Interviews mit Alessio/Interviste

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 3. Aug 2018 08:51

Alessio Boni tra serie tv e teatro. La video intervista

Alle Giornate del cinema Lucano è stato uno degli attori più attesi e acclamati. Premiato al Festival di Maratea, ha condiviso con il pubblico la gioia per avere ottenuto il prestigioso riconoscimento

02 Agosto 2018 | 11:41 di Antonella Silvestri

Alle Giornate del cinema Lucano è stato uno degli attori più attesi e acclamati. Alessio Boni, durante la seconda serata-evento della manifestazione, ha ripercorso la sua carriera dagli esordi fino al grande salto nel cinema e nella serialità televisiva. Tantissimi i fan e i curiosi giunti anche dalle vicine località di mare per salutare il loro idolo e chiedergli selfie e autografi.

L'attore è apparso visibilmente emozionato durante la consegna del premio da parte di Claudio Guerrini e Carolina Rey che hanno letto la motivazione: «Interprete raffinato, poliedrico e straordinariamente intenso. Dal teatro al grande schermo, passando per la Tv, ha sempre dato prova di un talento fuori dal comune. Ha vestito i panni di personaggi complessi, multiformi e tormentati e ogni volta il risultato è stato quello di un’eccezionale prova d’attore. Per le preziose doti attoriali e la straordinaria cura impiegata in ogni esperienza professionale che l’ha visto protagonista ...».

Tre i film a cui Boni sta lavorando: «Non sono un assassino» di Andrea Zaccariello, «Sabbia» di Tomaso Mannoni e «Tutte le mie notti» di Manfredi Lucibello. L'attore ha, invece, annunciato a Sorrisi i prossimi impegni che lo vedranno protagonista in tv e a teatro.

https://www.sorrisi.com/tv/news-e-antic ... sta/#share

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon gaby » 26. Sep 2018 19:12

Intervista ad Alessio Boni
26 settembre 20180

Presentarlo non credo serva. È uno degli attori più famosi e apprezzati, lo vedremo prossimamente anche nel serial “Il Nome della Rosa” che la RAI sta producendo in questi mesi, con un cast internazionale. Alessio Boni ci racconta di come anche a teatro stia lavorando per interpretare presto uno dei personaggi più famosi della storia della Letteratura…
Sei un lettore appassionato?

Sì, evidentemente. Scegliendo di fare questo mestiere, il teatro, è inevitabile avere a che fare con l’analisi del testo, Strehler, Ronconi, con la materia della “parola”, della letteratura. Ogni giorno leggo qualcosa, inerente al mio lavoro, per piacere o quant’altro. Sono appassionato, mi interessa e mi piace leggere, per conoscere e sapere e poi magari riportare in scena o nella vita quello che ho appreso.
Come avviene la scelta delle letture?

All’inizio, durante il periodo scolastico, ti danno degli indirizzi gli insegnanti e gli amici. Poi però intraprendi una carriera e quindi le scelte risentono di chi incontri o dei lavori che fai. Quando ho interpretato Caravaggio ho letto tutto su Caravaggio e ciò che riguardava il suo mondo, anche di storia dell’arte. Quando ho interpretato il grande Walter Chiari ho letto molto sulla Rivista italiana, sui comici, sul periodo degli anni ’60, ’70 e ‘80, sulla televisione e su come si è sviluppata… La scelta avviene anche casualmente: per esempio ho un amico carissimo, Pino Corrias, il cui libro “Nostra incantevole Italia” è straordinario. In un’occasione sono andato a leggere in Senato delle pagine dal libro “Il bagaglio” di Luca Attanasio, con cui siamo poi diventati amici e così ho poi letto tutto il suo libro. Sono tutte cose che si avvicendano, adesso sto leggendo tutta la biografia di Donato Carrisi, perché ho fatto un film con lui. Ho letto i libri di un altro mio amico autore, Ruggero Cappuccio, “La prima luce di Neruda” e del mio amico pittore Valerio Berruti, che ne ha fatto uno sull’arte moderna. Mi interesso di tutto, può arrivarmi anche un libro di motori e moto. Non è solo poesia o letteratura. Sono onnivoro di tutto ciò che mi circonda, mi butto dentro a capofitto e mi metto a leggere… sviscero a mio modo e lo rendo ricchezza dentro di me.
Hai interpretato personaggi leggendari come Ulisse, Heathcliff, il principe Andrej Bolkonskij. Come avviene la tua documentazione?

Leggo tutto, il più possibile, vedo il più possibile, non ho paura di vedere gli altri, anzi. Gli altri mi possono dare una mano, mi possono veramente illuminare su una faccenda che magari a me era sfuggita. Ho guardato tutti i film che hanno fatto su “Guerra e Pace”, tutti gli Ulisse possibili, di Heathcliff di “Cime Tempestose” ce ne sono state tantissime versioni. Mi portano dentro, è una sorta di masticare e deglutire la materia. Poi ovviamente il copione con le battute che devo dire, le luci e i costumi ti danno tutta l’atmosfera per far sì che tu dimentichi te stesso e diventi quel personaggio. Documentazione storica quindi. In più leggo dei libri che mi portano nel periodo storico, nell’Ottocento, nell’Omero di secoli prima di Cristo, nella brughiera inglese dello Yorkshire di Cime Tempestose. Mi si crea un’atmosfera che mi porto addosso e cerco di ricreare una postura, un atteggiamento e un’attitudine che incarnavano quei personaggi di quel periodo.
Quale altro grande personaggio vorresti interpretare e perché?

Mi sarebbe piaciuto interpretare Raskolnikov di “Delitto e Castigo” perché è una lezione enorme di un giovane ventiquattrenne universitario che ammazza un’usuraia vecchia che magari meritava di andarsene per come era! La fa franca, riuscendo a passare il processo davanti al commissario con la sua eloquenza e intelligenza, a nascondere la refurtiva, ma poi con la sua coscienza non ce la fa. Aiutato anche dal suo amore Sonia, torna indietro, si costituisce e sconta i suoi sette anni di Siberia aspettando di uscire e ricongiungersi con sua moglie. È un monito spaventoso perché vuol dire che la coscienza è talmente potente, forte, che anche se la fai franca, non riesci a vivere. È un atto di coraggio enorme. Due cose sono che mi piace sottolineare, che mi piacciono nella vita: dignità e coraggio. Oggi, ma anche allora credo, ci vuole molto coraggio per essere pienamente onesti e non furbi. Questo è il monito di Delitto e Castigo e mi è piaciuto molto.
Alessio Boni si è cimentato anche con la scrittura?

Siamo al secondo spettacolo che stiamo portando avanti con il mio gruppo, io, Marcello Prayer, Roberto Aldorasi e Francesco Niccolini. Abbiamo fatto tre anni fa la drammaturgia de “I duellanti” di Conrad e lì mi sono cimentato assieme a loro per portarlo sulle tavole del palcoscenico.
Adesso stiamo proprio nel pieno della drammaturgia di un altro testo, che non sarà mai finita finché non debuttiamo (il 21 gennaio a Tortona): il Don Chisciotte. Sarà il mio Don Chisciotte, con il mio gruppo. Io sarò nei panni dell’Hidalgo, indegnamente… adesso speriamo di entrarci in un certo qual modo! Accanto a me ci saranno Serra Yilmaz che farà Sancho Panza e poi tutto il mio gruppo di lavoro di teatro.
Un’idea di film per cui ho collaborato con Massimo Carlotto, al momento, è rimasta solo al soggetto. Mettermi lì a scrivere proprio un romanzo? No, non mi sento all’altezza di poterlo scrivere; però pensare alla scrittura come drammaturgia teatrale e cinematografica, forse… potrebbe essere più alla mia portata. Tuttavia mi ci devo ancora cimentare bene.
Sicuramente ti sei cimentato con gli audiobook, la nuova “frontiera” del libro. Ne sei anche un fruitore?

Sì sì! Li ascolto gli audiolibri, molto anche. Ne ho parecchi, con la voce degli amici come Battiston, Anna Bonaiuto, Fabrizio Gifuni. Quando faccio i viaggi in tournée, a volte anche 3 ore di macchina, metto l’audiolibro e stacco tutto. Ti posso garantire che così ho letto diversi libri e in questi ti ci immergi, non fatichi neanche, a me fa viaggiare.
Il tuo libro sul comodino oggi.

A parte sempre le raccolte di poesie che mi piacciono, anche perché la poesia è corta ed è fantastica prima di andare a dormire, adesso inevitabilmente c’ho “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes, non può essere che lui.
“La meglio gioventù”, film che hai contribuito a rendere indimenticabile, è anche il titolo di una raccolta di poesie di Pasolini. L’hai letta o, come me, ti devi cospargere il capo di cenere per non averlo ancora fatto?

Sì sì, certo che l’ho letta. Tutti allora l’abbiamo letta, eravamo incuriositi. Era una delle prime raccolte di poesie di Casarsa, in friulano, veramente fantastiche già allora, le primissime di Pier Paolo Pasolini.
In quel bellissimo film interpretavi Matteo Carati, un ragazzo che leggeva tantissimo. Rivestendo i suoi panni, quali erano i suoi autori preferiti?

L’antologia di Spoon River sicuramente, Rimbaud, purtroppo anche Baudelaire e i poeti maledetti… Lui spaziava sulla poetica, e secondo me anche sui greci. Me lo sentivo molto… con una coscienza piramidale della Grecia, dell’etica… quella forza ellenica che caratterizzava Matteo Carati. Poi arrivava anche ai romanzi più leggeri ma lui aveva proprio una bellissima base classica. Era anche il migliore a scuola, era molto dotato per la lettura. Infatti era talmente sensibile e fuori dalla norma – quella vita gli stava stretta – che ha fatto la fine che ha fatto. Si sentiva al di sopra, incompreso totalmente. Gli sembrava che tutti quelli che lo circondavano parlassero di banalità e baggianate assurde.
Chiudiamo allora con una domanda che forse nessuno ti ha mai posto: Matteo cosa leggerebbe oggi?

Guarda… si rifugerebbe, a mio avviso, nella potenza shakespeariana. So che può sembrare banale ma se vai a analizzare Re Lear, Riccardo III, Amleto, Romeo e Giulietta e quant’altro, credo che il suo animo si troverebbe bene lì dentro, nei personaggi immaginifici inventati dal grande Guglielmo. Credo che Shakespeare potrebbe essere una lettura adatta a Matteo Carati ancora adesso, anzi, soprattutto adesso.
http://www.piegodilibri.it/il-libro-sul ... ssio-boni/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 23. Dez 2018 10:23

Alessio Boni: «Se mi ingannate peggio per voi»

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 50 di Vanity Fair.

Dice che dopo venticinque anni di risposte, adesso gli piacerebbe farle lui le domande. E mentre si accalora nel raccontare, capita che si fermi e domandi: «Quanti sono gli amici veri che potrebbe chiamare quando si sente disperata alle 4 di notte?». I suoi sono pochissimi, da contare sulle dita di una mano. Ma questo perché per il 52enne Alessio Boni l’amicizia è valore fondamentale. Di amicizia e tradimenti parlerà il film in cui lo vedremo a marzo, Non sono un assassino. Prima però, l’attore sarà in televisione, dal 7 gennaio su Raiuno, a interpretare il direttore d’orchestra della Compagnia del cigno. La serie, scritta da Ivan Cotroneo, racconta di un gruppo di giovani aspiranti orchestrali del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano (sono veri musicisti in erba) e del Maestro Marioni, uomo duro e all’apparenza cinico.

Si è divertito a fare per una volta il cattivo?
«Non sono proprio così. Nella serie sono separato ma ancora innamorato di mia moglie, Anna Valle, e butto tutta la mia passione nell’insegnamento. Per questo sono molto severo, mi chiamano il “Bastardo”. Ma dietro c’è una ragione e alla fine i ragazzi capiranno, come io ho capito quel professore dell’Accademia che allora odiavo con tutto me stesso».

In genere però lei appartiene più alla categoria dei buoni che dei cattivi.
«Fare il bastardo è uno sfogo. Ma ho fatto anche di peggio, come l’assassino di Arrivederci amore, ciao. Io non avallo la violenza, ma fare il cattivo è bellissimo: entri in una zona dove non andresti mai. Poi, certo, ci sono cose che non riuscirei a interpretare».

Per esempio?
«Un uomo che stupra un bambino. Me lo avevano proposto anni fa, ma non ce l’ho fatta».

Lei, d’altra parte, ha sempre detto che ama i bambini, desidererebbe essere padre.
«Appena posso vado nelle scuole, in Africa: hanno un sorriso che non trovo altrove, che mi nutre. I bambini credono a Babbo Natale, a quello che diciamo loro. Poi, arriva un’età in cui varcano la soglia, entra l’arroganza, l’ipocrisia».

In gennaio, il 22 a Tortona, lei debutterà anche con uno spettacolo teatrale su Don Chisciotte, personaggio che forse quella soglia non l’ha mai varcata.
«È un fanciullo di 50 e più anni che va in giro per il mondo a lottare contro le ingiustizie, dalla parte dei deboli. Un bambinone, e per questo viene preso per folle».

Chi sarà il suo Sancho Panza?
«Serra Yilmaz, l’attrice turca. Donna, contadina e immigrata».

Che accompagna Don Chisciotte nelle sue avventure.
«Lui ha vissuto la sua vita e poi ha scavallato dopo i 50, inventandosene un’altra, dove diventa un cavaliere errante. Come un bambino, vede i giganti dentro i mulini a vento, i saraceni dietro le greggi: il suo immaginario sovrasta la realtà».

Il protagonista di Cervantes combatte contro i mulini a vento. Lei in passato ha affrontato altri duelli, portando in scena I duellanti, e diceva che la battaglia peggiore è quella che facciamo con noi stessi.
«Sì, sono i giganti dentro di te, gli infedeli che tu odi ma che ti abitano. Riconoscerli bene è la cosa più difficile al mondo».

Con chi o che cosa duella dentro di sé?
«L’intolleranza, l’impazienza. Continuo a combatterci. Penso: io sono così, come fa questo che ho di fronte a non pensarla come me? Lavoro in continuazione su questa parte di me, perché è importantissimo condividere con gli altri la vita. La virtù oggi ha paura di mettere il naso fuori dalla finestra, si vergogna perché fuori ce n’è poca, ma ti devi confrontare anche se non la vedi allo stesso modo. A volte mi sale una rabbia per come uno si comporta, ma mi faccio forza e cerco di rispettare tutto e tutti».

Che cosa le provoca rabbia?
«Chi manca di umanità diventa un robot, e io non voglio avere a che fare con i robot. Quello mi fa salire la rabbia ma mi controllo: non so come la persona sia arrivata lì, quale sia stato il suo percorso».

Parliamo di percorsi più professionali: lei adesso sta girando la seconda stagione della Strada di casa.
«Si riparte, con nuove vicissitudini e indagini parallele. D’altra parte è un thriller, un po’ noir».

Ama i noir?
«Li adoro! Tengono attiva la voglia di ragionare dello spettatore, e sono convinto che il pubblico abbia davvero voglia di capire chi è l’assassino, ma anche – che so – come avviene la fermentazione della birra: c’è il desiderio di pensare. È questo il bello del noir, che ti tiene in punta di seggiola, non sprofondato nella poltrona».

A lei capita di avere paura al cinema?
«L’ho avuta con i film di Dario Argento, i primi zombie: ero un po’ traumatizzatino, anche dallo Squalo. Ahimè, crescendo si perde l’immaginazione, la coscienza diventa più potente ed è difficile perderti nei sogni e nella fantasia: sai che lo squalo è di gomma e non ti sconvolgi più di tanto».

Però è un peccato perdere un’emozione forte, foss’anche la paura.
«L’emozione io adesso la trovo nei miei viaggi e nei documentari che faccio in Africa, ad Haiti… Lì vivi la cruda realtà e ti emozioni perché non c’è finzione. Senza emozioni, è il deserto della tranquillità».

Tranquillità può essere serenità.
«Io ho la serenità della campagna, del mio casale. Serve però uno scopo per portare a termine la giornata, l’assenza di passione mi fa sembrare non di vivere ma di sopravvivere. Questo è il mio carattere, e il carattere è il tuo destino».

È vero che lei voleva fare lo psicologo?
«Sì, anche se non sono mai stato in analisi. Un bravo psicologo può davvero dialogare con un essere umano, dargli una grande forza. Il mio lavoro mi rende comunque psicologo perché entro dentro personaggi diversissimi da me, dal principe Andrej di Guerra e pace al Matteo Carati della Meglio gioventù, da Caravaggio a Don Chisciotte. Per interpretarli scardino me stesso e mi butto dentro quella persona a capofitto. Senza mai dare giudizi: anche se faccio Hitler, devo togliermi da me e amare quello che faceva».

Spesso ha interpretato personaggi d’epoca o letterari: c’è qualcosa nel suo fisico che lo ha determinato?
«Ne avessi avuto un altro, mi avrebbero proposto ruoli diversi. Ma anche Elio Germano fa personaggi d’epoca e interpreta Leopardi. Certo, non mi chiamerebbero mai a fare Totò. La fisicità a volte ti blocca, e non sempre riesci a trasformarti. Adesso però faccio un magistrato e credo che non mi riconoscerà neanche mia madre».

Di che film si tratta?
«Non sono un assassino, con Riccardo Scamarcio, Edoardo Pesce e Claudia Gerini. Tre amici indagano su un caso, ma c’è una talpa, ed è uno di loro. Il tradimento più potente è quello dell’amico, più di quello della donna che ami».

Sicuro?
«Il tradimento di un amore scaturisce dall’ormone. Con gli amici l’ormone non c’entra, non sei fagocitato dalla passione. L’amore esige tutto, è vero. Ma se la tua donna si innamora di un altro, tu stai di merda e però c’è una motivazione. Nell’amicizia no, è come Iago, non c’è altro motivo che l’invidia».

A lei è capitato?
«Sì, qualche anno fa, ed è stato pazzesco».

E ha chiesto ragione del tradimento?
«No, perché se mi tradisci non ti stimo più. E se io non ti stimo non riesco nemmeno ad andare a cena con te. Così come se non stimo una donna, non riesco a innamorarmi».

Con un mestiere come il suo, le capiterà spesso di chiedersi quanto sono sincere le persone che incontra.
«Ormai lo capisco. Certo, posso sempre essere fregato, anche perché io mi do completamente».

Sono passati quindici anni dalla Meglio gioventù, che la rese popolare. La meglio età adulta com’è?
«A me sono piaciuti moltissimo i 40 anni: c’erano conoscenza e saggezza, ma unite alla linfa vitale di un ragazzo. I 50 sono un’altra cosa: vedi quello che hai fatto, ti siedi davanti a un camino con un sigaro e contempli di più. A 40 sei ancora alla ricerca, c’è la competizione, il metterti in gioco. Adesso il caleidoscopio delle emozioni è diverso, come è diverso il senso che do alla vita, la vedo più dal di fuori che dal di dentro, sono più aperto agli altri che focalizzato su me stesso».

Non sembra male. O le manca la linfa vitale?
«No, quella c’è sempre. Ma prima guardavo la vita in verticale, puntavo a ciò che volevo raggiungere, con gli occhi fissi sulla cima della Tour Eiffel. Adesso invece il mio sguardo è orizzontale, ed è meraviglioso scoprire che non c’è solo la torre, ma anche la Senna che le scorre intorno».

Suo padre era piastrellista e lei un tempo diceva che la vita è mettere una piastrella dopo l’altra.
«Sì, è porre mattoncino su mattoncino, non pensare al tetto e all’antenna parabolica ma lavorare pezzo per pezzo. In montagna, l’entusiasmo per la croce che raggiungi lassù in cima è futile: i veri ricordi sono il percorso che hai fatto per arrivare ai 7.000. Ho avuto fortuna a farmi quel culo lì per andare sempre avanti, quando non avevo i soldi per andare al cinema, dormivamo in cinque in una stanza e non potevo mangiare la carne. È stato meraviglioso».

A che punto è il disegno delle sue piastrelle?
«Vedo una bella greca anni Trenta intorno alla sala».

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 19. Mär 2019 08:53

Alessio Boni, tra i protagonisti di “Il nome della rosa”: «Combatto per la libertà»

L’attore bergamasco si sta ancora godendo il grande successo della fiction "La compagnia del cigno" e adesso è tornato sullo schermo nei panni di un altro personaggio dalle grandi passioni: Dolcino da Novara, frate combattente e rivoluzionario

18 Marzo 2019 | 12:00 di Paolo Fiorelli

È proprio il momento di Alessio Boni. L’attore bergamasco si sta ancora godendo il grande successo della fiction "La compagnia del cigno", dove interpretava il maestro Marioni.
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E adesso è tornato sullo schermo nei panni di un altro personaggio dalle grandi passioni. Ma questo è realmente esistito: si tratta di Dolcino da Novara, frate combattente e rivoluzionario, tra i protagonisti di "Il nome della rosa", la fiction di Raiuno tratta dal capolavoro di Umberto Eco.

Due grandi storie, due grandi personaggi.
«È il bello del mio mestiere: ogni volta è come tuffarsi in un mondo diverso. Altro che realtà virtuale. Del set di "La compagnia del cigno" mi ha impressionato la passione di quei giovani musicisti: pur non essendo attori professionisti, si sono buttati nel progetto con tutta l’anima».

E de "Il nome della rosa"?
«Ho imparato tantissimo su un periodo oscuro della storia e su un personaggio che non conoscevo. Sono andato persino in pellegrinaggio sul Monte Rubello, vicino a Biella, dove intorno al 1300 Dolcino e i suoi seguaci hanno combattuto per sopravvivere e dove c’è ancora un monumento a lui dedicato».

Furono dichiarati eretici.
«Ma volevano solo riformare la Chiesa: Dolcino predicava la povertà, considerava le donne sue pari ed era contro l’obbligo della castità. Un libero pensatore nei secoli bui».

Ma lei subisce il fascino del Medioevo?
«Sì, ma non ci vivrei. Non era un’epoca di libertà. Preferisco il Rinascimento».

Mai pensato di farsi frate?
«Mai. Rispetto i religiosi, ma non potrei mai vivere un’esistenza piena di regole come fanno loro. Ricordo ancora quando mio fratello Andrea, che è stato prete a lungo, studiava in seminario e io lo andavo a trovare: anche uscire a mangiare una pizza era un problema! Non fa per me. Sono troppo innamorato della mia libertà».

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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 29. Mär 2019 09:38

INTERVISTA – Quattro chiacchiere con l’attore Alessio Boni

FIRENZE – Un componente del gruppo teatrale mugellano “Non Faremo Molto Rumore per Nulla” (qui la scheda) ha intervistato l’attore Alessio Boni, il quale si è gentilmente prestato a rispondere alle domande, in occasione dello spettacolo “Don Chisciotte”, rappresentato al teatro La Pergola di Firenze dal 19 al 24 marzo (articolo qui).

Lei ha più volte detto che il personaggio che ha amato di più è stato Matteo de “La meglio gioventù”; c’è invece un personaggio che ha amato meno o che ha trovato più ostico da interpretare? Non è che Matteo sia il personaggio che ho amato di più, io amo tutti i personaggi che interpreto in modo appassionato (da Caravaggio, al principe Andrej Bolkonskij a Heathcliff in Cime Tempestose…), altrimenti non li sceglierei. Matteo è quello che mi ha cambiato la vita anche dal punto di vista della carriera. Il più difficile è stato Walter Chiari, che ho amato moltissimo, ma più volte ho pensato che mi sarei pentito di aver detto sì a questo lavoro, perché mi scivolava via. Questo è dovuto al fatto che non si trattava di un personaggio come Caravaggio, che ho sempre apprezzato molto, ma noi vediamo i quadri di Caravaggio, conosciamo la sua vita, ma non sappiamo come fosse realmente. Walter Chiari invece è un personaggio conosciuto, su internet c’è tutto su di lui, ma, oltre a leggere tutto il possibile su un personaggio, l’attore deve anche riuscire ad interpretarlo. Una persona di quel tipo è mille sfaccettature dell’umanità, dal suo successo in televisione, la sua relazione con Ava Gardner fino a finire nel baratro. Ci può essere sempre qualcuno che non riconosce il suo Walter Chiari in quello interpretato nel film.

Invece, a proposito de “La meglio gioventù”, ha conosciuto realtà che tutt’oggi si possono definire la meglio gioventù? Sì, certamente, ci sono moltissimi giovani molto brillanti. Ad esempio, i ragazzi che hanno interpretato la Compagnia del Cigno sono ragazzi che studiano più di otto ore al giorno, che non hanno tempo per uscire la sera perché devono dedicarsi allo studio, perché amano la musica e fanno di tutto per perseguire il loro obiettivo. Loro sono la meglio gioventù.

In qualche intervista, lei ha detto che condivide le scelte del maestro Marioni, ma non pensa che, davanti ad un tale atteggiamento, molti ragazzi possano soccombere, pur non facendo notizia? Io ho detto che condivido le scelte del Maestro Marioni per il messaggio che trasmette. Quando ho letto il copione, ho pensato “Che cose meravigliose sta dicendo! Magari avessi avuto un insegnante così!”. Il modo in cui si esprime è un altro discorso, il messaggio che dà è positivo, poiché dice che l’arte non ammette mediocrità, che devi dare tutto te stesso, che darti una pacca sulla spalla per consolazione sia una presa di giro. Ci sono dei ragazzi che soccombono, ma sono una minoranza.

E sono trascurabili? No, non sono trascurabili, mi dispiace molto per quei ragazzi, infatti c’è un caso di questi nella fiction che però è in via di miglioramento. La maggioranza di quei ragazzi ne escono fortificati, perché non credo che essere troppo permissivi sia un modo di voler bene, semplicemente te ne lavi le mani.

Nel Don Chisciotte ad un certo punto vediamo la scena del rogo dei libri presentato come antidoto alla follia. Dato che nella realtà di oggi comunque assistiamo ad un rogo figurato in cui vediamo ostentata l’ignoranza (anche in chi ci rappresenta) quasi fosse un mezzo indispensabile per comunicare; pensa che ci siano delle letture, a partire dai Classici, tuttora disponibili come stimoli per svegliare dal torpore? Come faccio a convincere a leggere chi non vuole leggere? Non posso dire di leggere Aristotele a chi non ha intenzione di farlo. La poesia è per pochi. Però penso che più studi, più ti documenti, meno puoi farti raggirare. Se non hai gli strumenti, tu caschi nei tranelli per mancanza di cultura, come Pinocchio con il Gatto e la Volpe. Devi riuscire ad avere un concetto, un’idea da cui partire.

Parlando di risvegli, la fiction tradizionalmente intesa fa da camomilla o da caffè? La fiction non deve far addormentare, ma deve essere uno stimolo ed è una cosa estremamente positiva, dal momento che le serie televisive devono contenere un messaggio. È molto importante quando queste stimolano a leggere, magari uno vede la fiction di Guerra e Pace, si incuriosisce e decide di iniziare quelle mille pagine. Quando, al termine di uno spettacolo come quello di stasera, uno spettatore mi dice “Mi ha fatto voglia di leggere Don Chisciotte” è per me il miglior complimento, perché capisco di aver raggiunto il mio intento. Questo deve essere il ruolo dell’Arte, di qualsiasi Arte.

Caterina Tortoli
© Il Filo – Idee e Notizie dal Mugello – 27 marzo 2019

https://teatro.ilfilo.net/intervista-qu ... ssio-boni/
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Beitragvon mingi17 » 12. Jun 2019 07:38

Alessio Boni si racconta: “Entrai in una sorta di depressione. Mi sentivo un fallito”
2019-06-11, di Redazione Velvet

Alessio Boni si racconta. In una lunga intervista dedicata all’attore, il grande interprete ha confessato di aver attraversato un duro periodo di depressione. Ha anche parlato del suo ultimo film e del personaggio più complesso che abbia mai rappresentato.
Le dichiarazioni di Alessio Boni sulla depressione

“Verso i trent’anni ebbi un momento di crisi in cui pensavo di mollare tutto. Per undici mesi sono stato fermo senza sapere se mi avrebbero chiamato. Entrai in una sorta di depressione” così Alessio Boni si racconta a Tv Sorrisi e Canzoni nel numero in edicola da oggi, martedì 11 giugno. Rivela che intorno agli anni ’90, ha passato una fase molto buia della sua vita e della sua carriera. “Sono tornato a casa da mio padre e da mia madre […] mio padre non mi disse nulla perché vedeva che stavo male“, quando invece si sarebbe aspettato un rimprovero da parte del genitore. “Ero davvero in crisi. Mangiavo male, aprivo scatolette, non avevo la possibilità di comprare cibo buono. Mi sentivo un fallito. Al momento, l’attore di cinema e di teatro, però, è interessato in altri progetti in questi ambiti.
Chi è il personaggio più difficile interpretato da Alessio Boni?

“Mi hanno invitato a nozze: più i personaggi sono lontani da me, più mi interessano”, ha iniziato così rispondendo Alessio Boni, parlando di un personaggio assai duro da impersonare. L’uomo in questione è il giudice Giovanni Mastropaolo, un uomo che anche fisicamente è molto diverso dall’attore bergamasco. Anche le sessioni di trucco erano infinite. “Tre ore e mezza tutti i giorni. Certo, se devi girare alle otto ti devi svegliare alle cinque, a volte anche prima”, sottolinea.

Eppure, c’è un personaggio i cui panni sembravano ancora più stretti: “Se ci penso il lavoro più faticoso è stato interpretare Walter Chiari. Lo scarto psicologico mi ha davvero massacrato. Tutte le sere, quando rientravo in albergo dopo il set, mi chiedevo: ‘Perché ho firmato questo contratto?’. Walter Chiari è […] un personaggio che mi faceva tremare i polsi perché era imprendibile”.
La quiete dopo la tempesta

Il momento di ripresa della carriera di Alessio Boni è avvenuto quando il regista Carlo Lizzani lo ha preso per La donna del treno, il primo giallo a cui ha preso parte per la Rai. “Non posso descrivere l’emozione nel vedere il mio nome sulla porta del mio primo camerino (…) non ci potevo credere: era la mia vittoria“.

https://velvetgossip.it/2019/06/11/ales ... n-fallito/
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Beitragvon mingi17 » 13. Jun 2019 08:37

Alessio Boni: "Io, attore grazie alla Gatta Cenerentola di De Simone"
Alessio Boni: "Io, attore grazie alla Gatta Cenerentola di De Simone"

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12 giugno 2019
"Galeotto fu Roberto De Simone. Il primo spettacolo teatrale che ho visto è "La gatta cenerentola", l'opera musicata dal grande genio partenopeo. Rimasi folgorato: è allora che ho deciso di fare l'attore". Ma prima ancora, Alessio Boni voleva fare la rockstar. E inseguendo questa passione l'indimenticabile Matteo de "La meglio gioventù", stasera debutta in prima nazionale in "66/67" nel chiostro del Duomo di Salerno con l'amico e sodale, il cantautore Omar Pedrini, ex leader dei Timoria. Se '66 è la data dei nascita di Boni, '67 è quella di Pedrini, uniti da una sincera amicizia culturale e umana. Tra i più progetti originali "extra moenia" del Napoli Teatro Festival, la pièce rock va in scena alle 21. Boni e Pedrini, accompagnati dal vivo da Stefano Malchiodi (batteria), Larry Mancini (basso), Carlo Poddighe (tastiere), interpretano testi firmati dallo stesso Boni e da Nina Verdelli.
L'operazione è interessante: restituire al pubblico in italiano le canzoni che hanno scritto la storia della musica. Da "Blowin'in the Wind" di Bob Dylan a "Redemption Song" di Bob Marley".

Alessio Boni: con il suo amico Pedrini realizza il sogno di cantare?
"Io leggo e lui canta, anche se poi alla fine canto anch'io nel pezzo più che mai attuale "Io non mi sento italiano" di Gaber. Omar ed io siamo grandi amici, ci stimiamo molto, condividiamo la stessa idea di vita, la dedizione per il lavoro e le passioni culturali: Pirandello, Ibsen e Shakespeare. Se io volevo essere come Mick Jagger e Jim Morrison, lui voleva fare l'attore. Io sono bergamasco, lui bresciano, ci separava solo il lago d'Iseo...".

"66/67" vuole far arrivare al grande pubblico brani cult...
"Come Guernica di Picasso che se la vedi ti piace, ma se te la spiegano la ami di più perché capisci il cubismo e l'orrore della guerra, per il nostro concertato abbiamo selezionato una dozzina di canzoni che ci hanno salvato la vita. Fra queste "Blowin'in the Wind" di Dylan, "Redemption Song" di Marley, "Heroes" di Bowie e "Everybody Hurts" dei Rem o "Wonderwall" degli Oasis, che io e Nina Verdelli abbiamo reso dall'inglese all'italiano. Se le comprendi, le ami di più: una sorta di terapia di gruppo".

La sua passione per il teatro e la recitazione nasce dalla musica dunque grazie a Roberto De Simone...
"Nel 1988 ho visto "La gatta cenerentola". Sono rimasto folgorato. Ero giovane: al Sistina, Isa Danieli, Peppe Barra, il conto della lavandaie, i pescatori, l'arcigna sorellastra. "Uno, doje, tre e quattro. Non aggio capit' na parola, ma l'ho amato. Arrivava l'energia".

Dopo gli esordi con Liliana Cavani e prima di essere diretto da Ronconi e Strehler, lei ha anche debuttato a teatro da protagonista qui a Napoli al Bellini...
"Sì, nel '94, in "Non ti conosco più": un privilegio. Ho vissuto per quattro mesi all'Hotel Toledo ai Quartieri Spagnoli, una meraviglia. Napoli c'entra sempre un po' nella mia vita, con De Simone, ma anche con Pino Daniele. Anni fa ho anche provato a tradurre in bergamasco le sue canzoni. Per me chi non aveva "Nero a metà" non sapeva vivere la vita ".

Come altro Napoli è entrata nella sua vita, Boni?
"Adesso sto facendo "Don Chisciotte" prodotto dal napoletano Marco Balsamo. E sarò il commissario nel sequel di "Milano Calibro 9" diretto da Toni D'Angelo".

Da chi le piacerebbe essere diretto per un film qui a Napoli?
"Napoli è una città che accoglie, ancora prima che con la gente, con la sua immensa bellezza. Correrei subito per fare cinema o teatro con Martone. E adoro Sorrentino: il suo cinema è una scuola di sensibilità, mi intriga il suo sguardo, la sua scrittura, i suoi guizzi e la delicatezza del suo estetismo".

https://napoli.repubblica.it/cronaca/20 ... 228586962/
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Re: Interviews mit Alessio/Interviste

Beitragvon mingi17 » 14. Jun 2019 08:44

Alessio Boni ripercorre con noi la sua lunga carriera

L'attore sta girando una fiction per la Rai e a breve inizieranno le riprese delle nuove puntate di "La compagnia del cigno". Intanto, tra un set e l’altro, ci ha raccontato alcuni aneddoti

Foto: Alessio Boni è stato protagonista quest’anno di “La compagnia del cigno” su Raiuno. L’attore è testimonial di Save the children e, da anni, del Cesvi, la onlus che si occupa di infanzia e di diritti umani nel mondo: ha partecipato a molte missioni umanitarie

13 Giugno 2019 | 08:50 di Stefania Zizzari

Abbiamo appena visto Alessio Boni al cinema con il film "Non sono un assassino" di Andrea Zaccariello. Un legal thriller in cui è protagonista accanto a Riccardo Scamarcio, Edoardo Pesce e Claudia Gerini.

Alessio, nei panni del giudice Giovanni Mastropaolo, nel film, era quasi irriconoscibile…
«Già. Questo personaggio doveva essere dimesso, non fisico, non aitante. Sul suo viso c’è il geroglifico dei segni di una vita trascorsa lottando contro la “nuova camorra pugliese”, vedendone di tutti i colori. Proponendomi questo ruolo mi hanno invitato a nozze: più i personaggi sono lontani da me, più mi interessano».

Quante ore di trucco servivano per trasformarla?
«Tre ore e mezza tutti i giorni. Certo, se devi girare alle otto ti devi svegliare alle cinque, a volte anche prima. Però questo non mi ha mai fatto paura: se la storia mi intriga, mi piace trasformarmi. Può essere stancante ma… chisseneimporta! (ride)».

Qual è stato il lavoro più faticoso della sua carriera?
«Senz’altro i film storici, perché vivi una condizione che non è la tua. Quando ho fatto Ulisse, per esempio, sul set indossavo sandali e gonnelline e per imparare a combattere nelle battaglie con il gladio andavo in palestra tutti i giorni… quello è stato faticoso fisicamente. Lo stesso per Caravaggio: ho fatto mesi di prove perché dovevo utilizzare una spada del 1500, che è più grande e ben più pesante di un fioretto dei tempi nostri. Con il maestro d’arme sono stato a lungo in palestra per preparare i sei duelli che Caravaggio pare abbia affrontato. Non volevo avere controfigure. Ma se ci penso il lavoro più faticoso è stato interpretare Walter Chiari».

Come mai?
«Lo scarto psicologico mi ha davvero massacrato. Tutte le sere, quando rientravo in albergo dopo il set, mi chiedevo: “Perché ho firmato questo contratto?”. Walter Chiari è un numero uno, è un’icona. Tutti lo conoscono e chiunque poteva dire: “Caro Boni, Walter Chiari non era così come lo interpreti tu”. Se digiti il suo nome su Internet vengono fuori caroselli, prime serate in tv, interviste e io mi sono studiato tutto… ci ho messo quattro mesi per prepararmi sulla sua camminata, sulla sua parlata, sul suo sguardo, sui movimenti del viso e del corpo. Non solo, era un personaggio che mi faceva tremare i polsi perché era imprendibile. Un giorno era all’apice del successo, il numero uno, quello dopo era in carcere. Un giorno era con Ava Gardner, la donna più bella del mondo, il giorno dopo era depresso. E quello dopo, ancora felice di poter passare del tempo con il figlio Simone… era un caleidoscopio di emotività: avevo paura di non riuscire ad acchiapparlo».

Nei suoi 30 anni di carriera c’è stato un momento difficile in cui ha pensato: «Basta, mollo tutto e torno indietro»?
«Sì, eccome. Verso i 30 anni. Avevo finito l’Accademia d’arte drammatica e avevo già lavorato con Luca Ronconi e Giorgio Strehler in teatro. Poi per 11 mesi sono stato fermo. Ma non come adesso che se stai fermo magari fai una lettura, un incontro per un progetto culturale… No, praticamente un anno fermo senza sapere se mi avrebbero ancora chiamato nella mia vita. Entrai in una sorta di depressione. Non avevo neanche voglia di vestirmi e andare al bar a prendere un caffè per non dire buongiorno agli amici. Ho tentato di sbarcare il lunario facendo di tutto, il pony express, il cameriere. Ho provato a entrare nel doppiaggio, ma non mi hanno proprio calcolato. Ero davvero in crisi. Mangiavo male, aprivo scatolette, non avevo la possibilità di comprare cibo buono, risparmiavo anche su quello. Mi sentivo un fallito. Sono tornato a casa da mia madre e mio padre».

Non deve essere stato facile. Suo padre non le aveva parlato per due anni quando decise di mollare l’attività di famiglia per andare a Roma a studiare in Accademia.
«Mi aspettavo mi dicessero: “Te l’avevamo detto, hai lasciato un lavoro certo di piastrellista per i tuoi grilli per la testa. E ora eccoti qua”. In fondo l’ho capito, mio padre. Avevamo un’attività avviata e io avevo mollato tutto per andare a fare “il saltimbanco”, come diceva lui, a Roma».

E invece?
«Invece lui non mi ha detto nulla perché vedeva che stavo male. Mia madre non ha studiato ma ha una intelligenza del cuore, non mi ha chiesto nulla, mi lasciava lì tranquillo anche se dormivo tutto il giorno. Poi mi ha visto piano piano riprendermi, e dopo un mese circa sono ripartito per Roma. Poi è arrivato l’angelo custode».

L’angelo custode?
«Sì, e lo ringrazierò per sempre. Fu lui a scoprirmi, il regista Carlo Lizzani. Dopo quattro provini mi prese per “La donna del treno”, il primo giallo che mi ha visto protagonista in Rai, e da lì è partito tutto. All’ultimo provino Lizzani mi disse: “Va bene, ho visto l’intensità. Adesso però voglio che tu mi faccia sorridere: un po’ di ironia ci vuole in questo personaggio. Inventati qualcosa”. Io non sapevo cosa dire. Mi venne in mente una filastrocca in bergamasco che mi canticchiava sempre mia nonna. Uno scioglilingua che faceva così: “Hik hak de hòk hèk che i hèka al hul hel holér” (cinque sacchi di ceppi secchi, che seccano al sole sul solaio, ndr). Lui si mise a ridere: era fatta. Le mie origini sono servite! Non posso descrivere l’emozione nel vedere il mio nome sulla porta del mio primo camerino nella roulotte su un set cinematografico. Quando sono entrato e ho visto che c’erano anche un cesto di frutta e una bottiglia d’acqua minerale non ci potevo credere: era la mia vittoria».

Invece il momento più bello della sua carriera?
«Con “La meglio gioventù” siamo andati al Festival di Cannes e ci sentivamo un po’ una Cenerentola perché era un film per la televisione. Ricordo le sei ore di proiezione in sala. Era la prima volta che lo vedevo montato. Il film finisce, io ero emozionato. Musiche finali, titoli di coda, silenzio totale. Mi dico: “Non è piaciuto”. Mi giro: il pubblico piangeva. All’improvviso è scoppiato un applauso fragoroso che è durato un quarto d’ora. Me lo ricorderò sempre come la cosa più pazzesca del mondo. C’erano mio padre e mia madre che piangevano e mi abbracciavano, i miei fratelli commossi. Con la mia famiglia ci siamo fatti una foto sulla scalinata di Cannes: è incorniciata e campeggia tuttora nel salotto di casa».

E adesso cosa l’aspetta?
«Sto girando una fiction per la Rai su Giorgio Ambrosoli e poi comincerò a girare, sempre per la Rai, un film tv su Enrico Piaggio, l’imprenditore che costruì la Vespa. Prenderò parte a un film diretto da Toni D’Angelo (il figlio di Nino, ndr) che si chiama “Calibro 9”, il sequel di “Milano Calibro 9”. Interpreto un commissario di polizia, ci sono anche Marco Bocci e l’attrice russa Ksenia Rappoport. In autunno dovrebbe andare in onda “La strada di casa 2”, che abbiamo finito di girare. E poi ci sarà la seconda serie di “La compagnia del cigno”, ma non so ancora quando cominceremo le riprese».

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