che ha calcato le tavole dei teatri di oltre 25 paesi nel mondo, dove è stato sempre apprezzato per la delicatezza, il sarcasmo e la capacità di suscitare commozione e riflessioni filosofiche.

Il racconto è ambientato nell’aprile 1938, nell’Austria appena annessa alla Germania del Terzo Reich. Nelle strade di Vienna, il silenzio cupo e triste è gelidamente interrotto solo dal calpestio degli stivali indossati dalle milizie della Gestapo le quali seminano il terrore e vanno a caccia di ebrei da perseguitare. I loro canti appaiono “quasi” belli se non fosse che provengono da gelidi assassini.

Nell’elegante studio di Sigmund Freud (Alessandro Haber), ormai vecchio ed ammalato, gli ufficiali nazisti spesso irrompono con il pretesto di ricercare documenti contrari al regime; mettono tutto a soqquadro e minacciano la deportazione per intascare delle laute mance. Proprio in una di queste scorribande, un corrotto ufficiale della Gestapo arresta Anna, la figlia dello psicanalista, lasciandolo nello sconforto e nella preoccupazione.

Ma d’improvviso, un misterioso Visitatore (Alessio Boni) compare in casa, suscitando prima irritazione e poi curiosità. Forse si tratta di un folle o di un senzatetto ma Freud ne è subito incuriosito perché si tratta anche di un abile oratore, capace di accendere discussioni sul senso della vita, della religione e della giustizia. Dice anche di essere Dio ma Freud non ha ma creduto in Dio, pur essendo un ebreo. Da sempre, il padrone di casa ha fatto della sua capacità di osservare empiricamente le cose, la sua ragione di vita ed il centro del suo lavoro.

Non accetta l’idea di un Essere Onnipotente che consente il dilagare della violenza, delle guerre e delle sofferenze umane. Perché non evita tutto questo?, chiede Freud. E’ ciò che almeno una volta nella vita ci siamo chiesti tutti.

La conversazione prosegue tra i due protagonisti, altalenandosi tra incomprensioni, confessioni, accuse ma anche gesti di tenerezza e consolazione. Parlano di religione, senso della vita e storia a volte in maniera impegnata e a volte deviando verso la commedia dolce-amara.

Il Visitatore potrebbe essere Dio oppure no; potrebbe essere un personaggio reale oppure una creazione della mente per trovare la spiegazione ad alcuni interrogativi che accompagnano, da sempre, l’essere umano. Poco importa chi sia e se sia reale. Quando razionalmente non abbiamo la capacità di affrontare certe cose, può capitare che la mente si crei una dimensione fantastica pur di arrivare allo stesso risultato.

Nell’opera di Schmitt si privilegia la forza delle parole e la potenza del dialogo come strumento di interazione efficace per gli uomini che desiderano cambiare il mondo. Haber e Boni, con la loro bravura e la presenza scenica, riescono a comunicare brillantemente una serie di concetti che, altrimenti, sarebbero sembrati noiosi e pretenziosi. Quasi sempre sono gli unici ad occupare il palcoscenico ma sembra che lo spazio sia animato da mille personaggi grazie all’efficace gestualità, all’intonazione delle parole, al “soffio” di piccoli (grandi) gesti che li trasformano in tanti uomini con i loro dubbi e le loro domande esistenziali.

Freud, che immaginiamo scuro di sé e capace di sciogliere i dubbi dell’animo umano, appare vecchio, malato, vulnerabile e trasmette la tenerezza di un vecchietto qualsiasi che ha bisogno di un abbraccio, seppur di una persona estranea.

Il Visitatore va in scena fino a domenica 16 novembre e appare un ottimo modo di trascorrere una serata o un pomeriggio autunnale.

——



IL VISITATORE

Protagonisti: Alessandro Haber, Alessio Boni, Nicoletta Robello Bracciforti e Alessandro Tedeschi

Dove: Bologna, Teatro Duse, via Cartoleria n. 42

Quando: venerdì 14 novembre 2014 (ore 21.00), sabato 15 novembre 2014 (ore 21.00) e domenica 16 novembre 2014 (ore 16.00)

Testo: Eric-Emmanuel Schmitt

Regia: Valerio Binasco

Musiche: Arturo Annechino

Scene: Carlo De Martino

Costumi: Sandra Cardini

Produzione: Golden Art

Durata: 1 ora e 40 minuti senza intervallo

Info e biglietti: 051.231836

Web: www.teatrodusebologna.it
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